A un anno dall’uscita del loro ultimo progetto, “Back to the roots (Forse è l’amore)”, i Sick Tamburo sono tornati con il loro nuovo nato: a partire dalla mezzanotte del 21 aprile, in tutti i digital stores è stato possibile trovare il loro disco, “Non credere a nessuno”.
Per la band, formatasi nel 2007 e nata dall’esperienza dei Prozac+, si parla della sesta pubblicazione di inediti che, a poche ore dalla sua messa al mondo, è stata acclamata e accolta dai più come l’ennesimo gioiello.
Si tratta di un concept album, composto da dieci tracce:
- 01-Suono libero
- 02-Per sempre con me (feat. Roberta Sammarelli)
- 03-Il colore si perde
- 04-Fino a farcela
- 05-Bianca blues
- 06-Facciamoci la festa
- 07-Piove ancora
- 08-La stanza che resta
- 09-Il mio unico nemico
- 10-Certe volte
A suon di chitarre distorte, synth sequencer e sezioni ritmiche più distese che riportano subito alla mente le melodie e le sonorità suonate dai primi Sick Tamburo, si celebrano la maturità e tutte le consapevolezze acquisite nella vita, narrate con sensibilità dalla prosa di Gianmaria Accusani, autore e produttore del disco, oltre che leader del gruppo.
Ed è proprio lui che ho incontrato intorno alle 18:30 di un pomeriggio grigio e piovoso, in un bar della Garbatella, storico quartiere romano.
Gianmaria è una di quelle persone rare, incapace di perdersi in fronzoli e portato nel saper farti sentire a tuo agio, contraddistinto da un alone fatto di delicatezza e garbo.
Apparentemente, quest’immagine potrebbe risultare quasi ossimorica se si pensa che l’uomo che si ha davanti è uno dei più grandi musicisti della scena alternativa italiana degli ultimi trent’anni, uno di quelli che ha animato e contribuito a plasmare la storia del punk nostrano, genere che da sempre viene associato a qualcosa di ruvido.
Ma “ruvido” non è proprio il termine adatto con cui definire i modi del cantautore friulano, il quale, da sotto il suo trucker hat, accessorio che ormai lo contraddistingue, mi ha raccontato questo suo ultimo lavoro artistico.
- Il sesto album dei Sick Tamburo, un disco di nome “Non credere a nessuno”. È un consiglio o piuttosto un ordine? Come mai questo titolo?
Perché, cosa c’è di meglio da dire a qualcuno come “Non credere a nessuno”? Poche cose… Secondo me, di base, dire a qualcuno di non credere a nessuno è sempre buono, però, ovviamente, parte da una consapevolezza che si acquista, soprattutto negli anni… non avendo più diciotto anni, perché adesso ne ho ventotto (ride).
Chiaramente mi sono reso conto, interiormente, che le cose che impari veramente e che per te sono vere, sono quelle che provi. Chiunque può dirti tutto ciò che vuole… Sia il più grande letterato, o il più grande professore al mondo, può raccontarti tutto ciò che vuoi ma in realtà, a quella roba lì, puoi credere veramente solamente quando la metti in pratica, empiricamente, altrimenti sono solamente parole di altri.
Sì, certo… Ti possono convincere ma, solo quando provi davvero puoi dire “Quella roba lì l’ho fatta ed è sbagliata, quella roba è giusta così”, quindi, secondo me, dire a qualcuno “Non credere a nessuno, prova te stesso per capire se è davvero così” è la cosa migliore da dire.
Oltre a questo, c’è il fatto che inizialmente non doveva essere il titolo del disco. Il titolo del disco doveva essere “Fino a farcela”, come l’omonimo brano, ma nella prima traccia in tracklist, “Suono libero”, il ritornello fa “Non credere a nessuno”.
Ogni volta che lo si ascoltava, tutti mi ripetevano “Non credere a nessuno, non credere a nessuno..” insomma, restava in testa.. dunque, mi son detto “Forse deve chiamarsi proprio “Non credere a nessuno”, e quindi è nato così.
- Quindi, primo brano della tracklist, “Suono libero”. Quali sono state le ragioni che ti hanno portato a scegliere proprio questo singolo come apertura?
“Suono libero” è l’unico pezzo che, anche musicalmente, risultava più allegro rispetto ai miei altri singoli che solitamente denotano sempre una certa natura malinconica.
E poi, come detto poco fa… nel ritornello ricorre il titolo del disco. Perciò, apriamo con questo qui.
Come hai lavorato alla scrittura di “Non credere a nessuno” dei Sick Tamburo?
