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“Cronache di un tempo storto” come chiave di lettura di un periodo storico – Intervista a Galoni

by Alessia Andreon
galoni ph. Sofia Bucci

“Cronache di un tempo storto” è il titolo del quarto album, dall’approccio giornalistico e diaristico, di GALONI.

In undici tracce, il cantautore racconta alcuni fatti di cronaca degli ultimi anni, come il lockdown, i naufragi nel mediterraneo e la tragedia del Ponte Morandi, ma anche le storie personali, esaminando l’attualità da vari punti di vista.

Anticipato dal singolo “Mare Magnum”, il disco è stato presentato in anteprima assoluta il 28 aprile al Monk di Roma e, a breve, vedremo nuovamente Galoni sul palco per il tour di promozione.

Ben venuto su Inside Music Emanuele,
mi ha subito incuriosito il titolo del tuo nuovo album, “Cronache di un tempo storto”, che è un manifesto del tuo lavoro… Cosa ti spinge a raccontare in musica la cronaca?

Penso sia l’occhio da osservatore che hanno i cantautori…. Ho sempre avuto una particolare attenzione per la realtà che mi circonda, fin da quando ho iniziato a scrivere.

Forse dipende anche dalla formazione giornalistica che ho avuto, dato che ho lavorato in un giornale per 4 o 5 anni; ero un corrispondente, quindi mi è rimasto il vizio di osservare gli eventi, anche storici, e mi piace riportarli in musica.

Il disco, infatti, parte con questo proposito già dal titolo, che originariamente doveva essere “Cronache di inizio millennio”; poi ho pensato che l’inizio del millennio era già andato da un pezzo ed è diventato “Cronache di un tempo storto”.

Inevitabilmente queste cronache si sono intrecciate alle mie vicende personali, ma sono appendice di macro eventi che ci hanno segnato e ci hanno gettato in una condizione di smarrimento.

All’interno di “Cronache di un tempo storto” troviamo anche racconti dell’osservatore Galoni, come già era stato nei suoi precedenti album, in cui i protagonisti narrano la quotidianità. Cosa cattura la tua attenzione?

Il primo disco era nato con l’intenzione di spostare il punto di vista dell’osservatore occidentale e c’erano dei brani che parlavano già di temi importanti come il precariato e l’immigrazione…

“Cronache di un tempo storto” racconta molte storie che abbiamo condiviso come collettività, soprattutto durante la pandemia. “Gino” per esempio racconta le chiacchiere da bar sui negazionismi. 

Ho usato l’aggettivo storto, proprio perché i brani trattavano alcune vicende del recente passato che ci hanno cambiato come collettività: a partire dalla pandemia, narrata ne “L’esercizio fisico di piangere”, a “Sui piani alti di un palazzo” che parla del Ponte Morandi e “Come il cobalto negli iPhone”, dedicata ai naufragi nel canale di Sicilia e nel Mediterraneo.

Poi ci sono delle riflessioni sul tempo come “In mezzo alla fretta” e storie più personali sulla mancanza di condivisione nelle relazioni, come “Le rovine di Pompei”.

Penso sia un disco pieno!

È un disco pieno ma anche un disco impegnato…

Se per impegnato intendiamo che ci ho perso del tempo, sicuramente!

Se parli di impegno come cantautore, è innegabile che amo un certo tipo di racconto e di poetica: lavorare sui testi, sul lessico, sulle tematiche… fa parte del mio spirito e, in realtà, mi viene anche naturale. Non saprei fare altro.

Mi rendo conto che noi cantautori abbiamo una responsabilità, un impegno non solo nei confronti dell’ascoltatore ma anche del mercato, di raccontare la realtà con uno sguardo critico, ma questo è un disco in cui non si prendono posizioni, è una sorta di racconto che ti spinge a fare da solo le dovute riflessioni. 

Questo album è anche frutto di uno dei periodi più complessi dal punto di vista umano. Essere stati in lockdown diversi mesi ha dato modo a tutti di rivalutare cose che spesso diamo per scontate. Per te cosa sono la stabilità e il tempo, dato che sono concetti ricorrenti nei tuoi testi?

Ne “L’esercizio fisico di piangere” c’è veramente un po’ tutto di quel periodo.

Abbiamo vissuto un momento particolare: noi, come società, tendiamo a conservare male la memoria storica; questo vale, non solo per la pandemia, ma anche per il passato più lontano.

Ora ci risulta molto pesante parlare di quel periodo, ce ne vorremmo liberare e, per questo motivo, certi momenti storici non sono stati indagati come dovevano, ma ricordati in un modo filtrato, come se non fosse successo nulla, fosse tutto un errore.

Io, invece, sono molto legato alla memoria storica e a quello che è stato un periodo di profondo cambiamento, in cui tutti abbiamo fatto delle riflessioni.

Sentivo l’esigenza di dover fissare quella fase e, infatti, quasi tutte le canzoni di questo album sono state scritte quando eravamo chiusi in casa per il lockdown.

