Liam Gallagher: “As You Were” e l’esordio solista in questa puntata de “I Discopatici”. Ritorneranno o no i Big O?

Rieccoci, “I Discopatici” ci sono, anche nell’ultimo sabato di luglio, sudati ma altrettanto carichissimi.

Anche questa settimana abbiamo affidato a voi la scelta attraverso un sondaggio che poteva risuonare un po’ fratricida, fra Noel “The Chief” Gallagher e Liam “Our Kid” Gallagher. Quasi due su tre di voi hanno votato per la voce degli (ex?) Oasis. Perché il punto interrogativo? Poi ne parleremo. Intanto fate il solito rito settimanale insieme a me, alzate la puntina del vostro grammofono e mettete “As You Were” sul piatto, al resto ci penseremo poi, abbiamo quarantaquattro minuti di tempo.

Insomma dove mi trovo adesso? Sono ritornata in quella che – per pochissime ore ormai – è casa mia, dopo il weekend al mare rifugiata nelle mura della mia infanzia, e davanti a me ho armadi semivuoti, scatoloni disseminati nelle varie stanze e cassetti ancora da svuotare. Prima di prepararmi all’ennesimo confezionamento degli ultimi otto anni di vita ho bisogno di una boccata d’aria, e di coccole, mi concedo una colazione al bar con una amica, un pezzo di cuore che lascerò in questo quartiere insieme alla mia vecchia dimora, da Federica definita come il “parco giochi delle anime universitarie”, nel mentre il contatore del sondaggio rende ancora più netto il divario fra i due fratelli di Manchester.
Mi duole ammetterlo, ho tifato e sperato fino all’ultimo che vincesse Noel, io che sono sempre stata dalla parte di Liam, che ho sempre subito il fascino del ribelle, dell’eccessivo, dell’infausto irrispettoso delle regole, dopo aver visto “The Chief” live, ho ancora cucita addosso tutta l’emozione della versione acustica di “Wonderwall”, così come della nuovissima “Dead in the water”. Ma “vox populi, vox dei!”, indi per cui Liam sia.

As You Were” è un comando militare, la frase magica che permette ai soldati di ritornare nella posizione o alle attività precedenti rispetto al comando del “sull’attenti” per l’arrivo di un superiore. Insomma parafrasa il comando del “riposo”. Un intercalare che il “Nostro” adora, lo utilizza da sempre alla fine dei suoi tweet – mezzo che usa quotidianamente per comunicare con la sua fanbase – che risuona come un monito per dire a se stesso “Ok adesso smetti di fare tutto quello che stai facendo e torna alla tua posizione precedente, prendi un microfono e canta, che sei nato per fare ciò.

Il vinile che ha accompagnato per gran parte del tempo questo trasloco è stato – guardacaso – “Morning Glory” il disco/LP capolavoro familiare dei Gallagher, adesso farà posto a uno dei suoi successori. Prima di abbassare la testina decido di chiudere le finestre – nonostante i 34 gradi fuori e la polvere dentro casa – prendere l’ultima bottiglia di vino rimasta in dispensa e godermi profumo e sapore di passato, consapevole di quante anime abbiano incrociato le mie giornate in queste mura e quanti trip musicali abbia superato questa camera in particolare, testimoniate dai post-it con le svariate frasi disseminati qui e li su scaffali ed ante degli armadi. “Greco di Tufo – Novaterra” di Mastroberardino, un classico per noi campani, prodotto in purezza dopo una rigorosa selezione delle uve su viti di età media attorno ai 15 anni, spiccata sapidità supportata da una grande struttura. Insomma un vino cazzuto, campano come me che – ovunque andrò sarà sempre qui casa mia – e cazzuto come Liam, che dopo la triste esperienza con i “Beady Eye” è tornato, con un disco che ha rimesso in discussione tante cose, anche chi dei due fratelli non fosse l’unico talento.

