Nata il 4 maggio 1929, Audrey Hepburn è una delle icone di bellezza incontrastate, uno dei volti più noti e ammirati del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta e una delle figure più incisive e rappresentative del ventesimo secolo

In un mondo dominato da seni quinta misura più artificiali che naturali, da donne sofisticate che cercano di affermare se stesse provando a fermare il tempo con “ritocchini” devastanti, dove la generosità e la bontà d’animo sono subordinati all’arroganza e all’intolleranza, sembra quasi paradossale parlare di Audrey Hepburn, una donna aggraziata con un cervello sopraffino, che non aveva paura di invecchiare ed era capace di sfoggiare una dolcezza inusitata. Perché oggi per una ragazzina di 13 anni dire “voglio essere Audrey Hepburn” è fuori moda, tanto da sembrare un’affermazione anarchica in una società sguaiata che ci vuole tutti soldatini prestampati senza identità. E invece è così. Oggi voglio parlarvi di lei e del suo essere un unicum sotto ogni punto di vista.

Voglio parlarvi di lei perché io quel “voglio essere Audrey Hepburn” l’ho detto più e più volte, prima di comprendere che l’incantevole Audrey nei panni di Holly non poteva avere eguali, nonostante mi crogiolassi all’idea di avere gli occhi grandi color nocciola simile ai suoi. Voglio parlarvi di lei perché dietro quelle immagini patinate che ci vengono mostrate c’è la storia di una donna straordinariamente normale, con i suoi difetti e le sue sofferenze, con la sua consueta quotidianità domestica costituita da figli da educare e da ricette di cucina italiana appuntate con note a margine come quelle che vergava sui copioni dei film. Voglio parlarvi di lei perché con quel suo volto che non inganna lo scorrere del tempo ci ricorda cose che altrimenti perderemmo, ci ricorda che la vita va avanti ed è bella così com’è, basta capirla, comprenderla ed accoglierla con i suoi pregi e i suoi difetti.

Ci sono alcune personalità che permangono nell’immaginario comune, che vengono tramandate di generazione in generazione senza scalfirsi minimamente con l’usura del tempo, divenendo una sorta di figure mitologiche intramontabili. Una di queste è Audrey Hepburn, una delle donne più affascinanti della storia del cinema di tutti i tempi. La bellezza, la grazia, l’eleganza erano solo alcuni aspetti del suo enorme temperamento che l’hanno resa un’icona senza tempo. Grazie ai social network si è creata una grande filosofia alla base del suo pensiero che parla di umanità, di dedizione agli altri, di amore per il prossimo. Non a caso, archiviata la carriera di attrice che la portò al successo mondiale, rendendola l’icona di stile ed eleganza che ancora oggi milioni di donne ammirano e prendono come ispirazione, pochi sapranno che nel 1988 fu nominata ambasciatrice ufficiale dell’Unicef e, da quel momento e fino alla sua morte, si dedicò assiduamente al lavoro umanitario, tanto da ricevere nel 1992 la Medaglia presidenziale della libertà e nel 1993 il Premio umanitario Jean Hersholt.

Donna acqua e sapone di gran classe, introversa ed estremamente riservata, prima di diventare una delle attrici più famose di Hollywood Audrey ha combattuto coraggiosamente il nazismo. Infatti fu nell’estate del 1944, quando la Hepburn iniziò a fare volontariato per un medico e leader anti-tedesco, che si formarono i suoi legami con la Resistenza. Lei mise le sue doti da ballerina al servizio degli anti-nazisti, iniziando a esibirsi in eventi notturni illegali, solo su invito, organizzati per raccogliere fondi. Inoltre, ha consegnato un giornale della Resistenza, l’Oranjekrant, e visto che parlava inglese, fu scelta per portare messaggi e cibo ai piloti alleati abbattuti nel 1944.

“La bellezza di una donna non dipende dai vestiti che indossa né dall’aspetto che possiede o dal modo di pettinarsi. La bellezza di una donna si deve percepire dai suoi occhi, perché quella è la porta del suo cuore, il posto nel quale risiede l’amore”

Finita la guerra si trasferì a Londra nel 1948 dove iniziò ben presto la sua scalata nello star system. Sebbene l’attrice britannica non entrò mai a far parte di quell’ambiente glamour e blasonato che era la “Hollywood del Tevere”, Audrey Hepburn amò il nostro Paese sinceramente. Infatti quella Roma mondana simbolo della “dolce vita” non la accettò mai apertamente per quella sua semplicità “quasi contadina”, troppo lontana dall’immagine stereotipata della diva hollywoodiana. Tuttavia, girò proprio nella Città Eterna Vacanze Romane – una deliziosa comedy-romance premiata nel 1954 con tre premi Oscar – un film che l’Academy le riconobbe i meriti di quella sua recitazione spontanea tanto da gratificarla come miglior attrice protagonista lanciandola così nell’Olimpo delle star hollywoodiane grazie anche a una bellezza aurea ed un’innata eleganza.

Ma fu con la commedia romantica Colazione da Tiffany del 1961 – che io considero l’anticamera di Pretty Woman e con la quale venne premiata nel 1962 con il David di Donatello come miglior attrice straniera – che le vennero consegnate le chiavi dell’iconicità eterna resistente al tempo e alle mode, divenendo così un modello di stile universale. Perché diciamocela tutta: il fascino di Colazione da Tiffany sta in Audrey Hepburn in grado di interpretare un personaggio con una leggiadria senza precedenti, manifestandosi come una delle dive più fotogeniche di tutti i tempi. E poi in fondo basta quel fotogramma di una Hepburn che indossa guanti neri, occhiali scuri, le perle al collo e quel magnifico cappello in una delle scene più belle del cinema mondiale per farci innamorare perdutamente del suo stile inconfondibile.

Con profondo rammarico e un pizzico di tristezza, io e Audrey non ci siamo incrociate su questo mondo per soli due mesi. Lei morì il 20 gennaio 1993 a soli 63 anni, mentre io nacqui a marzo. Un gioco temporale strano, vista la mia ammirazione postuma per quella donna perfetta nelle sue imperfezioni. Eppure l’ho sempre sentita affine a me, come un’anima candida e preziosa, come quella nonna che non ho mai conosciuto ma che ho imparato a volere bene attraverso ricordi frammentati raccontati dagli altri e vecchie foto cucite gelosamente in un angolo del cuore.

Ma tanto un giorno ci incontreremo cara Audrey, e parleremo di quella Vespa in giro per Roma, di quel caffè nero sorseggiato davanti la vetrina dei gioielli Tiffany al 727 5th Avenue di New York, dei tubini neri e dei tuoi amati foulard, del tuo sogno di diventare ballerina e della tua passione per Raffaella Carrà. E quel giorno ti dirò grazie. Grazie per avermi fatto sognare di essere Audrey Hepburn.