Home Interviste Antonio Pascuzzo: “La tela di Pascouche”, un album nato nel tempo e restituito al mondo

Antonio Pascuzzo: “La tela di Pascouche”, un album nato nel tempo e restituito al mondo

by Alessia Andreon
lateladipascouche cover ld

A distanza di oltre un decennio dal precedente “Pascouche” e quindici anni dopo “Rossoantico”, Antonio Pascuzzo torna con un nuovo lavoro discografico, “La tela di Pascouche”, in uscita il 20 marzo 2026 per vivodimusica. Un album atteso e meditato a lungo, che raccoglie nove brani scritti nell’arco di anni segnati da trasformazioni profonde, tanto sul piano personale quanto collettivo.

Cantautore, avvocato e direttore artistico, Pascuzzo costruisce un disco che intreccia esperienze intime e riflessioni sociali, mantenendo viva la tradizione della canzone d’autore ma aprendosi, allo stesso tempo, a nuove forme espressive. Accanto a temi civili e a uno sguardo critico sulla contemporaneità, emergono infatti momenti più leggeri e “scanzonati”, in un equilibrio tra impegno e divertissement che segna un’evoluzione nel suo percorso artistico.

“La tela di Pascouche” si presenta così come un mosaico di storie e suggestioni: dalle ferite individuali e collettive ai tradimenti simbolici e reali, fino a racconti di memoria, amore e disincanto. Il tutto sostenuto da una cura particolare per gli arrangiamenti, affidati ad Alessandro Chimienti, che diventano parte integrante della narrazione musicale.

Un disco “a rilascio lento”, nato tra le pieghe della vita quotidiana e maturato nel tempo, che Pascuzzo ha a lungo tenuto per sé prima di decidere di condividerlo. Un lavoro che segna una nuova fase della sua scrittura: più consapevole, riflessiva e capace di trasformare l’invettiva in allegoria, senza rinunciare alla lucidità dello sguardo.

In questa intervista, Antonio Pascuzzo racconta la genesi dell’album, il suo percorso artistico e umano, e il senso di fare oggi canzone d’autore in un mondo profondamente cambiato.

INTERVISTA
Hai definito questo disco “trattenuto a lungo tra le mura di casa”: cosa ti ha spinto a condividerlo proprio ora?

A convincermi sono state soprattutto le persone con cui ho lavorato al disco: amici e collaboratori che desideravano vederlo finalmente pubblicato e accompagnarlo nel suo percorso.

Un album, del resto, rappresenta solo l’inizio di un cammino che prosegue con la promozione e soprattutto con i concerti, occasioni preziose di incontro diretto con il pubblico.

È proprio questa dimensione, quella del contatto umano, ad avermi spinto a uscire allo scoperto.

Il lavoro attraversa anni complessi per il mondo: quanto c’è di autobiografico e quanto di osservazione sociale?

Le due dimensioni sono profondamente intrecciate. L’osservazione della realtà fa parte della mia vita, e cerco di non filtrarla esclusivamente attraverso i social.

Gli eventi degli ultimi anni ci hanno inevitabilmente trasformati: basti pensare all’esperienza della pandemia, che ha modificato abitudini, relazioni e percezione del mondo.

Anche ciò che accade vicino a noi, persino inconsciamente, incide sul nostro modo di vivere.

Questo disco nasce quindi dalla consapevolezza di un cambiamento in atto, forse ancora difficile da comprendere pienamente, ma impossibile da ignorare.

Nei tuoi testi ricorre il tema del tradimento: è una chiave di lettura collettiva?

Sì, anche con una certa dose di autoironia. Di fronte alle difficoltà è spesso più semplice attribuire responsabilità all’esterno piuttosto che interrogarsi su sé stessi.

Il tradimento, reale o simbolico, diventa così una lente attraverso cui leggere le relazioni e le aspettative disattese.

In alcuni casi nasce anche da episodi concreti che mi hanno colpito profondamente e che ho sentito l’esigenza di trasformare in racconto.

