Il 22 maggio è in tutti i cinema Aladdin di Guy Ritchie, rifacimento live action del classico Disney.

L’epoca della rivoluzione è iniziata.

Il vento gelido del regno di Arendelle, causato dalla furia di Elsa, ne era stata un’avvisaglia; l’inverno, sul mondo delle favole per femminucce, è calato come un’orda di non morti su Biancaneve, Cenerentola, Aurora – e la sua vendicativa antagonista Malefica – tutte impegnate ad imbellettarsi in attesa del principe di turno. Già Belle, raccogliendo petali, era stata un’antesignana.

Ora, siamo ad Agrabah, Arabia profonda, una metropoli di mattoni di fango e di pietre scintillanti che si divide fra deserto e mare. Un uomo – Will Smith – impegnato a raccontare delle sue avventure passate a due bambini, mentre sua moglie ascolta distrattamente. Cosa c’entra ciò con Aladdin?

Quello che è fuoriuscito dal progetto di Guy Ritchie – dal quale, dopo il tamarrissimo King Arthur, non ci si aspettava un’opera di particolare spessore – è la storia Disney più di rottura di sempre. Perché quell’uomo, deve la sua libertà, come nel cartone originale, ad un piccolo straccione del ghetto di Agrabah.

Aladdin, interpretato da Mena Massoud, prototipo di tutte le pulci del bazar – ben prima che Rei Skywalker venisse anche solo concepita in casa LucasArts – vive d’espedienti nel sottobosco sabbioso della metropoli, all’ombra del palazzo del sultano (innominato) interpretato da Navid Negahban e doppiato da Gigi Proietti (che nel materiale originale Disney doppiò il genio), senza avere neppure la velleità di aspirare ad avere di meglio che una scimmia, Abu, come “punto di riferimento”. Un giorno come tanti, però, dopo svariate fughe rocambolesche, si imbatte nella principessa Jasmine (Naomi Scott); la scimmia le sottrae il prezioso bracciale appartenuto alla madre defunta, dando così il via alla romanticissima storia d’amore fra la triste principessa ed il povero ladruncolo.

A palazzo, invece, c’è l’arcinoto Jafar, protagonista del seguito del cartone originale, qui interpretato da Marwan Kenzari (un bel vedere, va detto!). anch’egli straccione, ma ripulito, in forma di stregone e consigliere del Sultano, ma che muore dalla voglia di tradire e di ambire al trono: meno sveglio di Petyr Baelish, determinato come Thanos, ma furioso come Cersei Lannister, trama storie di vendetta e rivalsa nel profondo del suo cuore, assieme al suo pappagallo. Che, se possibile, è ancora più cattivo di lui. Il Sultano, d’altro canto, dormicchia sogni dolcissimi, sperando che sua figlia Jasmine prenda un marito decente, ma, come nell’originale, senza forzarla, al contrario della madre-orso di Merida di The Brave. Fra principi detestabili, Jasmine passa le sue giornate a leggere e a scrivere, a sognare di visitare terre che conosce solo da pagine accuratamente vergate. La sua ancella Dalia, Nasim Pedrad, le dà amicizia e conforto assieme alla tigre da compagnia (ognuno ha l’animale che si merita).

Quando però Aladdin si infiltra a palazzo per riconsegnare il bracciale a Jasmine, Jafar lo scopre, e lo conduce all’antro delle meraviglie, una caverna parlante a forma di tigre che potrà esser violata solo dal “diamante allo stato grezzo”. Perché mai Jafar abbia intravisto tale figura in Aladdin è oggetto di dibattito, ma ad ogni modo il ragazzo riesce a penetrare nella caverna, recuperare le lampada, il tappeto volante – per l’occasione anche dotato di raziocinio e ridanciano – e conoscere il genio. Il genio, creatura che più malinconica non si può, ma la più potente del mondo: Will Smith che qui, come non mai, è tornato ad essere se stesso.

Il resto della storia la conosciamo tutti, se non per l’epilogo della sceneggiatura opera di John August, già noto per Big Fish e Dark Shadows : la prima principessa che diviene Re, o sultano, in un film Disney. Saggia, bella, bruciante.

