Home News Cadere senza fare rumore: gli Jaranoia e l’estetica del distacco – INTERVISTA

Cadere senza fare rumore: gli Jaranoia e l’estetica del distacco – INTERVISTA

by Alessia Andreon
Jaranoia @Simone Paiano 2

C’è un modo di cadere che non fa rumore, che non cerca impatto né catarsi: una discesa quasi anestetizzata, lucida, inevitabile. “Precipitavamo con distacco come la neve”, esordio dei Jaranoia per MiaCameretta Records, nasce esattamente da questa immagine: una caduta senza urto, attraversata più che subita, che diventa la chiave di lettura di tutto il disco.

Nelle dodici tracce, il duo piemontese costruisce una tensione costante tra melodie alt pop immediate e testi opachi, spesso respingenti. Non c’è sintesi, né pacificazione: il senso emerge proprio dall’attrito, da quella frizione irrisolta che i Jaranoia definiscono “poison pie” — un involucro accessibile che nasconde un nucleo più scuro, difficile da digerire. Un disco che non chiarisce mai se stia consolando o ferendo.

Il distacco che attraversa i brani non è solo tema ma linguaggio: una forma di anestesia emotiva, uno scarto continuo tra esperienza e percezione. Essere dentro le cose, ma leggermente fuori asse. È qui che si inserisce anche il loro processo creativo, lento e ossessivo, fatto di ritorni, smontaggi e riscritture, dove parola e musica crescono insieme senza gerarchie, contaminandosi fino a perdere confini netti.

Li abbiamo intervistati per farci raccontare questa forma di caduta controllata, e il modo in cui hanno imparato ad abitarla.

INTERVISTA
Il titolo “Precipitavamo con distacco come la neve” è molto evocativo: come nasce questa immagine e cosa rappresenta per voi?

Nasce da un’immagine che ci è rimasta addosso mentre lavoravamo ai brani, e che poi è finita dentro La linea di Karman. Ci piaceva l’idea di una caduta senza urto, senza dramma apparente, quasi anestetizzata. La neve cade, ma non fa rumore, non oppone resistenza, e in qualche modo rende tutto più accettabile.

Dentro il disco quella frase è diventata una specie di sintesi: racconta un modo di stare nelle cose, di attraversarle senza davvero opporsi, lasciandosi andare con una lucidità che non è né eroica né tragica, ma semplicemente inevitabile.

Parlate di una “poison pie”: quanto è stato centrale costruire il contrasto tra melodie alt pop e testi così oscuri?

È stato centrale, ma non costruito a tavolino. Quel contrasto era già nei materiali di partenza: melodie abbastanza immediate, quasi pop, e testi molto più cupi, a tratti anche respingenti.

A un certo punto abbiamo capito che la cosa più interessante non era armonizzare le due componenti, ma lasciarle in tensione. La “poison pie” nasce da lì: un involucro apparentemente accessibile che contiene qualcosa di meno digeribile.

È anche il tipo di dischi che ci piace di più, album in cui non sai bene se quello che stai ascoltando ti consola o ti fa male.

Il tema del distacco attraversa tutto il disco: è più una cifra stilistica o qualcosa di profondamente autobiografico?

Direi entrambe le cose, anche se non ci interessa mai essere esplicitamente autobiografici. Il distacco è una modalità che ci appartiene, ma diventa anche un filtro attraverso cui guardare le cose.

Non è tanto freddezza quanto una forma di anestesia, o di difesa. Nei brani ritorna spesso questa idea di essere dentro le cose ma leggermente fuori asse, come se ci fosse sempre uno scarto tra quello che succede e il modo in cui lo si vive.

Quindi sì, parte da qualcosa di reale, ma poi diventa un linguaggio.

Arrivate alla musica dalla scrittura: in che modo questo ha influenzato il vostro modo di comporre e lavorare insieme?

Ha influenzato tutto, soprattutto il fatto che per noi la parola non è mai un elemento decorativo. Non ci interessa scrivere un testo da appoggiare su una base, ma far sì che testo e musica crescano insieme, contaminandosi.

Spesso partiamo da immagini, appunti, frasi isolate, e poi le portiamo dentro una struttura musicale che a sua volta cambia mentre lavoriamo. È un processo abbastanza caotico, fatto di continui rimbalzi tra me e Fabio.

Il senso nasce proprio da quell’attrito: non da quello che dice il testo da solo, né da quello che fa la musica da sola.

In un presente dominato dalla velocità, avete scelto un processo lento e quasi ossessivo: è una necessità artistica o anche una presa di posizione?

Non è stata una presa di posizione consapevole, almeno all’inizio. È più una conseguenza del modo in cui lavoriamo: tendiamo a tornare sulle cose molte volte, a smontarle e rimontarle, anche quando potrebbero essere considerate finite.

Poi è chiaro che, col tempo, questa lentezza diventa anche una forma di resistenza, ma non in senso ideologico. È semplicemente il ritmo che ci serve per arrivare a qualcosa che sentiamo davvero nostro.

Se dovessimo fare le cose più in fretta probabilmente potremmo pubblicare di più, ma ci riconosceremmo molto meno in quello che facciamo.

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