Il 9 marzo 1994 moriva a 73 anni lo scrittore anticonformista Charles Bukowski. Il suo testamento artistico conta oltre 70 libri, che comprendono poesie, romanzi e racconti. Nonostante fosse poco interessato al cinema, la settima arte ha trovato la personalità del poeta americano stimolante, tanto da cinematografare la sua personale visione del mondo.

Charles Bukowski ha vissuto sempre al limite, e definiva la morte come “l’ultimo scherzo di una serie di brutti scherzi”, uno scherzo che l’ha portato via da questo mondo esattamente 25 anni fa. Come spesso accade nel caso dei grandi artisti, anche per Bukowski la morte fisica non riesce in alcun modo a bloccare la stima e l’ammirazione delle persone che continua a tramandarsi attraverso quelle parole che scorrono copiose sulle pagine dei suoi scritti. Perché per Bukowski la scrittura era una pulsione naturale, quasi necessaria, e nelle sue opere, disseminate di puttane, emarginati, scrittori solitari e personaggi segnati dallo stigma dei perdenti, è possibile trovare una vitalità senza precedenti.

In una Los Angeles dall’immagine glamour, piena di sole e celebrità, lo “scrittore maledetto” ritraeva nei suoi scritti la parte più sordida e tenebrosa della città californiana. E sebbene Bukowski avesse una vita nomade nel mezzo di un disastro, con lavori fugaci e viaggi da nessuna parte, trovò proprio nelle strade della città californiana il luogo a lui più vicino da chiamare “casa”, tanto che negli anni post-morte è stato omaggiato da diversi murales e graffiti sparsi per le vie losangeliane. Il romanziere statunitense, con il suo stile fluido, inconfondibile ed essenzialmente diretto, ha reinterpretato il genere noir e pulp del Novecento, dando un nuovo stimolo alla letteratura mondiale. I suoi amati e odiati personaggi passano il loro tempo tra sesso e alcol, al pub, in stanze malandate o in strada; non sono gli eroi che di solito ci aspettiamo nei testi letterari, ma sono cinici e caricaturalmente esagerati, agiscono nell’area di tensione tra l’autodeterminazione e l’auto-sabotaggio. I racconti, romanzi e poesie sono narrati in modo coraggioso, senza freni, da Charles Bukowski usando parole dure e frasi concise. Nei suoi scritti non c’è una analisi ben definita, non c’è alcuna metafora, c’è solamente la frenetica e assurda voglia di affidare all’immaginazione del lettore l’espressione della vita, senza avere il minimo bisogno di darvi a lui/noi un’ordine pregnante che ci aiuti a contestualizzare le sue opere.

Amato e odiato, provocatore innato, misantropo, alcolizzato, indiscreto, a tratti osceno e violento, lasciò Don’t try – non provare – come unica frase sulla sua lapide a San Pedro. Proprio lui che nella vita aveva davvero provato ogni cosa, scelse come sua ultima volontà di lasciare questa sua insensata eredità. Ma forse c’era da aspettarselo da un uomo così controverso.