«Canzoni da odiare» – Intervista agli Elephant Brain

di Giusy Alfano

L’11 Novembre scorso ho avuto il piacere di intervistare Vincenzo Garofalo e Andrea Mancini degli Elephant Brain.
È stato un confronto interessante e dai tratti esilaranti, che mi ha presa per mano, conducendomi all’interno delle complesse e tumultuose dinamiche di «Canzoni da odiare», il loro secondo album di inediti.

«Canzoni da odiare»
è figlio di un lavoro interamente svolto tra le mura domestiche durante il periodo pandemico che ha sconvolto tutti e che ha inevitabilmente fatto vacillare alcune certezze…

Edito l’11 novembre 2022 per Libellula/Believe, l’album è stato anticipato dai singoli “Anche questa è insicurezza”, “Neanche un’ora sveglio” e Come mi divori.

Elephant Brain
Elephant Brain; Canzoni da odiare




INTERVISTA

Ciao ragazzi e benvenuti su Inside Music!
Iniziamo col botto, 3 domande in 1, di quelle scontate, che alla Snai non vengono quotate neanche a 1: chi sono gli Elephant Brain, com’è fatto il cervello di un elefante e perché vi rappresenta?

Vincenzo: Ma no, dai, non è vero, non ce l’hanno mai fatta questa domanda! (ridono) Dunque, il cervello di un elefante è di dimensioni considerevoli, al punto da poter contenere la moltitudine di pensieri differenti di ognuno di noi e riuscendo a raggruppare tutte e cinque le teste… e poi, com’era? Mi sono dimenticato le altre due domande, mi avete confuso! (ride)
Esiste una storia riguardo agli elefanti, non sono sicuro se si tratti di una leggenda proverbiale o meno, secondo cui godano di un’ottima memoria a lungo termine: ecco, in questo senso noi non abbiamo un vero e proprio cervello di elefante. Spesso, infatti, tralasciamo cose importantissime e siamo dei procrastinatori seriali sotto più punti di vista, però, in particolar modo, ci sentiamo rappresentati dalla sua figura imponente. Anche in rapporto alla nostra musica, che ha delle connotazioni incisive e pesanti, una pesantezza che – non lo nego – talvolta può riguardare anche i temi trattati. Il cervello, invece, riguarda un po’ il fatto che non si tratta di musica buttata lì, ma di musica pensata e che lascia spazio alla riflessione.

Andrea: In realtà, di base, è perché ci piaceva questo nome (ridiamo). Se proprio devo essere sincero, la risposta che ha dato Vincenzo l’abbiamo elaborata nel corso dei 7 anni durante i quali, in ogni intervista, ci veniva chiesto perché avessimo scelto Elephant Brain come nome. Piano piano abbiamo costruito una narrazione al riguardo, che poi, nel corso del tempo, si è consolidata e ha acquisito un senso, facendoci ritrovare pienamente in quella scelta.

Da oggi, 11 Novembre 2022, è disponibile il vostro nuovo e secondo lavoro: “Canzoni da odiare“: se doveste dare, a chi ascolta i brani, una chiave di lettura complessiva dell’album, quale sarebbe?

Vincenzo: Noi abbiamo una peculiarità: quella di pensare alle cose molto alla “vecchia maniera”. In verità, non è un disco che prevede l’ascolto delle tracce singole, cioè ascoltate separatamente dal disco. Non a caso il disco ha un intro e un outro: ci piaceva molto l’idea che passasse il messaggio che è un disco che va ascoltato dall’inizio alla fine.

Dunque è un’esperienza.

Andrea: Sì, esatto, ci piacerebbe filtrasse questo concetto. Poi, per quanto riguarda una chiave di lettura, questo è un disco che abbiamo scritto durante la pandemia, quindi all’interno di quel periodo orribile che tutti ricordiamo. Ma, attenzione, non è un album che parla della pandemia! Quindi, la chiave di lettura potrebbe essere: il vivere tutte le cose che si perdono nella fase di crescita, come riuscire ad affrontare la perdita e accettare i passi falsi che si commettono.
Diversamente da come accadeva in “Niente di speciale” – che raccontava la fase stessa del cambiamento – “Canzoni da odiare” tratta del passo successivo al cambiamento, quindi del senno di poi. È un album un po’ più incentrato sull’accettazione di tutto ciò che comporta crescere, cambiare, avere dei riferimenti che si spostano, fare delle c*zzate che iniziano ad avere un impatto più pesante rispetto a prima, e che ti portano a tutta una serie di riflessioni. Dentro c’è tutto questo passaggio qui.