Anche la stabilità, non solo personale, ma più in generale universale, è stata influenzata da questa situazione a cui non eravamo minimamente preparati… ci ha posto davanti un futuro diverso, un mondo che non conoscevamo.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale abbiamo vissuto anni di serenità economica e il più lungo periodo di pace in Europa, fino alla guerra in Ucraina. Questa prosperità ci ha fatto pensare di essere immortali, mentre la pandemia ci ha messo davanti alla fragilità, al fatto che non siamo assolutamente preparati a fronteggiare qualsiasi cosa…

La casa è un altro tema ricorrente nei testi ed è raffigurata anche nella copertina dell’album. In quei mesi per alcuni ha rappresentato un luogo ovattato di benessere o, viceversa, una prigione…

Esatto, la casa è protezione e allo stesso tempo un luogo dal quale staccarsi, per diversi motivi.

Nel disco qualcuno la cerca come in “Patrimonio dell’Unesco”, qualcuno la perde in “Non devi aver paura di niente” e qualcuno sta a casa a scrivere canzoni…

Pochi giorni fa ho anche pensato che, negli ultimi mesi, con la crisi del gas e l’aumento delle bollette, siamo arrivati addirittura a pensare che era meglio star poco a casa per evitare di spendere troppo.

La grafica della copertina è molto bella e sono felice di aver coinvolto in questo progetto Andrea Calisi, che è un grande illustratore.

Ha capito subito la tensione del disco e ha inserito una casa irreale e metafisica in un paesaggio naturale, richiamando appunto il periodo della pandemia.

Per scrivere questo disco sei partito dai titoli. Un procedimento insolito, come fosse un tema di scuola! Era un ulteriore banco di prova per la tua penna?

Sono stato sempre affascinato dall’idea che un disco fosse un racconto totale, un po’ come ci ha insegnato De André, che partiva da una tematica per scrivere i suoi brani.

L’idea di scrivere canzoni che fossero in qualche modo legate, è una cosa che penso sempre prima di iniziare a lavorare ad un nuovo disco.

Non metto mai insieme le canzoni per comporlo e, in verità, ne ho scartate parecchie, anche su tematiche attualissime, come un brano su George Floyd che magari troverà il suo spazio in un altro disco…

Negli scorsi giorni è scomparso Cormac McCarthy autore di “The road” che ti è stato d’ispirazione per scrivere “Non devi aver paura di niente”. Che effetto ti ha fatto?

Adoro la letteratura americana e questo libro, in particolare, mi ha accompagnato molto negli ultimi anni.

L’ho letto e riletto e l’ho fatto leggere ai miei alunni a scuola. È un libro che insegna, commuove e ti fa pensare: meno male che esiste questo testo!

“The road” è un libricino piccolo, di facile lettura, con una scrittura sintetica e scarna, come il paesaggio che narra. Lo stesso paesaggio post apocalittico in cui è ambientata “Non devi aver paura di niente” e che è frutto dei pensieri che facevamo durante la pandemia, in cui pensavamo di tutto sul futuro del mondo.

È una canzone scritta in poco tempo, quando avevo ancora il libro addosso… ma all’interno dell’album ci sono tante altre citazioni letterarie.

Con questa canzone ho fotografato un’istantanea del libro, spoilerando anche il finale, poi, quando ho letto che McCarthy era morto ho pensato subito alla canzone e a quanto fosse incredibilmente triste per me questa notizia.

In “Buoni propositi per il nuovo anno” elenchi una serie di cose che dovremmo fare per vivere meglio, con noi stessi e con gli altri, questo tempo storto che stiamo attraversando. Anche questi piccoli gesti sono stati rivalutati dopo l’esperienza della pandemia…

I cambiamenti individuali, probabilmente, li vedremo alla lunga.

Credo che nei nostri comportamenti, nei nostri atteggiamenti, fondamentalmente, in quel periodo qualcosa sia cambiato. 

“Buoni propositi per il nuovo anno”, racconta del rapporto con mio padre e della ricerca, durante quei mesi a casa, della pace interiore che nell’adolescenza non avevo; quindi è un brano incentrato su una storia personale e familiare, ma allo stesso tempo, spinta dalla storia universale della pandemia.

È in arrivo anche il tour, giusto?

Si, a breve partirà il tour e molte date saranno in uno speciale set acustico, solo chitarra e violino.

Inizierò il 7 luglio da Pavia, poi ci sono tre eventi nel Lazio: Terracina, Velletri e in provincia di Roma, mentre ad agosto ci sarà una data in Calabria e una in Puglia… il calendario comunque è in aggiornamento!

Ecco il calendario:
  • 04.07 Borgarello (PV) – Parco Maurici
  • 23.07 Velletri (RM) – AUF festival / DLF (live in band)
  • 26.07 Terracina (LT) – Tracce / Piazza del Municipio (live in band)
  • 29.07 Ciciliano (RM) – Folkways Festival (live in band)
  • 11.08 Fano (PU) – Bastione San Gallo
  • 16.08 Decollatura (CZ) – Passaggiari Avanti
  • 17.08 Grottaglie (TA) – Casa Merini
  • 08.09 Castelnuovo al Volturno (IS) – Tracce di Luce

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