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Ultimo, Roma e i suoi ultimi: il live report del concerto allo Stadio Olimpico

by Giusy
ULTIMO

Con il “triplete” di sold out allo Stadio Olimpico di Roma – culminato con la terza, magnifica serata andata in scena ieri – Ultimo scrive una nuova pagina di storia, non solo per la musica italiana, ma anche per la sua amata città.
Dopo il debutto del 10 luglio, Niccolò Moriconi – questo il vero nome del cantautore – è tornato sul palco anche l’11 e il 13 luglio, firmando così il suo decimo Stadio Olimpico in carriera. Un record assoluto, che lo ha consacrato, a soli 29 anni, come l’artista più giovane di sempre a raggiungere questo meritatissimo traguardo.

Per celebrare questo momento simbolico, Ultimo ha scelto di fare un regalo speciale ai suoi fan:

“Domenica, per il mio decimo Stadio Olimpico, ci sarà un maxischermo al Parchetto, dove tutto è iniziato. Trasmetteremo tutto il concerto in diretta, come fosse una finale dei Mondiali. Non si pagherà un biglietto, potrete viverlo gratuitamente.”

Un gesto d’amore verso la sua community, la sua “Generazione Ultimo”, che ha risposto presente: i posti al parchetto sono andati esauriti in pochi minuti.

Con 42 stadi riempiti, oltre 1.750.000 biglietti venduti e 84 dischi di platino, Ultimo non è più solo un fenomeno musicale, ma un caso culturale. In un’epoca in cui si parla spesso di finti sold out, si discute forse troppo poco di chi riempie davvero gli stadi. Anche per questo, probabilmente, durante il tour, non sono mancate le frecciate di Ultimo alla stampa.

E le sorprese non sono finite: proprio ieri sera, durante il live conclusivo, è arrivato l’annuncio che tutti aspettavano.

“Il raduno degli ultimi”: Ultimo annuncia un evento senza precedenti

Conclusasi all’Olimpico e, in diretta streaming anche al ‘parchetto’, il cantautore ha annunciato un evento mai visto prima: “Il raduno degli ultimi”, previsto nel 2026 in un’area in grado di accogliere oltre 100.000 persone. Non uno stadio, non un palazzetto, ma un simbolo di rinascita urbana: la Vela di Calatrava.

Stadio Olimpico – Live Report, 13 Luglio 2025

Sono circa le 21 quando entro allo Stadio Olimpico, diretta verso la tribuna stampa, grazie all’accredito gentilmente concesso da Goigest. Poco prima, su Roma, si era abbattuta una bomba d’acqua. Scontato, verrebbe da dire.

Avevo passato la giornata in giro per il centro, sotto un cielo carico e basso che non ha mai davvero abbandonato la città. Le nuvolone nere erano lì da ore, immobili e minacciose – sembravano ovatta imbevuta di inchiostro grigio, e non avevano mai perso il loro pigmento. Ogni tanto il cielo dava sfogo a una pioviggine flebile, quasi rassegnata. L’aria di tempesta era nell’aria.
Non credo che dopo San Siro Ultimo possa essere intimorito da qualche goccia, avevo pensavo, mentre addentavo una crocchetta cacio e pepe a pochi passi dal Colosseo. Mi sento più a casa a Roma di quando sono a casa.

