Cosa potrebbe accadere, secondo album del trio Casino di Terra, esce a quattro anni esatti dal disco d’esordio, Ori.

Importanti cambiamenti si sono verificati nel frattempo nel gruppo Casino di Terra, come non manca di sottolineare la guida musicale della band, il sassofonista Edoardo Marraffa, nel definire gli anni intercorsi “creativamente molto fertili”

Che tipo di novità ci dovremmo aspettare da un musicista formatosi alla scuola del jazz e per questo in particolare familiarità con l’improvvisazione che già, di per sé, costituisce elemento di inesauribile innovazione? Un nuovo modo di fare musica, tutto qui. Che, per Marraffa, si traduce nell’incontro di due generi, il jazz e il rock, uniti in matrimonio già alla fine degli anni Sessanta da artisti del calibro di Miles Davis.

Per raggiungere lo scopo, però, serviva qualcosa di più, qualcosa che introducesse nuove sonorità nella linea seguita in questi anni dai componenti del gruppo, formato, oltre che da Marraffa, da Sergio Papajanni al basso e Gaetano di Giacinto alla batteria. Servivano loro, gli ospiti dell’album, Fabrizio Puglisi all’Arp Odissey, Valeria Sturba al violino elettrico e Stefano De Bonis al pianoforte elettrico.

casino di terra

Il risultato? Un disco sovversivo, in otto brani, che investe l’ascoltatore fin dal primo pezzo, Cosa potrebbe accadere appunto, e lo precipita in un vortice di suoni. L’intento è forse un po’ troppo ardito, a dire il vero. Il sintetizzatore di Puglisi, presente nella prima traccia e di nuovo, da assoluto protagonista nell’ultima, La gran follia, riproduce una dimensione metropolitana, confusa, nella quale non è chiaro cosa si stia vivendo, se l’incubo o l’allucinazione. L’ascoltatore si trova disorientato, intrappolato nella morsa di mille stimoli che non gli lasciano neppure il tempo di metabolizzare. E’ come strattonato, urtato, trascinato dalla mischia caotica dei suoni che lo circondano.  Il sax di Marraffa non è da meno e cerca di andare oltre certi limiti, deformando la voce tradizionale dello strumento alla ricerca di soluzioni espressive mai esplorate fino ad allora.

Con il secondo brano, Orlando, fa il suo ingresso in scena Valeria Sturba, che ritroveremo anche nel quarto, Golden Square. Il suo violino, che la musicista abruzzese ha imparato a conoscere in profondità attraverso un percorso di studi tradizionale presso il conservatorio di Pescara, prende le distanze dai progenitori che tanta importanza ebbero nella musica classica. In questi brani c’è voglia di evasione, di riscrivere le regole del gioco secondo il proprio gusto estetico, infischiandosene di ciò che si aspetterebbe la gente. Se si parte da questo presupposto, lo stupore non manca. L’incontro tra le corde e l’archetto danno vita a uno strano effetto, simile al cigolio di un ingranaggio arrugginito o alla frenata di un treno che giunge in stazione. Un suono straziante, capace di arrivare fin sotto la pelle.

Il terzo ospite, Stefano De Bonis, si ritrova in compagnia del suo Fender Rhodes in un solo brano, ma tanto basta per dare nuovo slancio a un disco che si avvicina alla conclusione. In Ma te ne sai di più, settimo pezzo della raccolta, torna la forte impronta della musica elettronica che sembra essere uno degli elementi caratterizzanti del nuovo lavoro dei Casino di Terra. L’attacco del brano è affidato a Sergio Papajanni e Gaetano di Giacinto che sembrano scostare la tenda dietro alla quale armeggia sulla tastiera, come un alchimista nel suo laboratorio, De Bonis. Ed ecco entrare dalla porta sul retro Marraffa, che, col suo sax, occupa il tavolo più grande per tornare a dividerlo da buoni amici con De Bonis in un dialogo incessante fino alla fine.

La partecipazione di musicisti come Puglisi, Sturba e De Bonis aggiunge quel tocco che mancava a un album che fin dal concepimento voleva segnare una svolta nell’itinerario artistico dei Casino di Terra. Artefice di tutto questo proprio Marraffa che, pur non rinnegando le origini jazz, ma anzi mettendole al servizio di una sperimentazione spinta all’eccesso, riesce ad accordare le esigenze apparentemente antitetiche di improvvisazione e composizione. La sua è più di una sfida, è una battaglia: “Si tratta di una dicotomia fuorviante, legata al concetto molto recente (e tutto occidentale) di composizione come realizzazione di un prodotto definitivo che può, al massimo, essere interpretato da un esecutore diverso dall’autore della composizione stessa”.

Che vuol dire? Vuol dire che anche un abile jazzista ha bisogno di darsi dei punti di riferimento armonizzando tutti i soggetti tirati in ballo. E lui, come musicista, che fa? Cerca l’appoggio del suo più fedele compagno, quel sax con cui ha condiviso tante avventure. A volte non si mostra tanto amico, a giudicare da certi sforzi esasperati a cui lo sottopone, strapazzandolo e privandolo del  timbro che ne fa uno strumento amato e facilmente riconoscibile. Questo accade, per esempio, nei  Fantasmi di Nadia. Ma anche in questi casi, piaccia o pure no, ci si trova davanti a un rapporto di perfetta sinergia tra un uomo e il suo strumento, come se quest’ultimo fosse l’arto, forse un po’ sbilenco, di un corpo completo.

In sintesi, solo un pubblico ristretto potrà capire cosa si cela dietro a quella frase che dà il nome all’album, Cosa potrebbe accadere. Un pubblico di iniziati che parla la stessa lingua dei nostri musicisti. Un pubblico che non cerca di dare risposte, di interpretare, perché, in fondo, non gli viene posta nessuna domanda, come si può notare dall’assenza del punto interrogativo in fondo alla frase.

Tutti gli altri, i non iniziati, avranno bisogno di tempo, molto tempo, per cogliere le sensazioni insite in ogni pezzo. Al primo ascolto l’album apparirà come puro frastuono e niente più. Riprovate. Forse non sarà al secondo, né al terzo tentativo. Magari non lo digerirete mai. E’ musica di nicchia, in un certo senso, e va assunta a piccole dosi. Un consiglio: tra un brano e l’altro provate a ristorare le orecchie con un pezzo di Chopin o Pachelbel. Vedrete che il forte contrasto vi aiuterà a stimare qualcosa del jazz rock oppure a capire che il genere non fa per voi.

Massimo Vitulano