In occasione del Cremonini Live 2018, Cesare Cremonini ha portato vent’anni di carriera al Palalottomatica di Roma, proponendo uno show ambizioso e sfavillante.

A volte le favole a lieto fine esistono anche nella vita reale. E talvolta la gavetta – che sembra essere sempre più bistrattata – riesce a formare un artista in modo che, in qualunque momento della sua carriera, non si spaventi di fronte a nulla e non tema il giudizio del pubblico. Su questa Terra, governata da entità superiori o abbandonata al proprio destino di pianetino sospeso dalla gravità, c’è ancora spazio per la realizzazione individuale, per il talento più cristallino; c’è chi ne è dimostrazione.

cesare cremonini roma live report

Parliamo di Cesare Cremonini. Dai lontani anni di Squerez?, ben vent’anni fa, il pianista e polistrumentista Cesare Cremonini ha rilasciato ad inizio 2018 il suo lavoro più ambizioso, Possibili Scenari, che fra citazioni letterarie e worm-holes lo conferma come uno dei più talentuosi cantautori che abbiamo in terra italica.

Doppia data a Roma per il tour dei vent’anni di Squerez, per uno show indimenticabile. Siamo al PalaLottomatica, che per l’occasione è stato allestito di pedana per gli strumentisti sullo sfondo, e passerella per l’istrionico Cesare; due maxischermi a metà fra il cyberpunk e l’Hollywood pre-riforma, due segmenti ondulati di quarantacinque gradi come nell’artwork dell’album, ornano il palco.

Alle ventuno, la band e Cesare Cremonini salgono puntualissimi sul palco, e parte fortissimo Possibili Scenari, brano finto allegro come del resto è tutto l’omonimo album (qui la recensione), ricco di sfumature lessicali difficili da cogliere e per questo incredibilmente interessante. Scarpe laccate, giacca di lustrini, acqua celeste nei maxischermi, ed è facile intuire lo spaventoso sforzo economico che c’è dietro questo tour – ripagato dall’amore del pubblico.

Si spengono le luci per la prima volta, cosa che si ripeterà nell’intervallo fra ogni brano, e l’effetto – probabilmente voluto – è quello del cielo stellato. Una coltre nera, diviene l’Arena del Palalottomatica di Roma, costellata dalle miriadi di piccole stelle dei cellulari. E si parte di nuovo con Kashmir Kashmir, brano funky fra i più geniali di Possibili Scenari: un viaggiatore musulmano, un “diverso”, un Cesare se fosse nato sulle ultime propaggini dell’Himalaya. Qui reinventata molto più jazz e meno elettronica, complice anche la presenza di sax, tromba e trombone.

C’è spazio per una sorpresa, un brano che non mi aspettavo di udire, Padre Madre: il Cesare Cremonini prima maniera, l’esordio solista Bagus del 2002, lo stesso di Vieni a vedere perché. Un uomo ormai adulto, all’apice del successo, che si ritrova ad interpretare brani scritti da ragazzino, eppure che contengono e sono ispirati da una sensibilità così delicata da far impressione. La stessa nostalgia, in quanto sembra che non siano passati solo sei anni da La Teoria dei Colori del 2012, che anima anche Il Comico, brano (anche questo), ricco di citazioni letterarie, in cui un triste attore di cabaret parla con una donna immaginaria.

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Se finora l’impostazione dei brani era stata sostanzialmente aderente alla versione studio, si subisce un’emozionante rivoluzione, fluente come l’acqua, in La Nuova Stella di Broadway, che viene resa molto più ritmata da una batteria più incisiva e synth più profondi, che ricordando il sound proposto dai Coldplay in X&Y: le modulazioni vocali di Cesare Cremonini sono impeccabili, nonostante questi saltelli per il palco come il Grillo Parlante, come Fred Astair senza la sua Ginger. Un’intro vivaldiana, barocca d’archi, introduce Latin Lover, estratta sempre da Bagus; si trasforma in una piccola opera classica, priva di percussioni e strumenti moderni.