È anche un disco particolare, perché, trattandosi appunto di un album scritto in un periodo tremendo come quello che ha conosciuto tutto il mondo, di distanza fisica e confinamento, anche la sua lavorazione è stata insolita…

Andrea: Esattamente, era proprio quello che volevo aggiungere. È un disco che noi abbiamo tenuto a far uscire così, senza aggiungere dei pezzi successivamente. Nel frattempo, naturalmente, noi abbiamo continuato a scrivere, immaginando di arricchirlo con altri pezzi. Ci siamo resi conto, però, che erano già altre cose rispetto a questo disco. Abbiamo, quindi, cercato di dare una cornice a questi 8 pezzi, che avevano un senso solo se legati insieme, perché, appunto, erano parte integrante di quel periodo. Ne odiamo le canzoni anche un po’ per questo, probabilmente, perché ricordano tutto quel che è successo. Però, l’odio espresso nel titolo non è un sentimento negativo, è più un odio che si traduce in “Ok, ti affronto. Affronto questo periodo con tutto quel che c’è, sia di positivo che di negativo.”

Quindi canzoni da odiare, ma anche da amare, perché vi hanno offerto un gancio di salvezza in quel periodo.

Andrea: Assolutamente sì! È un modo di porsi davanti alle cose, è starci davvero al cospetto e all’interno, senza lasciare spazio all’indifferenza e alla disillusione, che potrebbero allontanarci dalle cose a cui teniamo. Uno scenario che avrebbe potuto tranquillamente verificarsi. La pandemia ci ha allontanati, ci ha tenuti lontano dalla sala prove, era un momento in cui non c’erano concerti, le uniche cose in cui potevamo ritrovarci erano quelle dirette sui social che dopo le prime volte avevano annoiato chiunque, rendendo verosimile che si creasse un sentimento di insofferenza. Questo è stato un po’ il nostro modo di affrontarlo.

Voi attualmente siete in tour, come è andato questo viaggio itinerante di anteprima del disco, finora? Quali riscontri avete avuto da pubblico? Siete soddisfatti? Che emozioni ne sono derivate?

Andrea: È stato bellissimo! Un inizio migliore, per questo di tour, non potevamo immaginarlo. È molto strano per noi vedere sotto al palco persone che cantano le nostre canzoni. Siamo ancora in quella fase in cui ci fa davvero effetto e ci ripaga di tutti gli sforzi fatti. È veramente una bomba! Anche quando uscì “Niente di speciale”, avevamo dei feedback di persone che avevano ascoltato il disco e ci scrivevano magari sui social, ma vedere le persone venire ad abbracciarci a fine show, oppure scendere durante il concerto a pogare in mezzo alla gente, è una roba che ti dà carica ed energia per poi dire “dai, continuiamo”. È il motivo per cui, tra l’altro, perseveriamo nel suonare e nel salire sul palco. Noi siamo lì per due motivi: il primo sono le persone che ci dedicano del tempo e che dobbiamo sempre ringraziare, il secondo è per preservare la nostra sanità mentale.

Invece, rimanendo in tema live, una curiosità nosense: qual è stato l’ultimo concerto al quale avete partecipato voi?

Andrea: Mhhh, l’ultimo concerto al quale sono stato io è stato quello dei Foxing a Portland. È stato veramente incredibile.

Che meraviglia, io li vidi nel 2017 a Torino!
Ritornando al disco, questo è il secondo lavoro che vi vede a collaborare con Jacopo Gigliotti (bassista dei Fast Animals and Slow Kids): cosa ha significato per l’evoluzione della vostra figura artistica, collettiva e individuale, questa collaborazione?

Andrea: La presenza di Jacopo all’interno della band è…

Vincenzo: Un po’ … particolare, diciamo!

Andrea: Esatto, un po’ particolare. Però è come se fossimo tutti parte di una grande famiglia. Quando abbiamo una persona con la quale ci troviamo bene, con cui c’è una risonanza emotiva positiva e che ci dà carica, quello, per noi, è già un motivo che ci spinge a lavorare insieme. Con Jacopo è stato così. Quando abbiamo registrato il nostro pezzo con lui – “Ci ucciderà” – ci eravamo tutti proposti di star a vedere come sarebbe andata. Ed… eccoci qua, al secondo disco insieme. Ci ha veramente trasmesso tantissime delle sue competenze, tanto nella registrazione dei pezzi, che nella condivisione di idee molto distanti dalle nostre.
Inoltre, noi siamo cinque teste che discutono su una frase anche per giorni e giorni, mentre lui ci dà un po’ una regolata, quindi per noi è fondamentale. Poi i FASK hanno un profilo professionale altissimo, è bello per noi confrontarsi su svariati temi, ci fa crescere davvero tanto. Lui è una persona impagabile. L’unico che potrebbe avere la pazienza di sopportarci.

Vincenzo: L’unico che ci potrebbe registrare, perché noi impieghiamo davvero tantissimo tempo. Specialmente con le chitarre! Ed è ben diverso da lavorare in uno studio di registrazione, in cui hai le ore contate o determinate tempistiche. Con lui ti puoi prendere il lusso di registrare con calma, senza la fretta che ti scada il tempo.

