Esattamente cinquant’anni fa, tra luglio e agosto, i Beatles registravano Abbey Road, loro ultimo lavoro e album seminale per la storia del pop. Ripercorrere la storia di Abbey Road vuol dire addentrarsi in una miniera di aneddoti, inoltrandosi tra le pieghe della storia non solo della musica, ma di quella del Novecento.

Intanto occorre premettere che Abbey Road fu l’ultima occasione in cui i quattro ragazzi di Liverpool si trovarono insieme a suonare e registrare in studio, anche se il loro ultimo disco sarà Let It Be, che uscirà nel 1970 ma che fisicamente viene registrato nei primi mesi del ’69.

Il 1969 è un anno di capitale importanza per la musica rock. C’è il concerto di Woodstock, il più grande happening del Flower Power, e per alcuni il suo canto del cigno; ci sono Crosby, Stills, Nash & Young che danno vita a uno dei primi supergruppi della storia; Tommy degli Who è un disco rivoluzionario, mentre i Rolling Stones vivono il loro anno più oscuro con la morte di Brian Jones e la tragedia di Altamont; Miles Davis esce con Bitches Brew e il jazz non sarà mai più lo stesso; nascono i Led Zeppelin. Ma il 1969 è soprattutto l’ultimo anno dei Beatles.

Per il gruppo di Liverpool l’anno si apre dopo il grande successo del White Album, ma con frizioni interne sempre maggiori. John Lennon è impegnato a dare forma alla sua ossessione e dipendenza per Yoko Ono, Ringo Starr a godersi la bella vita, mentre Paul McCartney sembra l’unico a cercare di tenere il timone dell’industria Beatles, con George Harrison che non perde occasione di punzecchiarlo, alla ricerca di uno spazio che la band pare non poter più offrire.

Mentre nei negozi arriva l’OST di Yellow Submarine, poco più di un riempitivo nella loro discografia, il progetto che apre il 1969 è quello di tornare a esibirsi live. Un progetto dai contorni confusi, che non vedrà mai la luce, almeno come era stato pensato. I Beatles si chiudono negli studi di Twickenham, ripresi a tempo pieno da una troupe cinematografica, in una sorta di Grande Fratello ante litteram. Tra continue tensioni – ma anche momenti di grande divertimento – in quel gennaio la band suona e registra circa 400 canzoni che finiranno in un album intitolato provvisoriamente Get Back e che sarà il futuro Let It Be. Il progetto del live, trasfigurato, darà vita al famoso roof concert che si tenne il 30 gennaio sulla terrazza della sede della Apple.

Ma i Beatles non saranno mai troppo soddisfatti del lavoro – specialmente McCartney che non perdonerà mai le sovraincisioni di Phil Spector in The long and winding road – e si separeranno per dedicarsi ai loro progetti solisti, ormai ben avviati.

Eppure, sta per avvenire un miracolo, uno di quelli che capitano raramente nella storia del rock. I Beatles tornano a pensare di registrare un disco come ai vecchi tempi. Ed è proprio con queste parole che reclutano George Martin che, causticamente, si dice disponibile a patto che anche i quattro si comportino come ai vecchi tempi.

Ed è così che gli Abbey Road Studios vengono prenotati in esclusiva dal 1° luglio al 29 agosto. Con queste premesse nascerà uno dei dischi più importanti della storia del rock.

In verità parecchi brani che finiranno nella tracklist sono già stati suonati o abbozzati nei mesi precedenti, durante le sedute di Get Back o in altre occasioni. Il 22 febbraio era stata registrata I Want You (She’s So Heavy), mentre il 25 Harrison incide un demo di Something. In aprile si lavora su Oh! Darling e Octopus’s Garden. Ma è dal 1° luglio – quando peraltro in studio si presenta solo Paul McCartney – che iniziano le take di Abbey Road vere e proprie.

Le registrazioni dei brani finiranno il 5 agosto. La partecipazione di John Lennon sarà segnata da frequenti assenze, anche a causa di un incidente stradale di cui risentirà in particolare Yoko Ono, tanto che il 9 luglio Lennon farà portare un letto matrimoniale negli studi. Ono, che non si limita ad assistere ma dispensa consigli e suggerimenti non sempre richiesti, è ormai a tutti gli effetti il quinto beatle, tra il malcontento generale.

Il modo in cui i Beatles tornano a lavorare insieme ha del prodigioso. Molti si sono interrogati su questo ultimo colpo di coda dei quattro, che avevano passato il periodo precedente tra liti sempre più pretestuose. Due le spiegazioni più accreditate. La prima ipotizza che, essendo ormai chiaro che la storia della band era finita, i quattro tornarono a esprimersi privi delle esagerate pressioni che ne caratterizzavano ormai ogni mossa. La seconda è quella del disperato tentativo di salvare il matrimonio con una nuova luna di miele. Certo è che, qualsiasi fosse, l’espediente funzionò, almeno limitatamente al disco. Per fortuna.

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Molto hanno fatto almanaccare sia la scelta del titolo che la foto della copertina. Come spesso accade, la realtà è più semplice di quello che sembra. Per gran parte delle registrazioni, il titolo di lavorazione fu Everest. Al di là dei significati simbolici, Everest era la marca delle sigarette fumate da Geoff Emerick, il manager di studio. Si era arrivati a ipotizzare addirittura un viaggio in Tibet, per scattare la foto di copertina coi quattro di Liverpool con lo sfondo della montagna più alta del mondo. Il progetto scatenò l’entusiasmo di Paul e lo sconforto del più pragmatico Ringo. John e George rimanevano dubbiosi, ma leggermente sbilanciati dalla parte del batterista: c’era davvero bisogno di arrivare in Tibet per scattare una fottuta fotografia?

