Venticinque anni di Bandabardò: una spumeggiante carriera ed un epico compleanno

di InsideMusic
Le cantate fra amici. È ciò che caratterizza, da ormai venticinque lunghi anni, il sound irriverente e divertente della Bandabardò.

Dei simpatici ragazzotti – Enrico Greppi e Alessandro Finazzi – si incontrarono un bel giorno, e decisero l’8 Marzo di dar vita alla band più scalcagnata, a loro dire, di sempre. Che genere facciamo? Mah, cantate fra amici! Io prendo la chitarra, tu? Io canterò e suonerò la fisarmonica! Sì, ma ci manca qualcuno al bongo…

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Apparve così, magicamente, Paolino alle percussioni varie, seguito a ruota da Nuto alla batteria – che, però, va detto, non è che sia poi così caratterizzante della Bandabardò -, la chitarra acustica di Orla, Pacio alla fisarmonica e alle tastiere, il simpatico bassista/contrabassista Donbachi. Di echi fumettistici anni’ 70 è invece il curioso fonico, indispensabile membro della banda: Cantax. Fra tour in Francia, terra che spesso accoglie gli artisti nostrani negletti, quali i più giovinastri Francesco Forni e Ilaria Graziano.

Ragazzi miei, dopo qualche mese venne alla luce, strillando, eppure non rubizzo ma incredibilmente calmo e maturo, il primo album: Il Circo Mangione. Abbiamo dunque del folk, in terra italica: abbiamo una vera e propria banda, non una band. Un complesso, per dirla in tempo d’autarchia. Strumentazioni ricchissime per quello che è un concept album dedicato a Brigitte Bardot: e perché non includere una rivisitazione di Brigitte Bardot di Jorge Vega. Qualcosa di perduto nella profonda notte dei tempi dei lontani anni ’60 brasiliani, sebbene oggetto di innumerevoli rivistazioni. Chiunque aveva una nonna che canticchiava quel motivetto… A ciò si aggiungono le divertentissime W Fernandez e Finta Bionda.

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Il Circo Mangione vinse il Premio Ciampi come miglior esordio. Scendiamo rotolando al 1998 e cadiamo tuffandoci in Iniziali bi-bì, il secondo album ufficiale della Bandabardò. I ragazzi toscani semifrancofoni hanno già un nome nel cantautorato italiano: e le collaborazioni sono tante. Iniziali bi-bì regala allegria a chiunque lo incontri, fin dall’incipit Hamelin Song; e contiene Beppeanna. Quella melodia, acustica, ricca di strumenti veri, così lontani dalla musica liquida attuale.

Attenziò, concentraziò,

ritmo e vitalità!

Eppure la Bandabardò era anche attenta a ciò che avveniva attorno a loro: i Litfiba erano sulla cresta dell’onda, Piero Pelù aveva fluenti capelli corvini e Desaparecido era appena uscito. In salsa world music, la Bandabardò cita Tziganata nel brano Ewa:

Ewa balla sul fuoco

mentre Piero scrive una canzone

e la notte va avanti per gioco

Quelle sonorità sudamericane che ritroveremo in tanti lavori di Daniele Silvestri, il nostro militante per la libertà preferito in assoluto. Sulla cresta dell’onda, insieme ai Litfiba, c’erano pure i Modena City Ramblers, militanti per la libertà pure loro: Cisco, vocalist della banda, canta in Il circo Mangione. Sebbene più maturo, Iniziali bi-bì non si discosta molto da Il Circo Mangione: fa sorridere, il sole spunta alto nel cielo nonostante sia in sciopero.

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Passando per il disco live tratto dal Barbaro tour, la terza fatica della Bandabardò arriva nel 2000, giro di boa per l’umanità e anno del previsto millennium bug: è Mojito Footbal Club. E la critica specializzata lo osanna. Le orchestrazioni, infatti, si fanno più caraibiche, ancor più divertente ma molto più curate; la sensazione di “repubblica delle banane”, a partire da Povera Consuelo è meravigliosa, sebbene si abbandonino le ardite metafore ecologiste e le anafore politiche ben nascoste dei precedenti due album. Troviamo qui la genesi degli eredi (romani veraci, ritinteggiati da Gioacchino Belli inpersona) della Bandabardò: c’è Il Muro del Canto, brano che narra di un ubriaco che canta contro un muro. Probabilmente in qualche paesino sperduto di un’isoletta con un vulcano attivo, mentre un barista coi baffi pesta menta per i Mojito sulla spiaggia. Abbiamo anche una mini invasione aliena in stile Tropico, in Pianeta Terra. E ricordiamo Vento in Faccia, uno dei brani più famosi della Bandabardò.

