Cecilia Lasagno, arpista di Max Gazzè: “L’educazione musicale dovrebbe essere urgente così come lo sport, perché riesce a far venir fuori la capacità di astrazione ed immaginazione”

Oggi è l’ultimo giorno del mese “sanremese” per eccellenza, e non riusciamo ancora ad allontanarci dallo spirito colorato dai fiori della città ligure e dalle melodie che hanno accompagnato la scorsa kermesse.  E quale migliore modo di esorcizzare la malinconia da passato Festival se non quella di continuare la nostra rassegna “Dopo Festival”?
Ospite di questa puntata  è una protagonista inedita, fortemente voluta in questa rubrica, perchè – seppur in secondo piano – è stata una vera grande rivelazione. L’abbiamo vista entrare in scena trasportando quarantacinque kili di arpa, condividere il palco con un dei grandi poeti della musica contemporanea – Max Gazzè – nel suo bob biondo e dietro la sua lunga frangia. Cecilia Lasagno, classe 1989, come nasce la sua passione per l’arpa, uno strumento così insolito per la nostra cultura, e soprattutto a cosa deve l’incontro ed il sodalizio artistico con Gazzè. Sono tutte curiosità che saranno svelate in una divertentissima chiacchierata fatta con lei, mentre era già di nuovo in viaggio verso altri percorsi musicali.

Ciao  Cecilia, ormai ti etichettiamo come “l’arpista di Max Gazzè”, epiteto bello impegnativo, ma la tua storia musicale è ben più ampia che riassumibile solo in questa esperienza. Come nasce questa vocazione?
In realtà è nata già da piccola, ho visto l’arpa per la prima volta quando avevo cinque anni  e ho rotto le scatole ai miei genitori affinchè me ne comprassero una, messi alle stretta hanno dovuto farlo. A nove anni così ho iniziato a suonare, ho fatto il conservatorio, ho poi iniziato a cantare e adesso “me la suono e me la canto, ma sempre con l’arpa”.

Sei diplomata al Conservatorio in arpa classica, dico bene?
Giustissimo. Sai ero una scapestrata in realtà, ho avuto una insegnante molto brava che mi ha tenuta a bada.

Si vede già dalla tua fisicità e dal tuo impatto scenico che sei una matta, questa dicotomia tra il tuo animo rock and roll e la “leggiadra” dell’arpa, più da signorinelle nell’immaginario collettivo, ci ha lasciati un po’ stupiti.
In realtà questa è tutta una grande bugia perchè chiunque l’abbia mai trasportata un’arpa sa che bisogna avere l’animo di un autotrasportatore, bisogna avere la ditta di traslochi incorporata considerato che pesa quarantacinque kili.

Il tuo passato da performer di strada è tornato ingombrante anche a Sanremo quando – nella giornata libera dall’esibizione – hai allietato il passeggio ai sanremesi ed ospiti suonando  lungo le strade del centro, come ti hanno accolto?
In realtà questa cosa non è stata tanto percepita. È sempre bello suonare in strada, catturare l’attenzione e gli sguardi – anche a volte perplessi – delle persone, ma in quella situazione lì non credo ci abbiano fatto molto caso. Quella settimana specifica per la città di Sanremo è davvero molto frenetica, penso che le persone siano state molto concentrate nel capire cosa accadesse intorno a loro, quindi paradossalmente sono passata più inosservata di posti e situazioni più orientate. Ovviamente è stato ugualmente bello, c’è stato chi invece si è fermato, chi mi ha detto delle cose molto carine.

Se dovessi spiegare cos’è per te l’arpa e dire qualcosa per liberare questo strumento dalla sua aura di sonorità poco mainstream, cosa diresti?
Direi sicuramente che è un oggetto straordinario, che intorno all’arpa succedono delle cose molto belle, che se uno vuole il musicista deve ammettere che di pianisti ce ne sono diecimila mentre di arpisti duecento al più, ed è una percentuale che va considerata. È un ambiente che riesce ancora a conservarsi dolce ed inesplorato, quindi lo spazio per trovare qualcosa di bello da fare in musica lo si ritrova con maggiore facilità.

