17 ottobre 1968: alle Olimpiadi di Città del Messico avviene la storia

Da pochi giorni, ho finito di leggere “I giorni dell’eternità” di Ken Follett e mi è rimasto impresso questo episodio, noto sicuramente a tutti, che lo scrittore racconta.
Oggi, 17 ottobre, ricorre il 50° anniversario di quella che fu molto più di una semplice gara d’atletica, ma di una lotta, di una rivendicazione, di un significativo passo per la fine della discriminazione razziale, di un podio che ormai fa parte della storia degli Stati Uniti e delle Olimpiadi: un evento che cercheremo di rivivere attraverso l’ascolto di alcuni brani.

Siamo alle Olimpiadi di Città del Messico, 1968.
La finale della gara dei 200 metri piani sta per cominciare.
Sulla linea di partenza, i corridori aspettano in trepidante attesa.
Tra loro anche un atleta della Germania Ovest, un tale Jochen Eigenherr, ventunenne, alla sua prima partecipazione olimpionica.
Lo stadio è una bolgia.
Si posizionano.
Poi lo sparo.
Gli atleti scattano, imperterriti per il successo.
Venti secondi per la gloria.
L’arrivo.
Record del Mondo.
Il podio: un’icona del ‘900 quella foto in bianco e nero di due atleti, a piedi scalzi e il pugno guantato di nero alzato verso il cielo, Tommie Smith e John Carlos, a rivendicare, dopo la loro “gara della vita”, dignità e diritti per il popolo afroamericano, e Peter Norman, l’australiano più veloce della storia.

Tommie Smith, soprannominato in seguito The Jet, vinse la medaglia d’oro con il tempo di 19″83, primo uomo al mondo a scendere sotto il limite di 20″, precedendo l’australiano Peter Norman e il connazionale John Carlos. Il suo record del mondo sarebbe rimasto imbattuto per 11 anni, finché nel 1979 Pietro Mennea non conquistò, sempre a Città del Messico il nuovo record con il tempo di 19″72.

Durante la cerimonia di premiazione, Smith e Carlos salirono sul podio scalzi e ascoltarono il loro inno nazionale col capo chino e un pugno sollevato in alto, a sostegno del movimento Olympic Project for Human Rights (Progetto olimpico per i diritti umani), in un momento delicatissimo per la storia degli Stati Uniti, da qualche anno percorsi da lotte interne, violenza, scontri, le morti di JFK e di Martin Luther King, le Black Panther.

Il gesto destò notevole calpore. Molti, a cominciare da Avery Brundage, a quei tempi presidente del CIO, lo condannarono ritenendo che la politica dovesse rimanere estranea ai Giochi olimpici. Molti lo deprecarono, ritenendo che avrebbe messo in cattiva luce l’intera rappresentativa statunitense e recato danno alla nazione americana. Altri, invece, espressero solidarietà ai due atleti, encomiando il loro coraggio. Smith e Carlos furono sospesi dalla squadra statunitense con effetto immediato ed espulsi dal Villaggio olimpico.

Navigando su internet ho scoperto che gli Airesis, band romana con all’attivo un disco, raccontano, con il loro Punk Hardcore Cantautoriale, i fatti di quella giornata di autunno, in un brano non casualmente chiamato Tommie Smith di cui cito:

Nel silenzio scoppia il colpo
e Tommie Smith
corre.
Meno di venti secondi,
non ha nessuno davanti.
Certo adesso Tommie ha vinto,
adesso non e’ un negro,
adesso Tommie è americano.
“Grazie,” dice, “per la farsa
ma siamo uomini
e non cani da corsa”.
Sale sopra il podio,
porta la medaglia al collo
e mentre parte l’inno alza un guanto
nero come pelle,
nero come rabbia,
nero come è nero questo silenzio.
Perchè tutte le parole
sono chiuse
dentro un pugno
verso le stelle.
Meno di venti secondi,
non ha nessuno davanti.

 

Olimpiadi Messico '68

Le vicende dell’altro atleta statunitense, John Carlos, vengono raccontate, seppur in parte, nella canzone del Nationalteatern, un gruppo prog rock svedese, molto attivo politicamente negli anni ’70.