È chiaro che io questo vinile lo abbia già ascoltato abbondantemente in passato e l’idea che mi sono subito fatta è che uno degli aspetti più straordinari delle canzoni che compongono il suo debutto da solista è che tutte hanno uno scopo. Nessuna eccedenza, niente da tagliare. Tutte sembrano essere indirizzate a qualcuno o qualcosa, inquadrando bene l’album e chiarendo la sua versione della storia. Equilibrio sembra la parola chiave. Eppure quello equilibrato è sempre stato Noel.
Partiamo con il primo singolo estratto “Wall of Glass”, una mina, un vero pezzo rock’n roll, pieno zeppo di chitarre, un ottimo biglietto da visita usato da R’Kid per ricordare al mondo di che stoffa è fatto. E a proposito di anima rock’n roll, nonostante la mestizia espressa in questo album, Liam a tratti – fortunatamente – resta sempre quello di un tempo. Invitato dai Rolling Stones – da egli definiti come la più grande rock band di sempre – ad aprire una delle tappe del loro tour, alla scoperta che si sarebbe tenuto nel campo degli odiati cugini del Manchester United, l’hooligan del City, stava per far saltare l’accordo, cosicchè gli Stones hanno dovuto spostare a Londra questo concerto. Insomma Liam riesce ancora a dettare (le sue) regole. E non storcete il naso adesso, se così non fosse probabilmente non staremmo qui ad ascoltare il suo vinile, né a parlare di lui.

Secondo brano, “Bold”, ricomincia ad affiorare il ricordo che abbiamo di lui, del suo graffiato nella voce, del suo amore per gli anni sessanta e settanta e soprattutto per i Beatles. Bold è la classica ballata che sembra uscita da uno degli album di John, di cui Liam è così estimatore da aver chiamato Lennon uno dei suoi figli.
Mentre penso all’ossessione di Liam nei confronti dell’ex “Imagine’s boy” mi ritrovo a fissare lo schermo del mio cellulare con una foto meravigliosa di Flea dei R.H.C.P. mentre squilla, è FedericaCome va questo trasloco, finito?”, dice in un WhatsApp. È bastato davvero poco per farmi rendere conto in realtà di quanto poco sentimento malinconico stia attuando in questo impacchettamento, ma le parole che davvero mi fanno rinsavire sono quelle provenienti dal giradischi “Pensi che sto rinunciando? Ho un cuore da rinoceronte. Non me ne frega un cazzo, va bene?”, direttamente da “Greedy Soul”. Ebbene sì. Nell’eterna sfida tra nostalgia del passato e frenesia del futuro, ha sempre vinto il presente per me, l’essere qui ed ora. Sono seduta su uno scatolone con l’etichetta “viaggi e serate”. Una collezione di biglietti aerei, ticket e pass di musei, occhiali 3D per le prime visioni di film più o meno improponibili, boa colorati e frontini anni ’20 degni della migliore drag queen. Insomma realizzo quanto siano stati belli questi anni. Gli anni d’oro come quelli degli Oasis. Proprio come i due successivi brani “Paper Crown” e “For What It’s Worth”, che di quegli anni mantengono tutto il loro carisma e groove. Su quest’ultimo però va fatta una digressione (“oddio n’artra? Stai a’ parlà da tre ore”… Si lo so, vi sto sentendo!). Forse il pezzo più a-là-Oasis dell’album. Che Liam dei due sia il più affezionato alla band è storia. All’inizio vi perculavo con quel “forse”. Già da questo Natale rumors vicini alla famiglia di Manchester sostengono che la pace fra i due G. fosse ormai cosa fatta, notizia (quasi) confermata da un tweet dello stesso fratello minore che sostiene di non vedere l’ora di incontrare suo fratello a casa di sua madre l’indomani. Che si trattasse di Noel o di Paul (il primogenito, il meno noto dei tre) non ci è dato saperlo, ma lui le sue scuse più oneste, e il mea culpa più diretto lo ha fatto in questo ritornello, che risuona come la vera perla di tutto il lavoro discografico. Cosa certa sono però le parole di R’Kid dell’ultima settimana. Dopo aver risposto alla moltitudine di complimenti per questo ottimo esordio solista, Liam ha sottolineato quanto ciò lo lusinghi ma lui preferirebbe di gran lunga far parte di una band, che la solitudine non lo affaccia. Rincarando la dose dopo qualche giorno con un “as-you-were-tweet” in cui scrive direttamente al fratello senza giri di parole, proponendo una riunione dei “Big O”, mostrandosi disposto a pagare da bere a tutti. Insomma anche ai più forti la malinconia gioca brutti scherzi, Liam stai dicendo che un giorno mi mancherà tutto ciò?

