Caleido, cantautore Livornese che suonava in gruppo rock -Intervista –

di Paola Pagni

A distanza di un anno dalla pubblicazione dell’album Popcorn, Caleido pubblica oggi il nuovo singolo Noi Suonavamo In Un Gruppo Rock, in radio e su tutte le piattaforme digitali. Il cantautore livornese prosegue intanto il tour realizzato in collaborazione con Open Stage, che toccherà diverse piazze italiane nelle prossime settimane.


Scritto da Caleido, che l’ha composto insieme a Francesco Massidda, e prodotto da David Paysden e Giordano Colombo, Noi Suonavamo In Un Gruppo Rock è un brano che guarda con struggente nostalgia agli anni Novanta, il periodo in cui Caleido – giovanissimo –  ha effettivamente cominciato a suonare.

Erano gli anni del Britpop e del Grunge, protagonisti della colonna sonora della vita dei teenager di quel decennio, e di una scena musicale esplosiva e contagiosa che ha contribuito all’avvicinamento alle chitarre da parte di un’intera generazione di giovani musicisti.

Caleido è Livornese, trasferito da poco a Milano, ed in un caldo pomeriggio di Giugno, abbiamo scambiato qualche chiacchiera con lui. Ci parlato della sua musica, della sua scelta, aggiungendo un pizzico di nostalgia.

Intervista a Caleido

Il nome Caleido ha un significato particolare?

In realtà scelsi il nome perché ero appassionato di una band italiana degli anni ‘90 che fece uscire questa canzone dal titolo Caleido. Rimasi colpito proprio dal suono della parola, e pensai subito che fosse bello da usare, anche come nome di un progetto. Poi ho scoperto che il suo significato è “bella forma”, , ma il vero motivo per cui l’ho scelto è stato solo un atto di nostalgia.

Anche “Noi Suonavamo in un Gruppo Rock” è un brano dichiaratamente nostalgico e molto evocativo. Ho letto che la scintilla è partita guardando un video dei Pulp, è vero?

Io ho suonato realmente per anni in una band, facevo il bassista. Avevamo anche un certo seguito ed avevamo anche dei contratti, insomma: lo facevamo seriamente. Poi con la pandemia si è fermata la vita e si è sciolta la band. Quindi quella sera di cui parli, ho pensato a questo e mi è venuto da scrivere un pensiero sul computer. Questo pensiero finiva proprio con questa frase: noi suonavamo in un gruppo rock. Qualche giorno dopo mi sono ripreso quel pensiero per rileggerlo e quella frase mi colpì un sacco. Pensai che sarebbe stato un buon pretesto per scriverci una canzone. E quindi l’ho fatto, semplicemente.

Come vivi artisticamente il confronto con le nuove generazioni?

Mi rendo conto che è passato molto da quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni a 14-15 anni, visto che adesso ne ho quasi 33. Io ho fatto questa sorta di bilancio perché resto molto ancorato a quello che ho sempre ascoltato e sempre scritto. Mi piace molto l’evoluzione e lo sviluppo che ha il processo artistico, e di conseguenza anche il mutamento che avviene nelle nuove generazioni. Anche se io non riesco a trovarmici del tutto. Per cui continuo per la mia strada senza seguire la moda accontentando le nuove richieste. Perché è anche giusto che anche un ragazzino di oggi potesse anche rivedersi in qualcosa del passato. E penso che il cantautorato non sia mai finito: di recente ho visto il concerto di Cesare Cremonini e mi sono reso conto che era pieno di ragazzi molto giovani, per cui fortunatamente quella roba piace.

Hai accennato al fatto che non ti trovi molto con i generi musicali di ultima generazione

Principalmente è che io non riesco proprio a farli i generi dei 20enni di oggi. Se ci provo, mi infango. Sono comunque felice che abbiano un loro momento identificativo, con i propri gusti, così come lo avevamo noi. Io ricordo di quanto mi sentivo fiero ad andare in giro con la maglietta degli Smashing pumpinks, ed è giusto che loro abbiano i loro riferimenti generazionali.

Il tuo primo EP, La Fine Del Mondo, esce nel 2018, ma il tuo incontro con la musica è avvenuto molti anni prima. Cosa ti ha fatto passare dalla musica allo scrivere canzoni?

Io l’ho sempre fatto in realtà. Poi ho avuto il periodo in cui sono entrato in questa band ed ho un pochino accantonato la cosa. Però dopo circa un anno e mezzo ho avuto l’impulso di scrivere delle canzoni. Così, in maniera molto semplice, nella mia camera. Quelle canzoni poi le ho fatte sentire agli amici, che mi hanno molto incoraggiato. Così ho iniziato questo progetto veramente “home made” ed indipendente. Tipo l’indie stile anni 90 in cui facevi tutto da solo compresa la promozione. Così hanno iniziato a smuoversi delle cose interessanti ed io ci ho creduto talmente tanto che poi sono riuscito ad ottenere un contratto discografico. Così i miei due manager, Colombo e Tardelli, mi hanno detto: perché non facciamo un disco cantato da te? Ed era esattamente quello che volevo. Siamo poi partiti in maniera professionale e siamo arrivati fino ad oggi.

Per un periodo ho portato avanti entrambe le cose: era molto impegnativo ma anche molto bello.

Ti senti bene in entrambi i ruoli, cioè come membro di una band e come solista?

Sono due cose molto diverse in realtà, nonostante alla fine sia lo stesso mestiere. Diverse per il semplice fatto che suonare in una band ti dà sempre una spalla su cui appoggiarti in tutte le questioni da risolvere, mentre oggi devo confrontarmi con tutto da solo. Sono io a parlare con i manager, sempre io durante il post concerto con il pubblico, ad esempio. Però a me piace di più portare in giro le mie canzoni e far sentire quello che ho da dire. È proprio un bisogno di raccontare e tirar fuori quello che ho dentro. Fuori dal palco però la band diventa una famiglia, cosa che facendo musica da solo non c’è. Come ti dicevo, sono due cose molto diverse, ognuna con pro e contro.

Secondo te il cantautorato oggi è un mondo collaborativo?

Nella provincia, come può essere Livorno, ho trovato più difficoltà in questo senso, perché c’è più la mentalità del “devo fare meglio di te”. Mentre quando mi sono trasferito a Milano ho trovato più voglia di collaborazione, senza bisogno di avere una supremazia nella scena. Anzi, ho trovato molta voglia di portare avanti progetti collettivi ed inclusivi, e questo mi è piaciuto molto. In primis perché mi ha permesso di lavorare con altri, e poi anche di scoprire cose al di là della mia esperienza artistica e creativa.

Questo pezzo è il primo passo verso un nuovo EP?

Ho una cartella ricca di canzoni e sicuramente qualcosa succederà, però ancora non abbiamo deciso. Faremo sicuramente uscire un po’ di singoli, non so ancora quali, ma di canzoni da far sentire ne ho diverse e da qui a settembre ne scriverò altre. Vediamo.

Hai appena concluso un tour, non so se sono state aggiunte altre date nel frattempo: quanto conta il live per te?

Per me suonare live è la cosa più importante che ci sia. È la conclusione di un iter perfetto: scrivere, registrare, cantare live. Quello è il momento in cui c’è il contatto, dove non sento più soltanto cosa ho scritto, ma lo sparo in faccia a chi è venuto ad ascoltarmi. E poi è bello tutto il contesto: il viaggio, la preparazione, il post, dove conosci persone che a volte non rivedrai mai più, o anche chissà quando. Per cui in quei momenti c’è una sincerità estrema, e per me è una cosa bellissima. Io vivrei di live.

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