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Bondo! Bondo! viene preceduto da Se mi rilasso…collasso, terzo album live della Bandabardò. Che effettivamente, sforna un album all’anno, inclusi i live. Siamo nel 2002, le Torri Gemelle sono crollate e Al Qaida terrorizza il mondo; al governo c’è Berlusconi, che è, ricordiamolo, l’unico premier che sia durato un intero mandato di tutta la Repubblica Italiana. Insomma, l’aria si fa contemporanea, satura di CO2 e polveri sottili, e il mare è inquinato come gli animi millennials. Bondo! Bondo! è il disco della svolta, perché diviene serioso come il mondo attuale, ma in stile Bandabardò, se così vogliamo dire. Il sound si fa più complicato e – orrore e vergogna per i vecchi fan – ci sono eventi di musica elettronica. Qualcuno ha messo mano a una tastiera e che Dio Rastafari non me ne abbia a male, è il disco migliore della Bandabardò.

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Contenente stupende ballate come Sette sono i Re, in cui c’è nientepopodimenochè Max Gazzè, meno caciara, meno cantate fra amici, ma molto più cantautorato di classe. Le liriche tornano poetiche, e abbiamo eventi jazz come Le Plus Belle Filles, blues hendrixiani come Fortuna (sebbene rielaborati in stile Opera Buffa di Guccini) e la fisarmonica di Stefano Bollani in Gomez, altro brano fra i più rilevanti della Bandabardò.

Tre passi avanti e siamo già nel 2004 per il quinto album. Si saltella come sempre, ma siamo in ambito più riflessivo, eppure Tre passi avanti non aggiunge assolutamente nulla di nuovo alla già consolidata carriera della Bandabardò. C’è la tromba di Ramon, ecco, che diverrà idolo delle folle. Anche se il ragazzo in questione era già stato utilizzato dal vivo.

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Ramòn.

La sua presenza rende l tutto un po’ più mariachi, messicano, Che Guevara. Nell’epoca di Bin Laden e di ancora Berlusconi (c’era Berlusconi III al governo), ma anche di Lara Croft e della Playstation, è quantomeno sensato ricordare qualche modello positivo: ed ecco la title track Tre Passi Avanti. Il punto più alto dell’album è Sempre Allegri, con testo di Dario Fo, il cui utilizzo medioevaleggiante della chitarra acustica è pregevolissimo. C’è spazio anche per qualche lacrimuccia, come Negli occhi guardo poco.

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È arrivato il momento del primo Best of della Bandabardò, che arriva nel 2006, con Fuori Orario, tutt’ora preziosa antologia per i fan della band e della musica italiana tutta. La Banda si tenne però impegnata, in quel periodo, collaborando con i Modena City Ramblers nel brano I Ribelli della Montagna, canzone dedicata ad Antonio Gramsci e molto più Modena che Banda, in quanto politicizzata e ricca di flauti folk.

Nel 2008, poi, la Bandabardò spiazza tutti e rilascia un’opera teatrale rock: Ottavio. In tredici brani franco-italici, viene cantata la vita, morte e miracoli di tale Ottavio, tra cover di Dalidà e chanson francese. Perfetta applicazione della poetica caciarona e festaiola dei musicisti toscani, sprizza coriandoli, mentre il povero Ottavio – maschera nella commedia dell’arte dell’innamorato disperato – cade facilmente alle gonne delle donnine, ghirlandeggiando jazz di Paolo Conte nella hit Viva la Campagna e in La Vedova Begbick; ed ecco che la – ora possiamo dirlo – quasi inutilità di Tre Passi Avanti si fa dimenticare nei sorrisi che ci suscita O’ Guerriero ‘nnamurato, brano quasi deandreiano e rinascimentale.