Lo diventerà mainstream?
Non lo so se lo diventerà, ma mi piacerebbe molto che fosse uno strumento considerato nell’educazione musicale. in realtà è uno strumento che ha alcune peculiarità molto belle che mi piacerebbe si diffondessero.

Per altro tu sei anche insegnante di arpa alle scuole medie, quindi questa tua attività si sposa bene con il discorso sull’educazione musicale.
Esattamente. L’educazione musicale dovrebbe essere urgente così come lo sport, perchè riesce a mettere in risalto o a far venir fuori la capacità di astrazione, la capacità di ascolto, la capacità di immaginare delle cose anzichè vederla. Purtroppo l’udito non è il primo senso che viene considerato quando si parla di educazione e crescita.

Io penso che la musica, sempre a proposito di educazione, abbia anche un forte potere di collettore sociale, in un’epoca in cui le nuove generazioni si rifugiano negli smartphone, imparare uno strumento, suonare insieme, sono cose che mancano sempre di più, non trovi?
E’ molto vero questo, è anche una cosa molto bella anche da saper fare con le mani, quella di suonare uno strumento. Ormai stiamo perdendo anche la manualità nelle cose, se ci pensi cosa facciamo con le mani più a lungo nella nostra giornata? Maneggiamo i cellulari. Con uno strumento potremmo provare a – come dici tu – dare un’alternativa ai nostri ragazzi. Questo può anche essere psicologicamente importante anche per l’autostima, uno magari non è bravo a scuola ma ha il talento per la manualità, il senso del ritmo, lo compensa con lo strumento.

Veniamo all’incontro con Gazzè, come è nata questa collaborazione e che reazione hai avuto alla proposta di calcare un palco, anzi IL palco, che è il sogno di quasi ogni musicista, a soli vent’otto anni?
L’incontro è nato nel momento in cui lui aveva bisogno di un’arpa per il suo pezzo, perchè era prevista nel suo organico, per vie traverse gli sono stata proposta io e con una buona dose di fortuna, eccoci qui. È stato gentilissimo, estremamente attento anche ai dettagli, si preoccupava sempre che l’arpa fosse a posto, che io fossi li. Mi è sembrato genuinamente contento di avere l’arpa e l’ho trovato anche a lui un po’ nerd  in questo senso, ed è stato molto bello. È stata un’emozione molto forte anche fisicamente. Un palco così grande, un’esibizione in diretta, una ripresa video, tutte cose così nuove per me ma di grande impatto. Ero anche molto preoccupata di rovinare il lavoro altrui, e invece fortunatamente è andato tutto bene.

“Alkemaya”, il nuovo album di Max, è un’opera sinfonica possiamo  dire, c’è la tua musica anche nella versione da studio?
Sì la mia arpa c’è anche nella versione da album di “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”.

Accantoniamo per un attimo l’esperienza sanremese, già così totalizzante, e parliamo del tuo futuro. Un nuovo album in cantiere. Ti va di darci qualche anticipazione?
Ma molto volentieri. Appena mi sarò ripresa del tutto da questa esperienza ritornerò in studio per riprendere la realizzazione del mio secondo album (il primo è uscito nel 2015) e saranno dieci canzoni di strazio amoroso devastante. Non hanno ancora una forma definitiva, a breve ce l’avranno, ma sicuramente saranno delle canzoni d’amore strazianti.

Cosa inserirai di questo confronto così massivo con tanti colleghi musicisti, nell’album?
Non lo so, penso lo capirò in studio. Possono succedere due cose: o vorrò un effetto di compensazione e quindi nell’album inserirò poche cose o, come credo invece avvenga più verosimilmente, le cose che ho potuto acquisire, vedere e anche rubare in quella settimana, mi accompagneranno in questa nuova opera. Io non avevo mai lavorato a quel livello, sicuramente spero che escano piano piano.

Tra dieci anni ancora arpa&country o chitarra&falò?
Arpa e country. Anzi facciamo una petizione io e te di fornire tutti i luoghi in cui si fanno i falò di una piccola arpa, così chi vorrà cimentarsi con questo nuovo strumento, anche in stato di ebbrezza, potrà farlo.

A cura di Fabiana Criscuolo

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-02-28T10:35:27+00:00 28 febbraio 2018|Dopo Festival, Rubriche|0 Commenti