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“Cose silenziose” è il nuovo disco del cantautore Campi – INTERVISTA

by Alessia Andreon
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In un tempo che corre veloce e alza continuamente il volume, Campi sceglie di fermarsi e di ascoltare. “Cose silenziose”, il nuovo album realizzato con il sostegno del MiC e di SIAE, all’interno del programma Per Chi Crea: un lavoro che nasce dall’urgenza di rallentare e di interrogarsi su cosa resta quando il rumore di fondo si attenua.

Un disco che attraversa le fragilità del presente e prova a trasformarle in piccoli gesti di resistenza quotidiana, custodendo legami, domande e sogni messi alla prova da un mondo sempre più conflittuale e disorientante.

Tra intimo e collettivo, paura e cura, le canzoni di “Cose silenziose” raccontano la ricerca di un’umanità possibile, fatta di attenzione, ascolto e relazioni che resistono anche mentre tutto sembra consumarsi in fretta. Con uno sguardo lucido ma mai cinico, Campi osserva il tempo che viviamo senza offrire risposte facili, lasciando spazio alle sfumature e al dubbio.

Ne abbiamo parlato direttamente con lui: del nuovo album, del bisogno di silenzio come atto politico ed emotivo, del suo percorso artistico e di cosa significhi oggi “restare umani”. Questa è la nostra intervista a Campi.

INTERVISTA
“Cose silenziose” nasce dal bisogno di rallentare: cosa stava succedendo dentro di te quando hai iniziato a scrivere questo disco?

Nel periodo in cui ho presentato la domanda di finanziamento Per chi crea della Siae, ero impegnato a scrivere per altri e avevo diversi progetti musicali e culturali in essere. Era da po’ che non mi mettevo a lavorare su un progetto mio e la prima domanda che mi sono fatto quando ho iniziato è stata chiedermi come stavo. Nel rispondere a questa domanda, il mio sguardo si è subito allargato al periodo di grande incertezza che stiamo vivendo, e da questa riflessione è nato il primo brano “Tutto a posto”.

Il disco si è mosso, sin dall’inizio, sul doppio piano del mio sentire personale accostato al contesto che stiamo vivendo e che incide sulla mia emotività, molto più di qualche tempo fa.

Andando avanti nella scrittura mi son reso conto che alla base del disco c’è un interrogativo di fondo: cosa andrebbe salvaguardato e in che modo, davanti al periodo di smarrimento che stiamo attraversando?

In questo senso “Cose silenziose” cerca di capire come restare umani pur nella fragilità.

Nel disco non ci sono risposte, ma lascio all’ascoltatore il compito di trovarle.

Parli di “piccole forme di resistenza quotidiana”. Quali sono, per te, questi gesti silenziosi che oggi ci permettono di restare umani?

Non ci sono dei gesti precisi. Non c’è un manuale o una ricetta che possa rispondere a questa domanda, ma posso dire che, mentre scrivevo “Cose silenziose”, mi sono chiesto anch’io cosa fossero.

Tutto ciò che non fa rumore ma che incide sulla nostra vita come gesti, intuizioni, presenze, attenzioni che rischiano di poter passare inosservate ma che tengono insieme le persone: riparare invece di buttare, ascoltare invece di accelerare…

Ogni canzone, in maniera completamente diversa – musicalmente parlando – mette in atto una resistenza gentile, come io ritengo di essere gentile approcciandomi al mondo.

Il titolo “Cose silenziose” sembra quasi andare contro la logica dell’iper-esposizione contemporanea. Che rapporto hai oggi con il silenzio, anche fuori dalla musica?

È dal silenzio che arrivano le cose più importanti: anche per fare musica è necessario il silenzio, guardarsi dentro, scavare…

Pensandoci, è un altro motivo per cui si parla tanto di silenzio nel disco: perché è quello che cercavo per scriverlo. 

Il silenzio è uno spazio emotivo in cui potermi esprimere e non è stato facile trovarlo, perché siamo sempre di corsa e anche questo disco aveva una scadenza, essendo all’interno della cornice di un bando.

