Torna, dopo cinque anni di silenzio, l’artista canadese che più di tanti altri è stata portavoce di una generazione di ragazzi e ragazze agli albori degli anni 2000.

Per Avril Lavigne (all’anagrafe Avril Ramona Lavigne) questi sono stati anni di lotta e di cambiamenti, tra cui un secondo divorzio, stavolta dal cantante dei Nickelback, Chad Kroeger, nel 2015, ma soprattutto un periodo in cui ha vissuto tra le ombre di una patologia che sinuosa le ha oscurato lentamente ogni prospettiva sul suo futuro. La malattia di Lyme è stata la scintilla che ha innescato una lenta convalescenza non solo fisica ma anche artistica, a cui si è aggrappata con tutta la forza che aveva per scrutare attraverso la sofferenza un sentiero che forse, in tanti anni, aveva solo osservato da lontano. Il dolore è stato la catarsi che ha permesso ad Avril di assoggettare le ombre al servizio di una rinascita che oggi ha un valore di rivalsa verso tutto e tutti, ed in cui la nuova consapevolezza della cantante si esprime in un album che attraversa con stili differenti racconti vecchi e nuovi. Si sente un pizzico di blues, di soul, di R&b, la ribellione si è fatta più trasversale e non d’impatto, le chitarre elettriche che scandivano il pop/rock dei primi due album sono ormai un lontano ricordo, al centro della scena ci sono ora il pianoforte, i violini, i cori, la voce. Intendiamoci, è in tutto e per tutto un album di pop moderno, che però rilegge attraverso una propria sensibilità, matura, stilemi di generi ed epoche differenti, come nel singolo Tell me it’s over, in perfetto stile soul degli anni 70, o Crush, che si apre con il suono di un giradischi e che riporta alla mente lo spirito black di artiste occidentali come Amy Winehouse. C’è perfino un accenno di country in un brano come Goddess, dove troviamo un bel duetto tra chitarra classica e voce, un connubio che mette a nudo l’identità odierna di una donna di 34 anni che ha trasformato la sua musica senza lasciare vicoli ciechi alla sperimentazione. Menzione d’onore ad uno degli episodi più intriganti, ovvero “I Fell In Love With The Devil“, unione ed emblema, insieme alla splendida cover a specchio in bianco e nero del disco, di questa lotta interiore e della necessità di esporsi al mondo non senza paura ma con una rinnovata determinazione, lasciando emergere la parte più nascosta del proprio io. Vero e proprio disappunto è invece il terzo singolo, Dumb Blonde, in collaborazione con la rapper Nicki Minaj, in contrasto totale con il generale mood del disco, un pezzo chiaramente d’appeal verso un pubblico a stelle e strisce ma che nell’economia di questo album è una grande mosca bianca. In conclusione, quello che emerge a fine ascolto, è il sentore che Avril abbia davvero cercato di andare oltre ed oltrepassare un orizzonte artistico, quello del pop/rock delle origini, che oramai gli stava strettissimo, quasi a voler abbracciare in tanti sguardi quei mondi musicali che l’hanno tenuta in vita in questi anni lontana dai riflettori, e, attraverso la propria forza, gli hanno permesso di tenere la “testa al di sopra dell’acqua”.