Ma i fan di Ultimo non si scoraggiano per nulla al mondo, anzi, la pioggia rende tutto ancora più suggestivo.
Piove, eppure sono lì: in fila ai tornelli, con ombrelli, impermeabili, o qualsiasi cosa capiti sotto mano.
Io, ottimista per natura, avevo confidato che spiovesse ed ero uscita dall’albergo senza alcun riparo. A parte una camicia, che ho improvvisato come copricapo. Non serviva a niente, certo, l’acqua scorreva attraverso il cotone e grondava ovunque.
Ma quando piove, si sa, diventa quasi un gesto istintivo proteggersi. Forse perché abbiamo visto centinaia di volte qualcuno farlo al cinema. È un riflesso condizionato dalle scene madri: protagonisti inzuppati che camminano da soli verso un destino incerto. Eccoci lì, comparse di un film romantico e malinconico che conosciamo a memoria, ognuno col suo copione silenzioso, fatto di giacche tirate sulla testa, zaini usati come scudo… camicie sulla fronte come se bastassero davvero.
È come dire: “ci provo lo stesso”. A stare meglio. A non bagnarmi. A tenermi qualcosa vicino.
Il momento in cui finalmente il protagonista “si lascia andare” o si libera di un peso interiore… e la pioggia lo “pulisce”, simbolicamente.
Solo che stavolta il protagonista non è solo uno: è Ultimo, ed è la sua favola che stiamo vivendo tutti, camminando attraverso Via Dei Gladiatori, dirigendoci ai cancelli. Un film scritto canzone dopo canzone, palcoscenico dopo palcoscenico.

È questo il tono – o forse il tenore melodrammatico – del mio soliloquio interiore, mentre steward e hostess ci fanno da Virgilio, nel tentativo di orientarci in tribuna, tra i gradoni scivolosi, alla ricerca dei posti da cui canteremo.

E forse, questo spirito con cui siamo entrati tutti all’Olimpico, ha inviato un messaggio all’Universo che è stato immediatamente intercettato: da lì a poco si è aperto uno squarcio nel cielo. Un incantevole riflesso porpora traspariva dalle nubi – ormai diradate. Un colore, anzi, uno dei colori, che soltanto questa città sa regalare. Quasi un segno, quasi una benedizione. Incredibile, sono più romantica di Antonello Venditti, quando si tratta di Roma.

Sono le 21:20, ormai. Lo show è in ritardo, lo staff si affanna a ripristinare il palco, che adesso si presenta intriso d’acqua, con l’illuminazione scenica e le macchine del fumo che vanno ricalibrate.

Il tempo di mettere tutto in sicurezza, ed ecco che, alle 21:30 spaccate, le luci si spengono.
Immediata la rappresaglia degli “Ultimi”, che reagiscono con un boato sordo. In tanti concerti mi è capitato poche volte di assistere ad una reazione così bella e istintiva, quasi un’esplosione di sollievo collettivo, come a dire: ci siamo, finalmente. È il momento.
Sui maxischermi prende vita un video-manifesto: immagini degli stadi gremiti – gremiti sul serio, non gonfiati da prospettive strategiche, come talvolta capita altrove – e un messaggio che è più una dichiarazione d’identità che uno slogan:
“Noi siamo Ultimo”.

Qualcuno, disattento, occasionale o in malafede potrebbe scambiarlo per ruffianeria.
Ma la verità è che Ultimo non è solo l’artista: è un modo di affrontare la vita senza frasi fatte, senza maschere, con tutta la fragilità che serve per restare veri e – soprattutto – non tradirsi.
Niccolò era ed è davvero ultimo tra gli ultimi – e proprio da lì è partito, a testa bassa, con le parole al posto di una scintillante armatura. Parole che non nascono dalla fantasia. Nascono dalla carne viva di chi ha sentito davvero. Sono impronte di qualcosa che è stato attraversato.

E oggi quel modo di sentire, di esporsi, di non vergognarsi delle proprie crepe, di mostrarsi fragili, è diventato senza proclami motivo di orgoglio. Un atteggiamento che parla a chi non si è mai sentito al centro, eppure ha scelto di esserci lo stesso, con tutta la sua verità addosso.

Sì, Ultimo è una GIGANTESCA green flag.

Ed è stato quel sentirsi fuori posto a portarlo esattamente dove si trova ora: davanti a 60.000 persone per sera, tre volte di fila, nello stadio della sua città che lo consacra profeta in patria.
A pochi riesce, ma a quasi nessuno succede così: restando se stessi.

