A due anni da “Piedi in acqua”, Carmelo Pipitone torna con “Quinto Quarto”, un disco che amplia il suo orizzonte sonoro e linguistico. Undici brani attraversati da italiano, inglese, siciliano e arabo compongono un viaggio musicale in cui convivono tensione civile, memoria personale e curiosità culturale.
Dalle suggestioni del cinema epico – come Ben-Hur di William Wyler – alle citazioni letterarie di Italo Calvino, fino ai racconti familiari e alle riflessioni sull’inferno contemporaneo, Quinto Quarto si muove tra denuncia e intimità, ironia e dolcezza. La chitarra resta il filo narrativo che tiene insieme il progetto, ma con un approccio più essenziale, dove il gesto musicale si mette al servizio delle canzoni.
In questa intervista Pipitone ripercorre la genesi del disco: dalle nuove contaminazioni linguistiche all’influenza della vita quotidiana, fino al bisogno di trovare, anche nella musica, uno spazio di resistenza e di ritorno a casa.
INTERVISTA
“Quinto Quarto” è un titolo evocativo e fortemente simbolico: cosa rappresenta per te questa espressione e in che modo racchiude l’anima del disco?
Questo titolo è stato ispirato dai macellai “old school” del Mercato di Bologna, che sanno cosa significa il rispetto per il lavoro e per l’animale che viene sacrificato. Fa riferimento a quello che succedeva in Italia dopo la Seconda guerra mondiale, quando c’era la fame e dell’animale non si buttava via niente.
“Quinto quarto” è quindi una metafora: spesso le parti meno nobili erano anche le più prelibate.
Questo album è ricco di contaminazioni e di cambi di lingua (inglese, italiano, siciliano e arabo). Dopo due anni da “Piedi in acqua”, quali trasformazioni personali e artistiche ti hanno portato a questo nuovo capitolo?
“Quinto quarto” rappresenta la mia voglia di rinnovarmi, di trovare qualcosa di più profondo, provare cose che non avevo mai fatto e allontanarmi dalla mia comfort zone.
Da “Piedi in acqua” sono successe tante cose. Mi sono trasferito dal centro di Bologna a una zona più popolare, dove ho iniziato a frequentare persone molto stimolanti, di etnie diverse, tra cui anche dei musicisti.
Ho iniziato ad avvicinarmi ad altre lingue oltre all’italiano e all’inglese, come l’arabo, che – nonostante io sia siciliano – non avevo mai approfondito. Ho scoperto la musicalità e la potenzialità di questa lingua, che non è affatto semplice. Ha varie sfumature (classico, moderno, aramaico), tanto che talvolta anche gli arabi stessi hanno difficoltà a capirsi tra loro.
Io ho usato l’arabo classico, lo stesso che utilizzava anche Battiato nelle sue canzoni, un po’ come l’italiano accademico.
In un pezzo in particolare, “Barabba”, ho utilizzato addirittura l’aramaico antico, perché era la lingua più vicina al tempo a cui la canzone si riferisce. In qualche modo divento una sorta di Cicerone che aiuta l’ascoltatore a calarsi in quell’epoca storica.
Il disco si apre con un omaggio al cinema epico del passato, in particolare a Ben-Hur di William Wyler, con le musiche di Miklós Rózsa. Da dove nasce il desiderio di guardare indietro, a quell’immaginario “colossal” che oggi sembra scomparso?
Sono legato a quel tipo di film, perché me li facevano vedere i miei genitori quando ero piccolo.
Con alcuni amici cinefili abbiamo pensato che quel tipo di cinema, quasi teatrale, oggi non esiste più. Un cinema con meno parole e più espressioni, capace di trasmettere emozioni molto forti.
Ho sempre provato una specie di brivido lungo la schiena quando parte la colonna sonora di quel film. Ho voluto renderle omaggio utilizzandola come apertura dell’album, cercando di far entrare subito l’ascoltatore nel mio immaginario.
Nel brano “OM” citi Italo Calvino e Le città invisibili: “Cercare e sapere riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno…”. La musica può essere uno di quegli spazi di resistenza?
La musica deve, soprattutto in questo momento, continuare a essere uno spazio di resistenza.
