Calcutta a Rock in Roma: la spontaneità di una serata qualunque – [Live Report]

di Elena Fioretti

Un gradito ritorno a Roma: Calcutta ha debuttato giovedì 27 giugno al Rock in Roma, ormai consacrato nell’olimpo degli dei della Indie – Pop ed è subito intimità e carezza

Sì perché un concerto di Calcutta è come andare a prendersi una birra con lui, è come guardarsi negli occhi con la persona innamorata mentre lui ti accompagna con la sua chitarra, è come un amico, uno dei tanti, l’artista del gruppo semplice e un po’ timido.

Lunga introduzione prima del concerto vero e proprio. Alle ore 20 sale sul palco l’artista d’apertura, il cantautore calabrese Scarda (Domenico Scardamaglio), dalla vena pop con testi semplici ma poetici. Esordisce nel 2014 con l’album “Piedi sul cruscotto”. I singoli “Bianca” e “Mai”, invece, anticipano l’uscita del suo album ad ottobre: “Tormentone”.

Alle ore 21 in punto sale su palco uno degli ospiti del tour (che, ricordiamo, cambieranno ad ogni data) : il dj italo-canadese Bruno Belissimo. Prima con la band “Low frequency Club, poi in proprio, porta avanti da anni la sua idea di musica elettronica sospesa tra italo disco house e funk.

Finalmente, alle 22:20 fa capolino sul palco Calcutta, al secolo Edoardo D’Erme. Con il suo inseparabile cappellino sussurra: “benvenuti a questo concerto” e accenna un inchino. Ti verrebbe voglia di abbracciarlo e di rassicurarlo. Del resto siamo “in pochissimi” all’ippodromo, il suo concerto ha solo mandato in tilt il traffico della zona circostante e la folla consistente si accalca sotto il palco. C’è chi urla a squarciagola, chi si siede in fondo e si gusta il concerto in maniera più tranquilla. Calcutta offre questo: la possibilità di gioire o di rilassarsi, di emozionarsi in maniera incisiva o di sognare appoggiati su un prato. E via con la classica scaletta che cambia pochissimo di data in data: “Briciole”, “Kiwi” e “Orgasmo” sono le prima cartucce che vengono sparate. Si prosegue con “Cane” un pezzo composto prima del successo e con un’inedita cover di Miguel Bosè: “Se tu non torni”.

Si inizia a puntare in alto e, dopo alcuni brani tratti da “Mainstream”, album del 2015, vengono eseguite: “Sorriso (Milano dateo)” e “Due punti” che anticipano l’uscita oggi dell’extended version dell’album “Evergreen” dal titolo: “Evergreen… E altre canzoni”. Il doppio album, oltre alla tracklist originale, presenta, nel secondo disco, i due nuovi singoli ascoltati ieri, quattro brani live tratti dal concerto del 2018 all’Arena di Verona e tre demo dei brani “Orgasmo”, “Briciole” e “Paracetamolo”. Ed è proprio quest’ultima, insieme a “Cosa mi manchi a fare” ad infiammare l’ippodromo entrando nel vivo del concerto. “Io ho le cuffie e non vi sento ma se volete cantare fatelo pure” apostrofa il pubblico Calcutta, sempre restando nel suo essere genuinamente impacciato. Prima, però, una parentesi acustica emoziona e fa volare: “Amarena” e “Albero” per poi passare a “Nuda nudissima”.

L’esatta metà del concerto è segnata da: “Oroscopo” con un nuovo arrangiamento, più lento e fruibile. “Oroscopo” è un dei brani che ha consacrato Calcutta e quello con cui l’ho conosciuto. Inizialmente sembrava una delle solite hit estive e, invece, mi sono accorta che il sound era diverso e che ascoltarla a loop non stancava. La semplicità è una carta che Edoardo sa giocarsi molto bene, trasformando istantanee di vita quotidiana in brani poetici e colorati da ironia e intelligenza.

“Arbre magique”, “Hubner” e le “barche” aumentano il ritmo della serata che sta per volgere al termine. Tris col botto: “Gaetano”, “Frosinone” e “Pesto”, che Calcutta definisce: “Una delle più belle canzoni che abbia mai scritto”. Infine “Saliva”. I visual contribuiscono a proiettarci nel mondo del cantautore in maniera diretta e variopinta e il coro, caratterizzato da una t-shirt con la scritta “Coro”, è una presenza piacevole.

Le luci si spengono, Edoardo saluta con un: “è stato un piacere, spero di rivedervi presto”. Spiazzante, nessun bis, nessuna parola di troppo, vero, così com’è. La folla si accalca all’uscita, siamo in tanti, eppure ognuno di noi è nel suo mondo fatto di emozioni personali e bolle di sapone, come se avessimo ancora la musica nelle cuffiette, come se fossimo dei ragazzi qualunque che andando a sbattere si apostrofano con uno spontaneo: “uè deficiente!”, come se avessimo tutti la stessa età anche se il pubblico varia dai 18 ai 60, come se… fossimo tutti un po’ Edoardo.

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