Automata I-II: Il nuovo distopico doppio concept dei Between The Buried and Me

What if dreams could be broadcast for the purpose of entertainment? Could you consume the innermost thoughts of another person on screen? If you could, what does that say about an attention-starved audience? More importantly, what would become of the dreamer?

 Automata I-II è l’ultimo lavoro firmato Between the Buried and Me, nonché prima pubblicazione del gruppo statunitense per la Sumerian Records. Si tratta di un album difficilmente etichettabile, come d’altronde i ragazzi di Greensboro hanno saputo abituarci: impossibile non paragonare ogni nuova uscita del gruppo al loro album più significativo, Coma Ecliptic, nel quale confluiscono anni di lavori e sperimentazioni a formare il caratteristico sound della band. In confronto a quest’ultimo, tuttavia, Automata si rivela più problematico del previsto: la predominanza di sonorità death unite ai fraseggi spesso confinati a mero tecnicismo sembrano allontanarsi di parecchio dagli standard del lavoro del 2015. Tutto ciò, se si considera la netta separazione dei due CD, sembra andare a discapito della componente sentimentale.

La decisione di dividere il concept album in due parti è stata motivata dal frontman Tommy Ghiles col fine di voler ottenere un ascolto più attento e duraturo da parte del pubblico, in un’epoca in cui è possibile ottenere musica in maniera immediata e per questo, forse, più distratta.

Quella che appare una mera scelta commerciale è in realtà comprovata dalla profonda diversità, a livello stilistico, delle due parti. Troviamo infatti le tipiche sonorità della band anche se Automata I tende maggiormente verso un sound più cattivo e meno teatrale, un progressive death metal in cui il cantato growl ha un ruolo preponderante rispetto a quello clean e i riff procedono incessanti e martellanti.

Ovviamente tutto ciò non rappresenta una virata definitiva verso una musica più cruda, come dimostrerà poi Automata II, ma è funzionale all’intento narrativo. Condemned To The Gallows avvia il concept che ruota intorno alla riflessione sui risvolti etici della possibilità di rappresentare e trasmettere i sogni: in un futuro non precisato la compagnia Voice of Trespass riesce a catturare i sogni delle persone -parte più intima della coscienza umana in cui si nascondono le paure più recondite- per poi farne merce da diffondere, dando il via ad un vero e proprio traffico di sogni.

I toni aggressivi continuano in House Organ, dove persistono progressioni melodiche citate differentemente anche nei brani seguenti, e Yellow Eyes, brano che dà un primo, rude assaggio della follia virtuosistica tipica dei Between the Buried and Me, fino ad arrivare a Millions, traccia più insolita vista la dimensione onirica in cui trasporta tramite la ripetizione ossessiva del tema iniziale, richiamo -forse inconscio- ai Gojira di Born In Winter.

La capacità di muoversi repentinamente attraverso differenti dinamiche, peculiare punto di forza della band, è tutta a favore della rappresentazione della storia, punto verso cui converge sempre la composizione. In tutto l’album persiste inoltre l’utilizzo di synth e sequencers mentre prosegue l’acquisizione dell’inconscio dei dormienti.

Un’intro di circa un minuto, Gold Distance, accompagna verso il gran finale di questa prima parte: Blot è la traccia più significativa e meglio riuscita dell’album vista la maggior coesione in fase compositiva. Il brano testimonia una forte influenza di musica indiana e araba, compresi gli evidenti riferimenti al side-project del bassista Dan Briggs Nova Collective; anche qui, dieci minuti di strumentali arabeggianti intervallate da riff pesanti a chiudere in grande stile questa prima parte.

Nonostante la conclusione, Automata I risulta però un po’ troppo corto, una volta finito lascia quasi a bocca asciutta e probabilmente questo è l’intento: che dietro ci sia lo zampino della Sumerian Records?

Se dovessimo utilizzare un solo aggettivo per definire i BTBAM, questo sarebbe sicuramente “eclettici”. E infatti, dopo poco più di trenta minuti, Automata cambia piuttosto repentinamente.

Già dal primo brano della seconda parte si percepisce un’inversione di rotta verso un prog decisamente più melodico (nonostante gli inquietanti avvenimenti narrati…): The Proverbial Bellow è un brano che ricorda i fraseggi tipici degli Haken -merito soprattutto della fantastica performance di Blake Richardson alla batteria- pur mantenendo sonorità cupe e vagamente malinconiche nei ritornelli.

La sensazione di profonda inquietudine cresce esponenzialmente con Glide, due minuti di introduzione “circense” di fisarmonica e piano, e con Voice Of Trespass, che continua in questo mood folkloristico con riff carichi di groove, per una danza caotica che trascina in una generale frenesia stile locale jazz anni ’30.

Il concept si chiude infine con The Grid, quasi dieci minuti di pezzo in pieno stile Coma Ecliptic, con ampi ritornelli à la BTBAM. I quattro minuti conclusivi sono quello che ci si aspetterebbe dal finale di un album del genere: una lenta strumentale, accompagnata dalla ripetizione ossessiva della frase «we are in this together» e addolcita dal lungo assolo finale, a chiudere in bellezza un viaggio a dir poco travagliato.

Probabilmente proprio l’ultimo LP (Coma Ecliptic), uscito nel 2015, aveva creato enormi aspettative verso i lavori futuri della band, aspettative in parte disattese da Automata, in cui i tecnicismi rubano di frequente il palcoscenico alla parte più teatrale ed immersiva, così che, alla fine, è l’impatto emotivo a risentirne.

Vista la complessità, ci troviamo, come di fronte ad ogni lavoro dei BTBAM, a dover dare più e più ascolti all’album prima di poterlo veramente apprezzare. La sperimentazione di diversi generi e le varietà stilistiche tuttavia possono risultare talvolta prevedibili: a tratti si scorgono passaggi pressoché scontati, vista la produzione precedente della band, quasi che la loro genialità determini, qui, un limite entro il quale si mantengono piuttosto comodamente

 

 

Voto 7.5

Nicolò Farfante

Nicolò Farfante

Nato a Roma nel 1995, studia Filosofia all’università RomaTre. Grande appassionato di musica e pallacanestro, suona il basso nella band progressive Inner Gravity.

2018-08-31T08:16:17+00:00 31 Agosto 2018|Recensioni|0 Commenti