Un momento di sospensione, più che una conclusione. “Arrivederci Paranoia”, il nuovo album di Brando Madonia uscito il 20 marzo 2026, nasce da una frattura silenziosa: quella tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando. È un disco che attraversa la fragilità del presente, dove l’amore smette di essere un rifugio e si trasforma in una domanda aperta, mentre le relazioni si muovono in uno spazio incerto, familiare e insieme estraneo.
Tra identità che si dissolvono, distanze emotive e un senso diffuso di irrealtà, Madonia costruisce un racconto generazionale intimo e stratificato, in cui la solitudine non coincide con l’assenza, ma con lo scarto che si crea tra le persone. Eppure, dentro questo disordine, resiste un desiderio ostinato: quello di essere amati senza filtri, senza promesse facili, restando fino in fondo.
Musicalmente sospeso tra analogico e digitale, tra memoria e contemporaneità, Arrivederci Paranoia è un viaggio che tiene insieme visione e quotidiano, cultura pop e introspezione. Un “arrivederci” alla paura che non è fuga, ma tentativo di fermarsi, anche solo per un attimo, a osservare cosa resta.
In questa intervista, Brando Madonia racconta il senso di questo passaggio, tra pressioni generazionali, algoritmi e il bisogno sempre più urgente di ritrovare un equilibrio possibile.
INTERVISTA
“Arrivederci Paranoia” sembra più un processo che una chiusura: a cosa stai davvero dicendo addio?
In realtà non è né un addio né un bentornata, ma piuttosto un momento di pausa. “Arrivederci” è una parola che mi rappresenta molto in questo periodo, ed è per questo che ho voluto usarla come titolo dell’album.
Lo vedo come un messaggio positivo: non un arrivederci nel senso di “ci rivediamo subito”, ma piuttosto un invito a prenderci una pausa dalla paranoia, dai pensieri negativi e dalle pressioni. Racchiude l’idea di un distacco, di un respiro necessario.
Nel disco l’amore smette di essere un rifugio e diventa una domanda: quando hai iniziato a percepirlo così?
Uno dei temi centrali di questo album — e più in generale della mia generazione, quella dei millennials e di chi è venuto dopo — è proprio il dubbio. Abbiamo perso molti punti di riferimento, le certezze sono cambiate, così come gli equilibri del mondo e i rapporti sociali.
Il dominio dei social ha reso tutto più digitale e meno concreto, a partire proprio dalle relazioni, di qualsiasi tipo.
Questa velocità costante dà la sensazione che tutto possa sfuggire da un momento all’altro.
Definisci il progetto come un ritratto generazionale: cosa ti sembra più difficile oggi per la tua generazione?
Il singolo che apre l’album, “Sento troppe voci”, parla proprio di questo. Le “voci” sono tutte le pressioni che sentiamo addosso: lavoro, famiglia, soldi, successo.
È tutto basato sui numeri — follower, like — e questo genera un peso enorme, perché ci abituiamo a standard irrealistici dettati dai social.
I giovanissimi lo percepiscono ancora di più.
La mia generazione ha vissuto entrambe le epoche: quella analogica e quella digitale. Fino ai 18 anni, per molti di noi, tutto questo non esisteva.
Oggi invece i social hanno invaso ogni ambito, dalla vita privata a quella politica. Queste “voci” finiscono per opprimerci e non farci stare bene. Forse dovremmo imparare a “tappare le orecchie” e cercare davvero il nostro equilibrio, perché in fondo l’obiettivo è stare bene.
“Sento troppe voci” quindi perché è stato scelto come brano di apertura?
Sia per il contenuto del testo sia per una scelta musicale. È un brano un po’ diverso da quelli che faccio di solito, che sono più melodici e romantici.
“Sento troppe voci” ha invece un andamento più martellante, più ritmico, e mi piaceva l’idea che fosse la prima traccia e anche il primo singolo del disco.
Musicalmente lavori su un equilibrio tra analogico e digitale: come hai costruito questo suono?
L’album è stato interamente registrato, suonato e prodotto da me insieme a mio fratello, quindi è un lavoro molto intimo a cui sono particolarmente legato.
Pubblicare un disco è sempre un momento delicato, ma questo lo sento davvero mio: unisce i miei sogni, le mie radici musicali e sonorità più moderne.
Sono felice di essere riuscito a trovare un equilibrio tra qualcosa di retrò e qualcosa di contemporaneo.
In “Cosmonauta” parli di algoritmo e consumo degli ideali: quanto questo influenza anche il tuo modo di fare musica?
“Cosmonauta” affronta in modo ironico la schiavitù degli algoritmi, che ormai influenzano le sorti di tante cose, non solo della musica.
È un peccato, perché spesso non dipende da te ma dalla viralità e dalle condivisioni. Per questo credo sia importante trovare strade alternative.
Per me, l’antidoto sono i live: fare un tour, suonare davanti alle persone. Questa è musica pensata per essere vissuta dal vivo — chitarra, voce, tastiere.
Dopo aver detto “arrivederci” alla paranoia, cosa resta — e cosa invece non vuoi più portarti dietro?
Mi piacerebbe che questo “arrivederci” diventasse un addio — so che è utopico, ma è un obiettivo.
Vorrei riuscire a controllare meglio le paranoie e i momenti negativi, affrontandoli con più equilibrio, senza troppe sovrastrutture che spesso ci imprigionano inutilmente.
A volte ci complichiamo la vita con pensieri che, a guardarli bene, sono anche superflui.
La musica racconta sempre il momento in cui nasce, e in questo momento io mi sento esattamente così.

Per ogni cosa c’è un posto
ma quello della meraviglia
è solo un po’ più nascosto
(Niccolò Fabi)