Vi ha un po’ adottati, mettiamola così, è quasi un padre spirituale.
Parlando di testi, invece, fin dagli albori, li ho sempre trovati molto complessi, alla stregua del “letterario”: ragion per cui sono proprio curiosa di chiedervi quali siano le vostre influenze, non solo musicali, ma anche letterarie.
Vincenzo: Intanto ti ringraziamo! Per quanto riguarda le influenze musicali, ci spostiamo sul midwest: PUP – anche se sono canadesi, in verità – Origami Angel; Mom Jeans; Spanish Love Songs; American Football etc., tutte band che ai nostri occhi, nel panorama italico, possono apparire stra-sconosciute, ma che in America, in realtà, fanno tour che durano mesi interi, per tutto il continente.

Andrea: Noi, essendo in cinque, abbiamo la possibilità di portare negli Elephant Brain tantissime intrusioni musicali. È sicuramente importante andare sempre a ricercare musica nuova e particolare, che arricchisca il bagaglio culturale. Dall’altro lato, non trovo giusto dimenticare le radici. Ad esempio, sul fronte italiano, citerei Niccolò Fabi, che ci ha influenzato tantissimo. Lo ascoltiamo tutti. Tranne il bassista. (ridono)

Voi siete un connubio perfetto, effettivamente, il vostro gruppo consta di cinque elementi, ma se io non vi conoscessi e vi ascoltassi per la prima volta, penserei che dietro ci sia una sola persona, il risultato è veramente omogeneo.

Andrea: Sì, ma è uno sbrocco quel che avviene in sala prove. Dal punto di vista letterario è un po’ la stessa cosa, io molto spesso mi ritrovo a leggere dei libri e a trovare frasi che mi ispirano, che cerco di portare avanti nella fase di scrittura. È la base e la scintilla di tutto il lavoro. Non a caso, la nostra scrittura è molto diretta. C’è anche la poesia all’interno della nostra produzione: c’è molto Sandro Penna, Aldo Nove – che, non a caso, sono scritture immediate. Ma anche il minimalismo americano, oltre alla parte più autobiografica, perché, fondamentalmente, le canzoni parlano di noi: quindi Emmanuel Carrère, oppure, un autore norvegese da cui abbiamo attinto tanto a livello testuale e che però ho evitato di far leggere al resto della band (ridono): Karl Ove Knausgård; passando per Mark Strand, un altro poeta incredibile da cui prendo spunto spesso, e poi Saramago, António Lobo Antunes… sono queste le reference.

Chiaramente, i testi partono sempre da un’idea che introduce uno di noi, e poi ci lavoriamo insieme finché non arriva a parlare a ognuno dei componenti. Quel che ne deriva ha già incontrato il filtro di cinque persone, rispecchiando la vita, i sentimenti di ciascuno, nel modo più generale e meno autoreferenziale possibile per la singola persona. Dopo un processo del genere, è più facile che arrivi anche ad altre persone. Questo è quel che cerchiamo di far con tutte le nostre energie, ed è un lavoro molto lungo.

Ultima e poi vi lascio liberi: progetti per il futuro? Potete già anticiparci qualcosa?

Andrea: Voglia di suonare! Abbiamo proprio voglia di portare questo disco sul palco, insieme a “Niente di speciale”, che è un’esperienza meritevolissima di esser vissuta live.

Vincenzo: “Niente di speciale” non ha mai visto il palco perché un mese dopo la sua uscita c’è stata la pandemia e il mondo si è bloccato. Quindi abbiamo voglia di suonarlo. Inoltre, questo secondo disco è progettato proprio per essere suonato dal vivo: l’intro è stata pensata proprio in ottica dello spettacolo live. Dunque, lo confermo, i progetti per il futuro sono i concerti! Logicamente, in aggiunta a questo, c’è sempre l’intenzione di fare musica nuova, ma per il momento ci godiamo l’uscita del disco. Se ne parlerà… almeno, fra due settimane!
Ieri sera riflettevo sul fatto che l’uscita del disco è un momento un po’ mistico. L’aspetti tanto, e poi, in un baleno, sei lì che ti chiedi “E adesso?! Non vediamo già l’ora di scrivere il prossimo!”. Oggi siamo un po’ svuotati: della serie “dai, è andata”, che è una sensazione strana, da un lato sei colto dalla perplessità, dall’altra sperimenti un senso di rilassatezza.

Un po’ assimilabile alla sensazione che si sperimenta dopo un esame, insomma.
Ragazzi, io vi ringrazio del tempo che mi avete dedicato, vi faccio un enorme in bocca al lupo per l’album e per il tour che seguirà, e ci vedremo sicuramente in giro, prossimamente.

Crepi il lupo e grazie a te per il tuo tempo, e ci vediamo presto. Daje!

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