La soluzione arrivò da una delle solite battute di Ringo che, scherzando, propose di non allontanarsi e di uscire appena fuori dalla porta, in strada, e scattare una foto di Abbey Road. A sorpresa, l’idea piacque e così nacque una delle cover più iconiche della storia della musica.

La foto fu scattata l’8 agosto e sarebbe stata oggetto di infiniti omaggi – dai Red Hot Chili Peppers ai Simpson – e di discutibili studi da parte dei seguaci di Paul Is Dead, la stravagante teoria che ipotizza la sostituzione del defunto Paul McCartney con un sosia. Pare che in realtà i Beatles stessi si siano divertiti a disseminare il disco e la foto di false piste.

Ma parliamo della musica. Abbey Road esce il 26 settembre in Gran Bretagna e il 1° ottobre negli Stati Uniti. In entrambi i casi raggiunge la vetta delle classifiche. È un successo, l’ennesimo di una carriera leggendaria che – fa senso pensarci con i ritmi discografici odierni – è durata appena otto anni. Il consenso è tale che, nel giro di un anno, escono ben due album tributo coi pezzi rivisti in chiave jazz – da George Benson – e con atmosfere blues e soul in McLemore Avenue di Booker T & The MG’s.

Ogni canzone meriterebbe una trattazione a sé, ma qui ci limiteremo a qualche gustoso aneddoto.

Apre le danze Come Together, pezzo che diventerà un cavallo di battaglia del songbook di John Lennon. La canzone prende origine da un inno da manifestazione composto per il santone lisergico Timothy Leary, al tempo del suo impegno in politica. L’aver incautamente mantenuto una frase che cita l’amato Chuck BerryHere come old flat-top – Tratta da You Can’t Catch Me del ’56, costerà una causa (persa) intentata da Morris Levy. L’idea, geniale per chi scrive, di rallentare il ritmo si deve a Paul. Come Together è effettivamente l’ultimo pezzo in cui i Beatles lavorano tutti assieme.

Something è una lovesong di George Harrison, pare dedicata alla moglie Patti Boyd. Diventerà il brano più coverizzato dopo Yesterday, tra quelli dei Beatles, e il pezzo per eccellenza di Harrison. Il quale, tuttavia, pareva non credere molto nella composizione, tanto da proporla prima sia a Jackie Lomax che a Joe Cocker. Frank Sinatra, in uno slancio d’entusiasmo, la definì la più bella canzone d’amore degli ultimi cinquant’anni.

Oh! Darling è un pezzo in perfetto stile doo-wop anni ’50. Paul, che ne era l’autore, la provò decine di volte senza mai essere del tutto soddisfatto del risultato. John Lennon, innamorato del pezzo, avrebbe voluto cantarla: “…era più nel mio stile. Ma l’aveva scritta lui, quindi, che cazzo!, voleva cantarla lui!”

Maxwell’s Silver Hammer, di uovo di McCartney, a dispetto dell’andamento allegro e brillante, narra le gesta di un serial killer. Maxwell Edison, che uccise in sequenza, col suo martello argentato, una studentessa, la sua insegnante e un giudice. La canzone non era particolarmente amata dagli altri beatle, tanto che, anni dopo, Ringo Starr l’avrebbe definita la peggiore mai registrata.

Octopus’s Garden è uno degli infrequenti contributi autorali di Ringo Starr. Fu ispirato da una conversazione col capitano dello yacht prestatogli da Peter Sellers che incrociava in Sardegna. Harrison – col suo consueto umorismo british – riteneva il testo di Ringo involontariamente profondo.

I Want You (She’s So Heavy) è una delle rare incursioni dei Beatles in atmosfere pesantemente blues. Il testo ripetitivo e la lunghezza inconsueta la fecero ritenere da alcuni noiosa, eppure le stesse caratteristiche rendono bene l’idea della dipendenza di John Lennon – autore del brano – da Yoko Ono, e di quanto ne fosse esso stesso consapevole.

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Here Comes The Sun è forse, a parte Something, il pezzo più celebre di George Harrison. Lo compose in una mattinata sola, mentre bighellonava nel prato della villa dell’amico Eric Clapton.

Because, di Lennon, è l’ultimo pezzo inciso per Abbey Road. Pare fosse nato facendo suonare a Yoko Ono la celebre Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven per pianoforte al contrario. Si distingue per la complessità dei cori.

You Never Give Me Your Money, dalla tipica e squisita melodia di Paul McCartney, sembra un pezzo soft e romantico. Ma non lasciatevi trarre in inganno: il testo cela un duro j’accuse verso i maneggi finanziari del manager Allen Klein e tratteggia in anticipo la fine del sogno beatlesiano.

Abbey Road si chiude col lungo Medley, che mixa sapientemente ben otto mini canzoni. Una vera e propria suite, in tempi in cui l’idea era ancora piuttosto rivoluzionaria in quell’ambito, e che comprende classici come Golden Slumbers e Carry That Weight.

Sostenere che Abbey Road sia il più importante album dei Beatles è sicuramente condivisibile, ma avrebbe tuttavia poco senso. Si può infatti dire, senza grossi timori di smentita, che almeno da Revolver in poi, i Beatles abbiano di volta in volta spostato più in su l’asticella dell’innovazione, dando vita a una discografia di importanza irripetibile.

Sancendo l’inizio e la fine del periodo più importante della musica leggera e di un certo modo di intendere la vita.

Andrea La Rovere