Le sorprese continuano a susseguirsi, e rumore di pale di elicotteri riempie il Palalottomatica, seguita da un felicissimo momento country-dance quale il sound proposto da Avicii: c’è Lost in the Weekend. Lo scenografo dà però il meglio di sé in Buon Viaggio: sui maxischermi appare la Via Lattea, zoomando poi sulla Terra, piccolo pianeta (per ora) ancora blu, e finendo per creare effetti caleidoscopici su case, piazze, strade, città. Un po’ Carpenter, un po’ fantascienza cinematografica prima maniera. L’ending della prima tranche del concerto è affidato al fedele sassofonista, mentre sul palco appare un pianoforte: il naturale ambiente di Cesare Cremonini.

Delicata, malinconica, misconosciuta, si ode Momento Silenzioso. Un brano raramente proposto dal vivo, contenuto in Maggese: un attimo di riflessione, per sedersi a un crocevia, e guardare indietro verso la discesa scalata nel corso degli anni, il sudore asciugato dal vento e un sorriso stanco, ma soddisfatto. Una strada percorsa a piedi, non trainata dai colpi di tosse del motore di una 50 special. Del resto, i fan storici di Cesare Cremonini hanno orma quaranta anni, come lui stesso non manca di ricordare.

Sebbene abbia ventisei anni, per me, i brani di Cesare Cremonini, ricordano un po’ la giovinezza. Forse perché appartengo ad una generazione di nati già disillusi, e quel breve periodo di spensieratezza contenuto fra i tredici ed i diciotto anni è stato insindacabilmente sancito dalle sue canzoni, cantate da brilli dopo qualche Bacardi. Neanche a farlo a posta, dalle dita del nostro pianista preferito partono gli accordi di Una come te, brano fortemente responsabile della mia passione per i gatti.

Un gatto sul tuo letto ed un uomo nudo ad aspettare

Il vento che le soffia dentro non la può spostare

Ecco, dice Cesare, ma che significa ‘sta frase? No perché oltretutto una mia amica se l’è tatuata! Il bello di comporre canzoni è che poi sono del pubblico, e non devi più preoccuparti di cosa volessi intendere…

Personalmente l’ho sempre un po’ intesa come un certo senso di autocontrollo, che, nonostante il turbinio da vortice dantesco dei lussuriosi dei pensieri, una-come-lei riesce sempre a dominarsi e a proseguire per la sua strada. E si piange di gioia. O almeno io, piango di gioia.

Ragazzi miei, qui si continua a piangere come fontane. Sale sul palco l’altra metà di Cesare, un uomo che è un pilastro portante, il Groucho di Dylan Dog ed il Watson di Holmes: il bassista Ballo. Che da poco è diventato papà. Proprio nella tappa bolognese del tour: un ritorno a casa. Emozionatissimo, si gode il suo momento di gloria e torna poi nelle retrovie per lasciar spazio all’istrione, che si siede al pianoforte e suona quello che tutti speravamo, dedicandola alla piccola Camilla: Vorrei.

La ragazza seduta vicino a me, forse sedici anni, chiede all’amica come si possa intitolare quella canzone.

Uno degli album più intimi di Cesare Cremonini è Il Primo Bacio sulla Luna. E questa sera, solo piano e fiati jazz, viene proposta le Sei e ventisei: c’è malinconia, l’orologio ticchetta. Cremonini non ha paura di ammettere di volere una famiglia, di volere un amore, cui dedicare le altre mille canzoni che nasceranno sulla tastiera d’avorio. Il finale del brano, in cui si riaccendono le luci sull’intera band e viene proposto un ottimo contrappunto da parte dei fiati, è una pura esplosione.

E sulla falsariga dell’esplosione c’è Mondo, proposta in stile remix dance, seguita da Logico, ripensata in chiave rock, cancellandone la componente synth, facendone un brano che – se possibile – è ancor più pregevole dell’originale. Da concerto rock, istrionico e glam, sono anche le scintille che nascono, come stelle cadenti, dalle profondità del palco e vanno a morire schiantandosi sulla superficie. Si prosegue sempre sull’album logico, con Greygoose: e, ragazzi, non avevo mai realizzato che si trattasse della storia di una notte di sesso. Tutte quelle smancerie false che si dicono dopo la mezzanotte, in preda all’alcol – anzi alla vodka Greygoose – e Angelina e il suo make up il giorno dopo non ci sono più. Il matrimonio promesso non ci sarà mai, rimarrà solo quel bollente vuoto in mezzo al petto. Un po’ come Memory, dal musical Cats, ma al contrario: non è chi è che passa la notte sotto la luce dei lampioni a cantar, ma è il fruitore.