Aladdin di Guy Ritchie è una meraviglia per gli occhi: girato fra Giordania e gli studi Longcross in Inghilterra, la fotografia di Alan Stewart è satura e coloratissima. Inoltre, Aladdin include un quantitativo spaventoso di CGI (Abu, la scimmietta, vi è totalmente realizzata) e comparse danzerine sulle coreografie di Jamal Sims (Step Up, fra gli altri), e, allo stesso tempo, anche un eccesso di canzoni. Perché, per quanto siamo in un film Disney, i primi dieci minuti di pellicola includono ben due brani, dal tono allegro e spensierato, totalmente in disaccordo con l’occhiata alla vita del genio liberato che abbiamo nei primi trenta secondi. Il rischio di scivolare nel musical Disney alla High-school-musical/Glee era altissimo, e per un pelo Ritchie non vi scivola. Un plauso va ai cantanti italiani: Naomi Rivieccio come una colorata, espressiva, sopranile Jasmine, che da X-factor approda alla Disney, mentre il Genio, le cui parti vocali risultano estremamente complesse per vie dell’alternanza di stili e della elevatissima necessità recitativa, sono affidate a Marco Manca, già Frollo in Notre Dame de Paris. Per ciò che concerne in brani in sé, le aggiunte alla colonna sonora originale sono notevoli, fra tutte il solitario risveglio della tigre che dorme dentro Jasmine – Io non Tacerò – brano di immensa caratura. La reinterpretazione di “Il Mondo è Mio” farebbe commuovere anche i più duri di cuore: Jasmine, però, non si aggrappa mollemente ad Aladdin, come nel cartone, ma è lei a dirigere verso direzioni apparentemente casuali il felice tappeto. Un plauso va anche agli splendidi costumi che Michael Wilkinson (colui che vestì Amy Adams in American Hustle, per farvi capire) fa indossare a Naomi Watts, delle vere e proprie opere d’arte: gabbie dorate, ricche di orpelli e decorazioni, sbarre preziose.

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Aladdin (come Principe Alì) e il Genio.

Come già detto, però, i punti di forza veri di Aladdin live action sono rappresentati dalla ventata di novità: una veste più drammatica per la favola de le Mille e una Notte, che include schiavismo – la creatura più potente del creato che deve essere intrappolata in un pezzo d’ottone, accento che nell’originale degli anni ’90 non era stato posto, relegando il Genio al rango di spalla comica, costretto ad obbedire agli ordini di qualunque padrone, ma in grado di contravvenire ai propri principi quando si tratta di fare la cosa giusta. Will Smith, dal canto suo, da attore estremamente versatile quale è, illumina e ruba la scena quando si trova assieme a chiunque altro, catalizzatore di cinquanta e più anni ma con l’energia (e l’aspetto) di un ragazzino: uno che ama ciò che fa e lo fa benissimo, merito anche della sceneggiatura e delle scelte tempistiche che lo privilegiano. Una sceneggiatura che include, finalmente, la parità dei sessi: per quanto impossibile che ciò possa avvenire o che sia mai avvenuto nel contesto sociale dal quale la storia di Aladdin è tratta, Jasmine risulta essere l’unica degna erede al trono, educata per stare zitta ma la cui voce interiore è più forte dell’etichetta. Forte anche del fatto che né Jasmine né Aladdin sono due ragazzini, come nel materiale originale, ma due esseri umani sui venticinque/trenta, la sottotrama ottiene ancora più coerenza. L’interpretazione di Naomi Scott non è di certo da Oscar, ma puntuale e commovente in alcuni momenti – come nel matrimonio forzato con il neo-sultano Jafar. Aladdin, di fronte a lei, risulta essere solamente strumento del romanzo di formazione di Guy Ritchie, un mero comprimario, che si veste a festa come un principe pavone, il cui Genio fa lanciare in balletti, per conquistare la bella – già conquistata da straccione. Un principe consorte eterno, dal cuore tenero e dai caldi sorrisi di Mena Massoud, ma decisamente un salto sociale non indifferente. Aladdin, che da essere umano e non creatura dal cuore troppo puro del cartone, si lascia abbagliare dalle ricchezze di palazzo e da quelle che potrebbe ottenere sacrificando il suo terzo desiderio. Una maschera, quella del principe Alì da Ababua, che crolla in tempo record – non prima di un ribaltamento del risultato indimenticabile.

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Il cast al completo.

Dunque, un più corretto titolo per Aladdin di Guy Ritchie, in realtà, potrebbe suonare come “Jasmine, la storia vera della prima regina del regno di Agrabah, e del suo fidanzato dei bassifondi”. E lasciateci gioire, perché è sacrosanto e necessario che in questi tempi che si colorano sempre più delle tinte fosche dell’Inquisizione spagnola e dei colorati pastello del patetismo retrogrado, ai bambini di tutte le etnie, nazionalità, religione, debba passare il messaggio che tutti siamo uguali, maschi e femmine, jinn e umani, ricchi e infinitamente pezzenti, e tutti ugualmente degni di rispetto, tutti ugualmente liberi di essere sè stessi.