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Per i fan della Banda toccherà aspettare il 2011 – mai pausa fu così lunga – per un album di inediti: Scaccianuvole. I fan della festa avranno apprezzato, ma quella struttura marcetta-vita vissuta-trombetta è fin troppo ripetitiva, e Scaccianuvole manca anche della capacità di far ballare e sorridere di inizio carriera. Vi sono bei momenti quali la ballad Interessa la Danza?, e le velate critiche alla società di Hanno Ragione Loro. Insomma, il settetto (si dice?) è ben rodato, quella formula là funziona, nonostante i cinquant’anni della maggior parte dei membri, tranne il buon Ramòn. Scaccianuvole verrà ben presto dimenticato, nonostante il grazioso concept del mago Houdini che porta serenità e allegria.

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Daniele Silvestri nel 1996 aveva rilasciato Il Dado, album contenente Cohiba, brano dedicato alla figura di Che Guevara: nello S.C.O.T.C.H. tour fu accompagnato appunto dalla Bandabardò nell’esecuzione del celebre brano, proprio nel 2011.

Tre anni di pausa. E siamo nel 2014, anno che è dietro l’angolo, oramai: esce L’Improbabile, ad ora ultimo album di inediti della Bandabardò, il cui libretto vede la collaborzione di Jacopo Fo, illustratore figlio del poeta Dario Fo, che, appunto, realizza un improbabile animale nella copertina. Insomma, dopo circa vent’anni di carriera, la Banda è un’istituzione della cultura italiana. E Enriquez & soci si piegano, annuus horribilis, al consumismo: l’Improbabile esce per la Warner. Da compagna della Banda, a me non è fregato assolutamente nulla. Devono tirare a campare pure loro. Però avvenne una certa alzata di scudi nella critica, che ignorò la spiccata tendenza alla cantautorialità dell’album e parlando soprattutto di “tradimento”. Album che tratta, peraltro, del disinteresse politico dilagante. Ah, ho omesso di dirlo, ma c’era Matteo Renzi al governo. Pregevoli son ole due collaborazioni dell’album: E allora il cuore con Alessandra Contini e La Selezione Naturale di Francesco Gazzè.

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Il resto è storia molto, molto recente. Nel 2016 la Bandabardò realizza la colonna sonora di L’Universale, film d Francesco Micali, attualmente mai rilasciata.

Voliamo ai giorni nostri, all’oscuro 2018, con la Lega (non più Nord) al governo, i gilet gialli in rivolta in Francia, Alchemaya di Max Gazzè coi suoi nephilim, Eutopia dei Litfiba, rumors di riunione degli Oasis e una strana tendenza prog o elettronica nel mondo della musica rock. Loro, la Bandabardò, assieme al buon Davide Van de Sfroos, e a Francesco Forni con la bella Ilaria Graziano, continuano insistendo sulla via del folk. E fanno bene.

Sono venticinque, quest’anno. E ieri sera, a Firenze, patria della Bandabardò, si è svolta la loro grande, grandissima festa: al Mandela forum sono stati ospiti e amici di una vita Max Gazzè, Carmen Consoli, Piero Pelù duettando su W Fernandez (che ha menzionato come abbia conosciuto la banda: in una cantina, dove c’erano solo cassa acustica e una chitarra). I Modena City Ramblers con i quali si è duettato ne I Cento Passi. L’accoglienza ricevuta dal pubblico è stata grandiosa: segnò di come le nozze d’argento della Bandabardò siano solo un nuovo inizio, assieme agli altri artisti che li hanno accompagnati. Un pezzo della storia italiana della musica autoriale, e un segno di come, nonostante i pochi mezzi, nonostante il clima non sia dei più favorevoli, il talento si fa strada nei cuori delle persone, e scava un solco profondo di perfetta complementarietà. Il finale, affidato a Se mi Rilasso Collasso (che vede Stefano Bollani, Carmen Consoli, Gazzè, Silvestri, Caparezza), riedizione di Beppeanna, ha visto la partecipazione di tutti gli ospiti.

Ancora auguri, Bandabardò!

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