Ma, finché non partecipi a un suo concerto, è difficile restituire un’immagine della chimica dirompente che intercorre tra Ultimo e il suo pubblico. E, a questo punto, parlare soltanto di chimica rischia di diventare riduttivo a sua volta: quella che lì si respira è alchimia. Una connessione profonda, una fedeltà reciproca che non ha bisogno di proclami, perché si sente nell’aria, nei cori, negli occhi lucidi.

Scoppiano i fuochi d’artificio, e, alla fine Niccolò Moriconi arriva sul palco dell’Olimpico.
Niente coreografie, nessun ospite a sorpresa e pochi fronzoli.
Solo lui, il sempre presente cappellino, una canotta e un microfono al centro di un palco imponente: ben 65 metri di larghezza, 900 metri quadrati di schermi LED e una passerella a forma di chiave.

Si parte con Dove il mare finisce: il fragore cupo e rimbombante si intensifica oltre l’immaginabile. È un brano che nel corso del tempo è diventato una chiamata viscerale, quasi fisica. Il pubblico è già in estasi, immerso nella propria zona di comfort emotivo, dove ogni parola è un rifugio conosciuto.
Ma Niccolò ha deciso che non c’è tempo per la quiete o per accomodarsi sulle emozioni: subito dopo arrivano Colpa delle favole e Quando saremo vecchi.

Ultimo, come gli piace ribadire ad ogni concerto, non ama le chiacchiere fini a se stesse: il suo concerto è fatto di “tante canzoni e poche parole, perché quello che devo dire io è tutto nelle canzoni”.

Arriva, allora, uno dei momenti più intimi e toccanti della serata: Buongiorno vita.
Si apre così il tempo della soave delicatezza. La voce di Niccolò si fa sussurro e l’Olimpico si trasforma insieme a lui: ascolta e canta come se stesse ricevendo una lettera scritta per sé.

Quando avevo 15 anni, andavo al parco con le cuffie
Adesso ce ne ho… 29 e vado al parco con le cuffie!
Mi piace ricominciare da dove sono partito
Per essere tale e quale al ricordo di me bambino

Questi versi, in quel momento, per lui e per il pubblico hanno un sapore ancora più dolce… ma il pubblico ancora non lo sa.

Ecco, dunque, che l’atmosfera muta nuovamente: L’unica forza che ho arriva come un risveglio dolceamaro, per riportarci alla nostra rispettiva realtà. È come una coscienza che riaffiora nel mezzo del sogno… anzi, dei nostri sogni. Perché per quanto ci si possa perdere tra abbracci immaginati, cieli porpora e parole da sussurrare a occhi chiusi, la vita – quella vera – torna sempre a bussare. E Niccolò lo sa bene.

Ed è a questo punto che arriva Ipocondria – e con lei, uno dei momenti più teatrali e coinvolgenti dello show. Un siparietto divertente e trascinante prende vita sul palco: Niccolò e il batterista – Mylious Johnson – giocano con il pubblico, fomentando la folla al ritmo incalzante dei “Po-ro-ro-ro”, gridati al microfono con volume e intensità sempre più alti.

In scaletta anche, Sul Finale e Rondini al Guinzaglio.

A questo punto prendeva forma uno dei momenti che preferisco dei suoi concerti: Ultimo annuncia Giusy, uno dei brani a cui sono più legata – anche perché porta il mio nome – ma soprattutto perché è, da sempre, la canzone a cui Niccolò è più legato. L’ha scritta incredibilmente a quindici anni, ed è ancora oggi quella che riesce a emozionarlo più di tutte sul palco. Giusy è lui, con le sue insicurezze, le sue notti insonni, i suoi silenzi pieni di tutto. Ma, citandolo, “siamo tutti Giusy”.

