“Californication” dei Red Hot Chili Peppers è il vinile della settimana.

Ci risiamo, questa volta è giovedì. I miei amici dei Discopatici, Rita e Stefano, sono andati in vacanza ma hanno lasciato me con la solita fame di vinile della settimana. È giovedì dicevo, un cambio di calendario dettato da una serata col mio migliore amico che – da sempre – ha la priorità su tutto. Insomma senza alcun suggerimento, che LP ascoltiamo stasera? Questo percorso “individuale” non può che iniziare con “Californication”, album evergreen dei Red Hot Chili Peppers, datato 1999.
E’ ora di cena, ma stasera non ho il vincolo di cucinare, a pranzo con il suddetto amico (e l’immancabile coinqui-amico filippino-siciliano) ci siamo deliziati con la parmigiana di melanzane, eroi nel friggere quando fuori ci sono trentatrè gradi. Ma come si dice: “quando c’è l’amore..”, ah no, questa si chiama fame. Insomma risolto il problema cena, messa nel forno la porzione di riciclo, è ora di cercare in fondo agli scatoloni del trasloco proprio questo vinile, Californication, alzare la puntina del giradischi e godersi lo spettacolo.

Mentre frugo fra pezzi di vita racchiusi in pacchi disseminati ovunque in giro per casa ho davanti a me la stessa scena, mio cugino – Mariano – in realtà mio fratello maggiore, nel 1999 aveva quindici anni, io otto. È stato lui a comprare il CD di Californication per poi regalarlo a me, una vera folgorazione chiamata Flea. Da allora – vent’anni dopo – con lo stesso amore, il vinile, data la nuova passione per il vintage, è pronto a riportarmi indietro con la mente in un viaggio lungo tutta la mia esistenza.

Neanche il tempo di incrociare le gambe e sedermi a terra in mezzo a pezzi di vita racchiusi in box di cartone che il basso di Michael Balzary (Flea) da uno scossone alla mia malinconia, seguito da un urlo di Kiedis e dal rullo di bacchette di Chad Smith. È il momento di “Around The World”, che sembra un monito per me, “In giro per il mondo potremmo recuperare del tempo schiamazzando e sbattendo i piedi perché mi sento al massimo”, inizia Anthony. Un recupero da cosa, dal tempo perso senza John Frusciante? Pare proprio di sì. Il solo modo in cui potrei immaginare di andare avanti sarebbe se John tornasse nel gruppo.Queste furono le parole che Flea pronunciò ad Anthony Kiedis pochi giorni dopo aver cacciato via un Dave Navarro interessato sempre più a farsi piuttosto che a suonare e comporre. Dopo un deludente “One Hot Minute” (1995) la creatività della band era al minimo, la critica li aveva demoliti, serviva uno scossone, e gli incroci del destino fecero sì che proprio in quel momento Frusciante fosse dimesso dalla clinica dopo essersi ripulito. Un rientro in band non proprio facile per il maestro delle sei corde che era sprovvisto sia di elasticità muscolare che di chitarre fisiche, vendute tutte per reperire la droga. Ma “dove due vogliono, cento non possono” direbbe mia nonna, così Anthony gli regalò una Fender Stratocaster del 1962 da cui non si separerà più, neppure quando, successivamente, il suo roster chitarristico si rimpinguerà nuovamente di tantissimi altri modelli. Tutto ciò che serviva adesso era un garage e suonare, suonare e suonare, ovviamente nello stile californiano, o “alla Californication”.

È il momento di “Parallel Universe”, sesto singolo estratto dall’album, si avete letto bene S-E-S-T-O. Quando un album è un capolavoro, come aspettarsi che ogni traccia non diventi una hit? Un giro di boa rispetto al brano precedente, Flea si rilassa, da una sterzata alle linee di basso funk e si allinea su melodie più punk-rock, la canzone affronta delle liriche più scure, temi più introspettivi rispetto a quelli su cui la band ha avuto in genere una reputazione.

Quando viene eseguita live la canzone viene solitamente conclusa con un assolo di chitarra improvvisato di John Frusciante, nonostante esso non sia presente nella versione studio di Californication. Durante il By the Way tour veniva spesso introdotta da una cover del brano Latest Disgrace dei Fugazi, mentre nel Roll on the Red Tour era suonata come ultima canzone prima dell’encore. Un ritorno in squadra di John suggellato dal testo di “Scar Tissue”, primo estratto dell’album, anzi anticipatario della sua uscita, il testo celebra il tema della “rinascita” nella fattispecie quella dall’eroina. Un tema quello delle dipendenze da eroina e codeina che è il fil rouge fra tutti i membri della band, sarà questo il motivo per il quale Anthony ha preferito dare questo stesso titolo anche all’autobiografia con cui mette a nudo tutte le sue debolezze? Sul riff in cui Frusciante da il meglio di sé – ritornato nel suo spolvero migliore – e negli assoli di Kiedis che hanno fatto la storia si è già detto il dicibile, nota di merito è il video, I diretto da Stéphane Sednaoui, e rappresenta un sequel non ufficiale di quello per “Give It Away. Questo clip, anch’esso diretto da Sednaoui, mostrava i Red Hot Chili Peppers che sperimentavano il loro classico funk rock in un deserto in bianco e nero. Otto anni dopo riappaiono in un deserto, ma non sono più in bianco e nero e si ripresentano molto più tranquilli. All’inizio si vede John Frusciante alla guida, metafora del suo ritorno alla guida musicale del gruppo (nella vita reale non guida nessun’auto). I quattro appaiono tutti feriti ed incerottati, mentre viaggiano in un’auto arrugginita e suonano strumenti musicali a pezzi sulla strada del “ritorno”. Il video termina dopo 30 secondi di assolo chitarristico di John, durante il tramonto. Alla fine Frusciante getta via la chitarra.