You Better Run” è il pezzo più arrogante e da stronzetto dell’autore. “Tu mi conosci, sono tutto o niente”, canta a gran voce Gallagher Junior, del resto “è proprio una figata essere me” la sua frase più celebre del passato, a quanto pare resta una costante.

Mentre il mio bicchiere è ormai quasi giunto all’ultima goccia di vino, è il momento del mio brano preferito “Chinatown”, senza una ragione, sono quelle canzoni nosense che ti rapiscono. Mentre le note scorrono e l’oasis-iana “Come Back To Me” e “Universal Gleem” scorrono sul nastro, io chiudo gli scatoloni con scritto “Università” come se fosse un capitolo davvero lontano, superato, con cui però prima o poi dovrò fare i conti. Ma non ora.

I’ve All I Need” – ultimo brano di questo vinile – è una perla rara della musica degli ultimi trent’anni. Mi piacerebbe raccontarvela a caldo, ma non potrei fare meglio di quanto non abbia fatto lo stesso autore in una intervista: “Qui ci sono un sacco di cose personali… posso raccontarti un aneddoto interessante. C’è un verso che dice “I hibernate and sing / While gathering my wings”. Ero a New York e ho ricevuto una telefonata: Yoko Ono voleva incontrarmi. Andiamo a casa sua ed eccoci nella cucina: ci ha preparato una tazza di the, nella sua cucina c’era una bandiera gigantesca. Le ho chiesto cosa rappresentasse e mi ha detto: “John mi ha chiesto la stessa cosa quando siamo andati in Giappone a conoscere i miei genitori”. La bandiera dice proprio questa frase. Ho cercato di metterla in un brano per anni, e sono felice che sia successo con questo.”. Insomma l’amore per i miti e le leggende che non tramonta mai.

Ci siamo, il vinile è terminato, e con esso anche il mio viaggio in queste stanze. Eppure nonostante l’entusiasmo di chiudere un capitolo ed aprirne uno nuovo, in pieno trasloco, fino a qualche ora fa non riuscivo proprio a capire perché ci impiegassi tanto per svuotare i cassetti della scrivania e riempire quegli scatoloni. Poi l’illuminazione. Ho capito che tutte quelle lettere ricevute dai vari ex, occhiali, regalini, quelle foto delle prime vacanze con gli amici, quelle locandine dei primi concerti, non mi servivano più, perché tutte quelle persone non le avrei più riviste. Né i miei ex, né me stessa con le freccine fluo. O forse sì, stringendo fra le mani il biglietto del concerto degli Oasis a Milano nel 2008, annullato. Alle volte ritornano oppure no. Senza troppa nostalgia Liam oggi mi ha insegnato che anche quando gli anni d’oro finiscono si è ancora in grado di creare capolavori, con costanza, dedizione e passione. E con le persone giuste accanto. Federica che non perderò cambiando quartiere, né città, a cui preparerò “davvero” il suo tanto amato pollo alle spezie, Giorgio che mi ha salvata dal baratro di questa vita quando queste mura erano diventate troppo dolorose per ritornare a viverle da sola, Stefano che si è addossato il peso reale dei pacchi e del loro trasporto, Jessica che è stata la mia ancora.
Insomma, i ricordi talvolta aiutano ma troppo spesso sono solo rotture di cazzo. Soprattutto se li lasci in balia della polvere e traslochi a 34 gradi!

A cura di Fabiana Criscuolo

Fabiana CriscuoloFabiana Criuscuolo

Social Addicted. Sceneggiatrice su Whatsapp. Esperta in drammi sentimentali, pizze, panini e piadine. Sempre in bilico fra le due passioni: la ricerca scientifica e il giornalismo. Penna cinica del web appassionata di musica, arte e viaggi.

2018-10-05T10:40:40+00:00 28 luglio 2018|I Discopatici: malati di vinile, Rubriche|0 Commenti