Charlie Risso-The light: un viaggio onirico per trovare se stessi – Intervista

di Paola Pagni

A due anni dall’ultimo album “Tornado”, la cantante e musicista Charlie Risso pubblica il nuovo EP “The Light“, disponibile in tutte le piattaforme digitali da venerdì 4 novembre e pubblicato da Incadenza.

Il terzo lavoro di Charlie Risso, seppur breve rispetto ai precedenti trattandosi di un EP, vede questa volta la produzione artistica di Federico Dragogna (Ministri). Mixato e masterizzato ancora una volta al Greenfog Studio di Mattia Cominotto già nei Meganoidi. I quattro brani del disco segnano l’evoluzione dell’artista genovese verso nuove dimensioni sonore ed emotive dai contenuti intimi e sinceri.

Rispetto alla discografia precedente, “The Light” segna una svolta verso sonorità più elettroniche, che in qualche modo permettono a Charlie di evolvere il suo percorso dal folk rock che aveva caratterizzato maggiormente le sue produzioni. Complice la mano di Dragogna, queste quattro tracce sono permeate di liriche soffuse e beat electro, che si sposano con un delicato dreampop dalle contaminazioni shoegaze. La componente elettronica, però, si integra del tutto con il mondo analogico delle chitarre, che in un loop circolare si rincorrono tra i solenni chiaroscuri disegnati dalla voce Charlie.

Abbiamo fatto qualche domanda a Charlie Risso, per capire qualcosa di più sull’origine della sua musica e di questo suo ultimo lavoro.

Intervista a Charlie Risso

Ma partiamo dall’ ep The Light, che è anche la title track dell’album: c’è un leit motiv che in qualche modo lega i 4 pezzi del ep?

Sicuramente gli elementi naturali che caratterizzano sempre un po’ i miei brani. In alcuni casi, come in The Light, si tratta di un fuoco, in altri di pioggia, ma sono sempre rappresentati come metafora di cose più complesse, delle difficoltà della vita. Poi ci sono gli spazi ampi della natura incontaminata, il rigenerarsi e riequilibrarsi. Possiamo dire che il leit motiv è il passare attraverso un dato percorso con una presa di coscienza di sé, cercando di tagliare via le cose più futili, quelle non necessarie per stare bene.

S.I.N. è enigmatico anche nel titolo, che letto senza punti significa “peccato”: ce lo vuoi spiegare?

In realtà è un acronimo di Summer In Norway, però mi piaceva l’idea di questo miscuglio agrodolce. Racconta di un viaggio straordinario in cui eravamo in due, in un luogo magico dal punto di vista naturalistico, però in qualche modo eravamo vicini ma lontani. In questo senso è un peccato, da qui Sin,  essere distratti e non viversi in pieno il contesto pacificante ed arricchente che si ha intorno.

Into the forest è ipnotica: in che momento l’hai scritta?

Questo brano è forse il mio preferito, perché abbiamo tradotto un pezzo che all’apparenza può sembrare folk, in sonorità più nordiche e leggermente elettroniche. Questo è molto centrato con un discorso di crescita personale ed artistica mia. Federico (il produttore) mi ha collocato esattamente dove volevo essere. Poi la foresta è comunque simbolo dell’ attraversare i problemi, affrontarli ed uscirne rigenerati dopo averlo fatto. Imparare anche a fare un po’ da soli: in questo pezzo c’è la consapevolezza che certe cose vadano affrontate senza il conforto degli altri. Noi con noi stessi.

Un po’ come la selva oscura di dante ma senza Virgilio?

Sì esatto, un percorso onirico di quel tipo. Poi le mie canzoni sono anche un po’ dei film, fanno vedere delle immagini.

Invece The Light è il primo pezzo dell’ep a cui hai anche dedicato un video, dove le atmosfere sono molto coerenti coi suoni: qual è il suo messaggio?

Eliminare gli elementi superflui, il consumismo, il fatto di vivere sempre di più in una società che macina cose e produce a tutti i costi, quando invece basterebbe cercare di trovare un equilibrio. Sembra una banalità ma è così. Io stessa vengo adesso da una bella camminata che per me è un vero e proprio resettare.

L’inglese si accosta perfettamente alla tua musica: ma hai mai pensato di passare all’italiano?

Sono molto proiettata verso l’estero a dire il vero. I miei ascolti sono tanto internazionali, questo fin da ragazzina, perché i miei genitori hanno sempre ascoltato molta musica americana ed inglese. Per cui di base scrivere in inglese è un processo che mi viene spontaneo. Poi per il lavoro di mio padre abbiamo sempre viaggiato, quindi ero quasi obbligata a parlare in inglese per comunicare. La musicalità della lingua poi senza dubbio aiuta. Pensandoci forse è anche una sorta di nascondiglio, perché per me per scrivere in italiano bisognerebbe essere veramente bravi, altrimenti non ne vale la pena. Se scrivessi in italiano vorrei saper scrivere come Battiato, per cui capisci che è proprio una grande sfida!

Quale sarà il prossino passo in senso artistico?

Ci sto già lavorando. Qualche mese fa ho ricevuto un messaggio sui social dall’ex bassista dei Bad Seeds, la band di Nick cave, dove mi invitava ad una residenza artistica in toscana, sul lago di Massaciuccoli. Io ero a lavoro su quello che sarà il mio quarto disco, che dovrebbe uscire nel 2023 e lui ne ha preso parte. Questo di adesso è un ponte perfetto tra il precedente lavoro ed il prossimo. Quindi è stato un percorso davvero spontaneo e naturale, anche se è un incastro così perfetto ce sembra fatto apposta.

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