John Carlos ebbe sì alcune difficoltà lavorative nel periodo immediatamente successivo ai fatti, ma già nel 1969 aveva ripreso la sua attività agonistica, realizzando anzi la sua annata migliore. Divenne poi giocatore professionista di football americano nei Philadelphia Eagles, ma la sua carriera fu interrotta da un grave infortunio al ginocchio. Lavorò poi per la Puma (un particolare autentico della canzone), passando poi, estrema ironia del destino, nel Comitato Olimpico Americano. Partecipò all’organizzazione delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, le ”olimpiadi reaganiane” boicottate dall’Unione Sovietica e dalla quasi totalità degli allora stati socialisti. Nel 1985 divenne consigliere, supervisore e commissario tecnico del team di atletica della Palm Springs High School. Nel 2003 fu iscritto nella Hall of Fame dell’atletica leggera USA, assieme a Tommie Smith.

Dal 2005, nel campus della San Jose State University troneggia una statua di Tommy Smith e John Carlos nell’atto del loro gesto durante la cerimonia di Città del Messico. La statua è opera dell’artista politico Rigo 23. Il 10 ottobre 2011, John Carlos ha partecipato a Occupy Wall Street; in quell’occasione ha di nuovo alzato il pugno col guanto nero, dichiarando:

”Oggi sono qui per voi.
Perché? Perché io sono voi.
Siamo qui, quarantatré anni dopo, perché c’è ancora una battaglia da vincere.
Questa giornata non è per noi, ma per i nostri figli.”
.

 

 

I Nationalteatern cantano “Mr John Carlos”:

E tu, Mr. John Carlos, ti sei scavato da solo la fossa
perché lo sport sta al di fuori della politica
ti sei piantato da solo il primo chiodo sulla bara
avresti potuto accontentarti della tua grande vittoria
e pensare al tuo futuro di simpatico negro di successo

Ho incontrato John Carlos a Monaco ’72
aveva un lavoro non salariato per l’azienda sportiva Puma
viveva di interviste che costavano 100 dollari
diceva un po’ timido, ”La mia famiglia deve pur vivere”
parlammo sforzandoci per un po’, quando all’improvviso notai una cosa,
una marca con una pantera sulla sua maglietta
dissi, ”Hai ancora contatti, tu lotti ancora oggi per il Black Power”.
Lui stette in silenzio per un momento e poi rispose tranquillissimo:
”Non è una pantera, è un puma.”

Secondo sul podio, Peter Norman, l’australiano che “condivise” con Tommy Smith e John Carlos il podio, forse, più famoso della storia.
Dopo quell’episodio, Norman, bianco e quindi all’epoca parte della «élite», pagò il suo gesto anche più dei ribelli Smith e Carlos, che furono solo cacciati dai Giochi.
Tornato in Australia, centrò ampiamente la qualificazione per Monaco 1972 nei 100 e nei 200. Ma il suo Paese, che fino al 1975 segregava tanto i neri quanto gli aborigeni, non lo convocò. Questa scelta lo spinse a lasciare l’atletica leggera, tornando a fare l’insegnante di educazione fisica e il sindacalista, sempre contro le disuguaglianze. E rifiutando di condannare pubblicamente il gesto dei suoi amici.
Negli anni, infatti, rimase in contatto con Smith e Carlos, che rivide a Città del Messico nel 2005 per l’inaugurazione di un monumento a loro dedicato a San José, California. Una scultura in cui, però, proprio Norman è dimenticato.

olimpiadiPochi mesi dopo l’australiano più veloce del mondo morirà per un attacco cardiaco a 64 anni. Al suo funerale, il 9 ottobre, Smith e Carlos portarono la bara.

Solo nel 2012 il Parlamento australiano ne riconoscerà il coraggio e si scuserà, tra le altre cose, «per il male compiuto nel non inviarlo alle Olimpiadi di Monaco 1972» e «per il trattamento che ricevette al suo ritorno in Australia» dopo Città del Messico.

Di lui canta, Alberto Cantone, cantautore trevigiano, autore di “Breve danzò il Novecento”, uscito nel 2018, ultimo suo disco e dedicato ai racconti “laterali” del Secolo Breve, “Peter Norman” :

Io lo sapevo e sapevo poco
non era in fondo cosa mia
quei ragazzi dalla pelle nera
massacrati dalla polizia

Però, sapevo, non era giusto
dovevo unirmi alle loro voci
quando levarono le braccia al cielo
un solo Re fra le tre croci

Io lo sapevo che non era il tempo
né la mia corsa, il mio tracciato
Tommie e Carlos l’hanno vinta
io non ho più gareggiato.

[…]

Io lo sapevo che non era il vento
ma burrasca, quella sera
quando il cielo si fece nero
come una Pantera.

 

2018-10-23T15:20:12+00:00 16 Ottobre 2018|Approfondimenti e Curiosità|0 Commenti