Ma quello che cercavo è proprio uno spazio dove guardarmi dentro e tirare fuori le cose che stavano sedimentando da anni; per questo è fondamentale il silenzio, il contatto con la natura, perché da lì nascono le cose più importanti. 

I brani hanno spesso titoli molto concreti e quotidiani (Mentre bolliva la pasta, Riparare, Tutto a posto). Quanto è importante per te partire da immagini semplici per raccontare temi complessi?

Partendo dalla mia quotidianità voglio ampliare lo sguardo.

Questa modalità è il riassunto della mia vita degli ultimi anni e del mio modo di approcciarmi alle cose. 

Il modo di approcciarsi ai legami e al linguaggio incide sulla mia emotività e da questa suggestione parte uno sguardo più ampio per ciò che mi circonda, cosa sta succedendo… quindi, come dicevi, anche “Mentre bolliva la pasta” ne è un esempio.

C’è una traccia del disco che senti particolarmente rappresentativa di questo nuovo capitolo del tuo percorso? Perché?

Penso sia “Cose silenziose”, che è il manifesto dell’album, perché ha dato il via e ha connesso tutti i puntini.

Il ritornello racchiude il senso del lavoro che ho fatto: “Se stanotte chiudo gli occhi appena ma forse la vita non è solo risolvere un problema e poi

c’è questo vento e sa di cose buone forse è da cercare un senso in cose silenziose”.

In questa continua rincorsa di cose funzionali a qualcos’altro, le cose belle e importanti sono quelle che paiono inutili.

“Ritmo artificiale” è una riflessione sul tempo e sulle sue distorsioni. In che modo il “ritmo” del mondo di oggi ha influenzato la scrittura e le sonorità del disco?

Lo ha influenzato tanto perché, anche nel fare il disco, come in generale nella vita, credo sia necessario trovare un tempo che non sia imposto dalle circostanze o da altre persone.

Trovare un proprio equilibrio e non farsi divorare dalle pressioni che abbiamo intorno e che il tempo contemporaneo ci impone, ma ricercare il proprio ritmo, che sia umano: “Se ritardo se anticipo. mi basterà arrivare”.

“Scomparire” e “Outro” chiudono l’album lasciando una sensazione sospesa. Che tipo di ascolto o di stato emotivo speri rimanga dopo la fine del disco?

“Scomparire” racconta una presenza, una mano tesa di un amico, pur essendoci sempre quella sensazione di smarrimento che fa da filo conduttore a tutto il disco.

In un periodo in cui ci si sente delle isole ed è facile sentirsi soli, fragili, in balia delle proprie difficoltà, c’è una voce amica che ti dice: “sì, la vita a volte scivola, ma sai che puoi dirmi come stai”.

“Outro” invece è un insieme di messaggi vocali che i miei amici e le persone più vicine mi mandavano nel periodo in cui stavo scrivendo l’album. A volte diamo le persone che abbiamo intorno per scontate, mentre io ho voluto metterli al centro, collegando questi due brani.

Il tuo sound unisce elementi indie-pop, suggestioni vintage e una produzione contemporanea. Come hai lavorato sugli arrangiamenti per lasciare “spazio” alle parole senza rinunciare alla ricerca sonora?

È stato un lavoro molto complicato ma appassionante. In questo album ho sperimentato tanto, ho collaborato con molte persone diverse, per trovare una mia chiave.

Enrico Dolcetto ha tenuto le fila dal lato musicale e ho collaborato con produttori diversi per ogni brano, in base all’identità che volevo dargli.

Tra i tanti professionisti, musicisti e produttori che con cui ho collaborato negli anni, ho scelto quelli che, secondo me erano più adatti a sviluppare una visione e credo di esserci riuscito.

Ogni canzone ha la sua anima ma in primo piano c’è sempre il testo e la melodia, che sono le cose di cui mi occupo e alle quali tengo maggiormente.

Dopo aver chiuso “Cose silenziose”, senti di aver lasciato andare qualcosa o di aver custodito meglio ciò che conta?

Un po’ entrambe le cose: ho sicuramente la sensazione di aver lasciato andare qualcosa ma, allo stesso tempo mi auguro di aver lasciato qualcosa che conta per gli altri… me lo dirà il tempo!

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