È sicuramente una resistenza diversa rispetto a quella di settant’anni fa, quando bisognava resistere donando la propria vita. Nessuno di noi vorrebbe arrivare a provarla per capire davvero a cosa si riferivano i nostri nonni.
Per ora non siamo ancora tornati a quella situazione, ma dobbiamo impedire in tutti i modi che quelle storie tornino attuali.
Quindi sì, la musica può assolutamente aiutare e dovrà farlo: è l’ultima cosa che sentiremo prima di affondare con il Titanic.
In brani come “OM”, “Boffe a Manu China”, “Filo di lana” e “Scemo shuffle” affronti temi come tirannia, crudeltà e ignoranza. Che responsabilità senti oggi come autore nel raccontare questo tempo storico?
Chi scrive ha il dovere di mostrare esattamente cosa succede e dare un monito alle nuove generazioni su cosa sia la guerra.
È difficile anche per noi adulti capirla appieno, perché non l’abbiamo vissuta: l’abbiamo solo sentita raccontare.
Ogni volta che penso alla guerra ricordo mia nonna. Quando parlava di quel periodo cambiava il tono della voce. Quel ricordo la faceva ripiombare nel passato crudele che aveva vissuto, quando – con il bambino più grande, mio zio – era stata sorpresa fuori dal rifugio in cui si erano riparati e un aereo aveva sparato loro addosso per divertimento.
I giovani pensano di vivere in un videogioco facilmente gestibile e di poter risolvere tutto con un “chi se ne frega”.
“Tossica mente” parla di autodistruzione e ossessione per il superfluo. È una critica sociale?
La fascinazione per il superfluo attira.
Se dovessi descriverla, è come un livido che ti fa male ma che continui comunque a toccare, perché quel dolore ti dà anche piacere.
“Quasi aprile” è dolce e familiare. Chiudere il disco con questa immagine è un modo per tornare a casa dopo un viaggio tra inferni contemporanei e conflitti interiori?
Sono l’Ulisse della mia storia: torno a casa e ritrovo il mio angolino caldo, che sono i miei genitori, le persone più importanti che ho in questo momento.
Vedere i loro visi invecchiare, con qualche ruga in più, mi riempie di tenerezza. La forza che mi danno ogni volta che torno in Sicilia mi ricarica.
Ho voluto omaggiare i miei genitori e, attraverso di loro, tutti quelli che fanno il loro mestiere di genitori e si sacrificano per il bene dei figli. Anche quando questo significa vederli partire perché non riescono a trovare lavoro o a realizzarsi nella propria terra.
La chitarra, con i tuoi virtuosismi, sembra essere il filo conduttore dell’intero progetto. In che modo hai costruito il suono di questo album rispetto ai lavori precedenti?
Ho cercato di fare una cosa che non avevo mai fatto, o almeno non in modo così drastico.
Ho provato a suonare meno, a dare meno spazio ai virtuosismi dello strumento e lasciarne di più alle canzoni.
Il lavoro di crescita che sento di aver fatto è stato quello di togliere. In Sicilia si dice: “A megghiu parola è chiddra chi ’un si rice”: la parola migliore è quella che non si dice.
Avevo scritto un pezzo in “Piedi in acqua”, “Le vesti non servono più”, che parlava proprio di questo: togliere gli orpelli che ormai non servono più. È così che ci si prepara ad andare avanti.
Sei fondatore dei Marta sui Tubi: cosa cambia quando lavori a un progetto solista rispetto alla dinamica di una band?
Da quando ho iniziato a registrare dischi per il mio progetto solista ho sempre cercato di ragionare come una band, anche se in realtà è una one man band.
Una band gioca sull’emotività del momento, sull’improvvisazione che nasce mentre si crea qualcosa insieme. Si gioca anche sul fatto che si sta tra amici e si condivide un’esperienza. È proprio un altro campo, un altro campionato.
Io ho cercato di comunicare raccontando le mie storie, senza pensare di essere meglio dei Marta sui Tubi, perché non lo sarò mai.
Sono quello che ha scritto alcune canzoni per i Marta sui Tubi e, non avendo più la band con me, scrivo in modo diverso, accettando i miei limiti. È una dinamica differente.
Io provo anche a litigare con me stesso, ma poi faccio sempre pace, perché sennò non potrei mai far uscire i dischi.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)