Sono passati ben sette anni dal suo ultimo lavoro, ma per tutti i fan del chitarrista greco Costantine l’attesa sembra ormai volgere al termine. Il 31 maggio infatti uscirà il suo secondo album solista, intitolato Aftermath, in cui l’artista mantiene  fede alla sua vena melodic/progressive metal e fa sfoggio delle capacità che gli hanno fruttato il titolo di shredder.

Aftermath,  prodotto dalla Rockshot Records, si presenta con le sue 8 tracce come sommatoria delle più variegate influenze e si avvale della  collaborazione di molti validi artisti della scena rock e metal internazionale, come Ralf Scheepers (Primal Fear), Bjorn  ”Speed” Strid (Soilwork), Schmier (Destruction), Apollo Papathanasio (Spiritual Beggars, ex-Firewind) e Chris Clancy (Wearing  Scars).
Lo stesso Costantine, circa l’uscita del suo ultimo lavoro, dichiara di essere “davvero molto impaziente e non vedo l’ora di  condividere la mia nuova musica con i fan. Sono anche molto positivo sulle reazioni dei fan poiché l’album stesso include non  solo un brillante lavoro di chitarra, ma anche esibizioni fenomenali dei cantanti che hanno preso parte alle registrazioni”.
Costantine a partire dal 2007 ha militato in parecchie band di tutto rispetto (Nightrage, Descending, Mystic Prophecy,  Nightfall, Primal Fear), per poi dedicarsi al suo primo progetto solista nel 2010, “Shredcore“, a cui farà seguito Aftermath  alla fine di maggio.

Tracklist e artwork di Aftermath di Constantine

aftermath constantine recensione

  1. Bushido (Strumentale)
  2. Hellfire Club – (feat. Bjorn ”Speed” Strid)
  3. Press on Regardless – (feat. Ralf Scheepers)
  4. Another Day (feat. Apollo Papathanasio)
  5. Holding on ‘til the end (feat. Chris Clancy)
  6. Deliver Us (feat. Apollo Papathanasio)
  7. Elegy (feat. Bill Manthos)
  8. War and Pain – (feat. Schirmer)

Il disco comincia da subito con una sonora botta di adrenalina. “Bushido” è una corsa frenetica a cavallo di sonorità metal che  si fondono con fraseggi tipicamente hard rock, a cui si aggiunge la fluidità di synth ben adoperati. Coinvolgente ed  incontenibile, il pezzo strumentale di apertura scivola fluentemente verso il secondo brano. L’intro onirico di “Hellfire Club”  sembra quasi ingannare l’ascoltatore, che dopo poche battute si trova investito dalla potenza del riff di chitarra e da una  sessione ritmica tonante, che fa da preludio alla voce gutturale e stentorea di Bjorn “Speed” Strin; il cantante alterna  sessioni di growl a parti più melodiche, contribuendo alla policromia che caratterizza l’intero lavoro discografico. Il terzo  brano dell’album, “Press on Regardless”, si presenta con lo stesso espediente dinamico utilizzato per l’incipit del brano  precedente, da cui riprende anche le tonalità pesanti ma ritmate e le variazioni stilistiche; a fare la differenza è però il  timbro vocale di Ralf Scheepers, che con un graffiato pronunciato ma melodioso sembra provenire dall’heavy metal arcaico  professato da leggende quali Ronnie James Dio.

Un solitario rullo di tamburi segna l’inizio della quarta traccia del disco,  “Another Day”, a cui Apollo Papathanasio presta una voce per la maggior parte del pezzo pulita che però si sposa alla perfezione  con il più leggero impianto strumentale. Degno di nota l’assolo, nettamente proveniente dall’hard rock. Il quinto brano si apre  con una sorprendente introduzione di chitarra acustica, presto accompagnata dalla voce armoniosa quanto rabbiosa di Chris  Clancy. Ripetutamente intervallato da stacchi estremamente melodici, “Holding on ‘Til the End” rappresenta un rinfrescante giro  di boa per l’intero album. Sulla soglia della sesta traccia, “Deliver Us”, troviamo ad accoglierci una solenne quanto incisiva  ensemble d’archi, presto arsa dal ritmo forsennato scandito dalla batteria e dal ritorno alla voce di Apollo Papathanasio.  L’intero brano è ovviamente intriso delle capacità espressive e melodiche della chitarra di Constantine, costantemente in prima  linea. Penultimo brano in lista è “Elegy”, caratterizzato anch’esso dalla perfetta commistione tra melodia e potenza ritmica e  coronata dal timbro mutevole di Bill Manthos. Il pezzo è di fondamentale importanza nell’economia dell’intero disco, in quanto  va a stridere pesantemente con la bonus track finale “War and Pain”; cantato da Schmier, il brano rappresenta un energico colpo  di coda finale, che chiude l’album con la stessa carica esplosiva con cui si era aperto.