“L’ultima lama” è un gioco di assonanze che richiama “L’ultima luna” di Lucio Dalla. A questa suggestione si lega anche una dedica: il pensiero va alla vicenda dolorosa del suo compagno, lasciato ai margini ed escluso dopo la sua morte.

Brani come Cavalli e Il ponte degli amanti mostrano un forte immaginario visivo: quanto il cinema influenza la tua scrittura?

Molto. Considero le canzoni una sorta di “cinema cieco”: storie che prendono forma attraverso la musica.

Spesso parto da immagini o veri e propri sogni, che cerco poi di restituire anche nei videoclip.

Il dialogo con chi realizza i video è continuo, anche se apparteniamo a generazioni diverse e quindi a linguaggi differenti. Tuttavia, quando il risultato riesce a tradurre fedelmente l’immaginario originario, si crea una coerenza narrativa che trovo molto significativa, come nel video di “Capra”, brano di quest’ultimo disco, che gioca con gli scioglilingua e si muove sulle atmosfere leggere e incalzanti del Tico-Tico. La capra, la crepa, la panca e la banca diventano insieme personaggi e scenografia di un’ultima, surreale rapina. A impreziosire il tutto, un ritornello che porta la firma di un intervento illuminante di Alessandro Mannarino.

In brani come “Rosa” e “La città dei supermercati” emerge uno sguardo critico sul presente: quale ruolo può avere oggi la canzone?

La canzone probabilmente non cambia il mondo, ma può contribuire a interpretarlo.

Per me il termine “cantautore” implica ancora una responsabilità: quella di utilizzare la musica come strumento espressivo capace di veicolare contenuti e riflessioni.

Alcune canzoni nascono da episodi che colpiscono profondamente la mia sensibilità e ai quali sento il dovere di reagire, trasformandoli in narrazione.

“Rosa” racconta, per esempio, della maestra Rosa Maria Dell’Aria: un’insegnante di italiano che, nello spiegare ai suoi studenti cosa fosse il Binario 21, viene messa alla gogna e travolta dalla miscela tossica di un tweet di un esponente di CasaPound e dalla suscettibilità di chi, tra politica e slogan, preferisce il rumore alla riflessione. Così si consuma l’onta della sospensione.

Viviamo in un’epoca in cui i docenti vengono giudicati — quando va bene — dagli alunni e dai loro genitori, ma troppo spesso anche da chi, pur occupando ruoli di responsabilità, dimostra un preoccupante analfabetismo culturale.

Hai parlato di un processo creativo “artigianale”: come si è sviluppato il lavoro sugli arrangiamenti con Alessandro Chimienti?

È un percorso nato in modo naturale, attraverso incontri regolari e momenti di condivisione musicale con artisti e amici, che spesso vengono a trovarmi nella mia casa romana, come Simone, Cristicchi, Alessandro Mannarino e Alessandro Chimenti.

Durante queste jam improvvisate è capitato di suonare qualche brano che avevo appena scritto, che veniva poi elaborata insieme fino a trovare una forma definitiva. È un lavoro fatto di ascolto reciproco e stratificazioni progressive.

Prosegue inoltre la collaborazione con Francesco Forni, che ha arrangiato il mio disco precedente e con cui stiamo sviluppando anche un progetto dal vivo che partirà tra primavera ed estate, in cui, oltre a noi, ci saranno degli ospiti sul palco.

Definisci questo lavoro un “album della saggezza”: cosa è cambiato nella tua scrittura?

Oggi sono più rigoroso e selettivo. Tendo a lavorare molto sui testi, limandoli e semplificandoli per renderli più essenziali e immaginifici.

Cerco di dire di più con meno parole, evitando ridondanze.

Allo stesso tempo, però, continuo a mettere in discussione ogni scelta: la scrittura resta per me uno spazio di libertà assoluta, ed è forse l’aspetto della musica che continuo ad amare di più.

Potrebbe piacerti anche