Alzo volontariamente la puntina del giradischi e medito se stoppare l’ascolto di Californication o andare avanti in previsione del quarto brano, la croce e delizia del vinile è che non puoi fare avanti e indietro e pilotare i tuoi ascolti, le canzoni scorrono tutte, che tu lo voglia o no. Mi alzo da questo cumulo di pacchi e torno in cucina, ho bisogno di una pausa. La parmigiana è nel piatto, fumante, pronta ad essere addentata, rigorosamente in piatti di plastica usa e getta, stasera non c’è tempo per l’ordine, è una serata di riciclo, di consumo e consumismo, non è la vita stessa attuale a basarsi su questi principi? Non è un caso che l’istinto stasera mi abbia guidata verso questo vinile, dove la title track è una denuncia a tutto ciò. Mi stappo una birra ghiacciata, di cui non vi dirò nulla perché i Red Hot meritano più stile di una Beck’s rimasta in fondo ad un frigorifero semivuoto da trasloco alle porte, inizio a (ri)gustare la mia cena (ex pranzo) e le parole di Flea sul conto di Frusciante non riescono a togliersi dalla mia mente. L’amicizia ti salva, anche quando sei sull’orlo del baratro. Il “signor G.” è il mio Flea. Due esistenze particolarmente scombinate le nostre, un caos imperante quello che regna nelle nostre coscienze, conti irrisolti col destino, scotto di scelte fatte o non fatte per inerzia che stiamo pagando a peso di capelli bianchi prematuri e ritmi circadiani alterati, insonnie must have e una comune unione nata nel limbo degli accidiosi prima, degli alcolisti in seguito. Ognuno ha la sua clinica e la sua dipendenza, la mia non era da alcuna sostanza ma da un amore pericoloso, non sbagliato, quello non lo è mai quando ami, ma dannoso per la mia salute. E quando le tue energie sono ridotte al minimo, ma ti impegni a rialzarti, servirà un Flea che ti dica “Hey amico, adesso è tempo che tu faccia ricordare al mondo le tue potenzialità, e la tua logorrea!”, che ti riporti in un garage a suonare o su un divano di casa a trovare soluzioni irrealistiche per realizzare una camera anemoica artigianale. Un sorriso mi riporta in camera pronta a far fluire “LEI”, è il momento di “Otherside”, su cui potrei dire tutto, che è la mia compagna di ogni giornata da quei famosi otto anni, che nei periodi “no” mi privo del suo ascolto per riuscire ad associarla sempre e solo a cose belle, che il riff iniziale di chitarra è ciò che maggiormente fischietta mio padre, e potrei non dire nulla. Preferisco che parlino le note per lei, per la “mia lei”.
È tempo del Lato B del primo dei due vinili di Californication, tocca a “Get On Top”, e poi “Californication” la title track dell’album rischiò paradossalmente di restarne esclusa. Il testo, al quale Anthony Kiedis teneva molto, venne scritto durante un suo viaggio in Thailandia ma nonostante gli sforzi non si riuscì a trovare un arrangiamento soddisfacente. Ne vennero provati dieci differenti, con altrettanti differenti cori che però non convincevano la band. Kiedis considerava il brano il perno del disco e insistette per completarlo prima di entrare in studio di registrazione. Frusciante trovò la chiave giusta stravolgendo il brano e arrangiandolo nella versione finale conosciuta, appena due giorni prima delle registrazioni, dopo avere tratto ispirazione dal giro armonico iniziale della suite Carnage Visors dei The Cure. Composta in La minore, e caratterizzata da note di chitarra e basso alternate in intro, parla del lato oscuro di Hollywood e stereotipa i suoi stravizi e gli eccessi.  “Easily” è una traccia lenta, il neo del disco, un “down” apparentemente buttato lì nella sua lentezza fra hit assolutamente “up”.

Verso uno shot di “Zacapa” il rum che ho iniziato ad apprezzare insieme a colui che mi ha iniziata ai Red Hot, mentre cerco tra gli scatoloni l’autobiografia di Anthony lasciata chissà dove, prestata chissà a chi, ritrovando una vecchia stampa di Basquiat, l’artista americano che convinse Frusciante ad esporre in una galleria. “C’è qualcosa di incredibile nella fortuna che abbiamo avuto nel momento in cui abbiamo iniziato a far musica, cioè abbiamo dimenticato il passato. Non abbiamo aspettative, pressioni, consapevolezza. Tutto ciò scompare quando ci mettiamo a suonare. Non so come mai, sarà per come Chad suoni la batteria o per come John si perda nel cosmo, o per come Flea ci dia il ritmo, ma credo che quello che facciamo è abbandonarci a qualcosa di spirituale e suonare giusto per il gusto di suonare” Fortuna che ho avuto io quel 1999 a togliere dalla pellicola quel CD, e che ho oggi mentre impacchetto la vita pronta a vederla ricollocarsi chissà dove, con chissà quale colonna sonora. Ma nella vita c’è bisogno di punti fissi, di certezze, come questo album (che la prossima settimana continuerà nel suo viaggio con il secondo vinile), come questo rum, come il “signorino G.”.

A cura di Fabiana Criscuolo.

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-12-10T12:47:24+00:00 14 Luglio 2018|I Discopatici: malati di vinile|0 Commenti