Fra intro di pura chitarra elettrica e laser, bianchi, accecanti, appaiono costellazioni sui maxischermi, forme che forse civiltà aliene hanno immaginato nei loro cieli; ed è la terza parte di concerto, con Dev’essere così. Con la chitarra country che ci culla, la notte vellutata scende di nuovo. Come nelle migliori tragedie, dall’amore si passa al dolore dell’abbandono: un dolore che per gli altri non ha molto valore, perché lo affoghi nell’alcol e nelle notti di sesso con le Angeline. Eppure, quando la tua ex ti invita al suo matrimonio, quella a cui hai dedicato un brano come Dev’essere così, non puoi far altro che spaccare tutto. Al tuo matrimonio è riarrangiata, solo chitarra acustica, per assomigliare allo stile di Simon & Garfunkel proposto nella colonna sonora de Il Laureato: abbiamo Dustin Hoffmann disperato al matrimonio dell’amata.

Il momento più alto dell’intero concerto si tocca, però, con Il Pagliaccio. Forse la canzone migliore mai composta da Cesare Cremonini, è una triste riflessione di un clown, come l’innominato protagonista di Opinioni di un Clown di Heinrich Boll. Gli schermi si tingono di rosso cremisi, c’è solo Cesare sul palco, un’ombra cinese; sugli altri musicisti scendono le luci. Il Pagliaccio proposto stasera è incazzato nero, e il suo lamento diviene heavy metal; la donna che l’ha abbandonato, nel romanzo di Boll, è creatura che sottende a tutto il concerto di Cesare Cremonini, senza però assumere mai i contorni di una persona reale. È puro rimpianto.

E c’è pure nostalgia di un tempo andato, sparito, quando sale Ballo sul palco, di nuovo: senza rasta, con incipiente calvizie esattamente come Cesare, il basso ancora imbracciato. Eppure, quello Squerez è ancora là, a ricordare chi siano stati i Lunapop: solo la 50 special forse non romba più di tuono. Si spengono tutti i cellulari, ed il buio è completo: c’è solo il canto felice di chi quella canzone l’ha cantata davvero in motorino, bigiando scuola. Quell’epoca gloriosa, quegli anni ’90, un po’ più lontani da Marmellata #25, che segue 50 Special: ma dov’è finita quella lei?

In quest’epoca di neon gods – per dirla alla Sound of Silence – che fine hanno fatto le romantiche lampadine a tungsteno che ornavano, fili penduli, i soffiti degli scantinati? Appaiono come fantasmi di pirati, quasi vergognose, sui maxischermi, e parte Poetica. Stavolta, in questa edizione acustica, la figura del Grande Gatsby è attualizzato, non ha una bella casa costruita solo per Lei, ma è solo un ricordo di un’epoca che è scomparsa prima ancora di giungere al suo climax.

Fra coriandoli multicolori, più tangibili delle scintille, la band e Cesare Cremonini escono dal palco, ma è il solito falso finale. Come in un sogno, parte la migliore delle buonanotti, la migliore delle promesse e degli auguri: Un Giorno Migliore, quest’oggi in salsa di marcetta militare. Bellissima e genialmente re-inventata.

Dopo più di due ore di concerto, vent’anni di carriera sono racchiusi in un inizio, un ouroboros che collega Squerez? a Possibili Scenari. Cesare Cremonini non ha bisogno di sognare un mondo migliore, per come è apparso stasera: eppure, là sotto, sotto i lustrini, sotto la voce perfettamente intonata e la scorza di geniale compositore, si nasconde un animo malinconico. Che è felice di essere cantautore di successo, ma che dentro ha un grande vuoto da colmare: e vorrebbe un portale per un mondo in cui ha tutt’altro.

Ti amiamo per questo, Cesare. Buonanotte a tutti.

Ph: Pasquale Colosimo