Dopo questo momento catartico, Niccolò ha continuato con Tutto Diventa Normale, Quella Casa Che Avevamo in Mente, Paura Mai, L’Eleganza delle Stelle, Occhi Lucidi e I Tuoi Particolari. Proseguendo, poi, con Peter Pan, Il Bambino Che Contava le Stelle, Ti Va di Stare Bene, Piccola Stella, La Stella Più Fragile dell’Universo, Quel Filo Che Ci Unisce e Bella Davvero.

Si giungeva così a Ti Dedico il Silenzio, un brano che ogni volta rievoca la stessa sensazione uterina e primordiale del primo ascolto, un’emozione viva e impossibile da placare. È una ferita aperta che pulsa nello stadio e che, nel silenzio condiviso, si trasfigura. Nessuno dei presenti resta in disparte, ma nessuno urla come dovrebbe: ognuno la vive a modo suo, con il peso e la forza di ciò che porta dentro Più che una canzone, è un rito collettivo.

Il vero cuore pulsante della serata prende forma con Pianeti. Il palco, ancora bagnato dalla pioggia che ha lavato lo Stadio Olimpico, diventa un luogo sospeso tra realtà e sogno. Ultimo, fragile e immenso allo stesso tempo, si siede al pianoforte su una passerella che si alza sopra la folla, quasi a voler contare le stelle.
La sua figura si perde negli enormi schermi che proiettano galassie e pianeti, un’onda cosmica di luce e colore che avvolge ogni singolo spettatore, trascinandolo in un viaggio interstellare dentro se stesso e dentro quello che si prova.

Poi è la volta di Alba e La parte migliore di me, due pezzi che sembrano fatti apposta per questi momenti di sospensione, dove è sufficiente ascoltare Niccolò, cuore di papà, emozionarsi.

Quando parte Bella Davvero, le curve speculari dello stadio si stringono attorno a lui. La folla alza fogli colorati che formano un enorme 10, un gesto, un tributo a significare quanto questa storia sia diventata grande, bella e vera.

La scaletta prosegue con “Il ballo delle incertezze”, “Vieni nel mio cuore”, “Altrove”, “22 settembre” e “Sogni appesi”, tracce che portano in scena le sfumature più intime e profonde del racconto di Niccolò, creando un filo invisibile che lega storie, sogni e speranze.

Sui maxi schermi scorrono immagini che raccontano la storia di Ultimo: un ragazzo con un sogno grande, la strada fatta tra sacrifici e battaglie, le difficoltà superate, fino a quel momento in cui tutto è cambiato. Da quel 4 luglio 2019, la sua favola è diventata realtà e non si è più fermata.

Ora, a sette anni da quel giorno che l’ha portato a dominare gli stadi, Ultimo prepara qualcosa di unico: il “raduno degli ultimi”, un concerto-evento a Tor Vergata che si chiamerà “La favola per sempre”. I biglietti saranno disponibili dal 15 luglio e già si respira l’attesa di un evento che promette di lasciare il segno.

Ma il concerto all’Olimpico non si è davvero concluso lì. Dopo l’ultima nota, dopo l’abbraccio dello stadio, Ultimo ha fatto quello che solo chi non dimentica da dove viene è capace di fare: è tornato a casa. Non a casa sua, ma in quel “parchetto di Ultimo”, il giardinetto nel cuore della periferia romana dove è cresciuto, e dove tutto è iniziato.

Lì, aveva fatto montare un maxi schermo per permettere a chiunque – anche a chi non poteva permetterselo – di assistere gratuitamente all’intero concerto, compreso l’annuncio più atteso. Ed è lì che, dopo l’Olimpico, è andato davvero a festeggiare. Tra la sua gente. Con una chitarra in mano, la voce ancora accesa, e le radici ben piantate nella terra da cui è partito. Un piccolo palco, blandi riflettori: solo voce, strada e verità.

Ringraziamo di cuore Goigest per l’accredito, per l’ospitalità in tribuna stampa e per la premura dimostrata nel farci avere il biglietto in anticipo.

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