Musicalmente, non ci faccio mai tanta attenzione: prendo la chitarra, mi vengono in mente idee e le butto giù. Dal punto di vista delle liriche invece, dei testi… Inizialmente, non è stato pensato in quest’ottica, poi man mano mi sono reso conto di ciò che stava accadendo: diciamo che si tratta come di una Via Crucis, di varie tappe che sono in qualche modo quelle tappe quasi obbligate per ognuno di noi, che durante la vita dobbiamo affrontare.
La crescita, il relazionarsi con le persone, l’abbandono, il dolore… fino a culminare nella tappa del commiato, quello vero, quando saluti qualcuno per sempre.
Sono dieci canzoni, quindi, che sono una sorta di percorso in cui ognuna di queste è una tappa del viaggio il cui termine coincide con il saluto finale.
L’importante è comprendere che anche quest’ultima tappa finale non deve essere presa necessariamente come una cosa brutta.. o meglio, ovviamente è “brutta” ma quando una cosa la si affronta e la si accetta, tutto può diventare vivibile e accettabile.
In qualche modo è anche un’esortazione a non fuggire da quanto ti accade.
- Ad anticipare l’uscita dell’album, due singoli: “Per sempre con me” e “Il colore si perde”. Proprio nel primo brano citato, collabori con Roberta Sammarelli dei Verdena. Come è stato lavorare con lei?
Ti racconto come è nata la collaborazione con Roberta: noi siamo amici da tanti anni, durante gli anni del lockdown ci siamo in qualche modo riavvicinati… Durante il periodo subito successivo al Covid, ricordo che ho fatto un tour “Da grande voglio fare il musicista” in cui portavo in scena questo spettacolo in cui per metà raccontavo e per metà suonavo canzoni legate a quanto raccontavo e Roberta era venuta a vedermi, così abbiamo riparlato dopo tanto tempo che non ci vedevamo e ho compreso che avevamo dei gusti musicali in comune.
Così, quando stavo scrivendo questo disco, avevo questa canzone che non ero molto convinto di inserire… e ho scritto a Roberta per chiedere consiglio.
Mi ha detto che le piaceva molto e io le ho detto che avrebbe dovuto cantarla insieme a me. È nata così… Più spontaneo di così, lavorare insieme, non sarebbe stato possibile.
- Qual è la traccia che ti ha scosso di più dentro?
“Il colore si perde” è uno di quei pezzi che mi ha sempre toccato… Anche “Fino a farcela”, “Il mio unico nemico”… in realtà, sono più di uno. Non ce n’è uno ben preciso, o meglio… ci sarà, ma a fasi. Quando inizieremo a suonare, per un po’ ci sarà quel pezzo che mi toccherà più degli altri. Vedremo durante il tour…
- La copertina di “Non credere a nessuno” è realizzata dal fumettista Alessandro Baronciani e raffigura una ragazza che cammina in una strada trafficata e vuota al tempo stesso, perché proprio questa scelta?
C’è una sorta di costruzione: nella copertina del primo singolo “Per sempre con me”, c’è questa ragazza su una spiaggia, in quella de “Il colore si perde” la ritroviamo all’interno di una sorta di galleria e infine, a concludere, c’è la copertina dell’album che vede la stessa protagonista al centro della strada. È quel famoso viaggio di cui ti parlavo, le tappe che vengono percorse, in qualche modo, da questa ragazza che incarna i Sick Tamburo.
La copertina del primo singolo è una foto che abbiamo scattato io ed Elisabetta (Imelio) nel 2019: un giorno siamo andati al mare e come due bambini, anche se bambini non eravamo più, abbiamo scritto “Sick Tamburo” sulla sabbia e le ho detto “Elisabetta, ma questa è la copertina dell’album!”.
Poi, non ho voluto più usarla però ho voluto provare a usarla perché, per me, sentimentalmente, ha un valore… e da lì è partita l’idea di compiere questo viaggio, legato al concept del disco. Oltre a ciò, c’è da aggiungere che con Alessandro avevamo all’attivo già una collaborazione, quella del primo disco dei Sick Tamburo. Così abbiamo fatto insieme le copertine del primo e dell’ultimo album. È come se fosse la quadratura del cerchio.
- Ma in questo album, quanto c’è di Elisabetta?
In tutto quello che faccio nella mia vita, che siano le canzoni che scrivo o le mosse che faccio, c’è sempre Elisabetta e sempre ci sarà. In maniera diretta, in questo album non ci sono canzoni che ho scritto per o su di lei appositamente, ma in quasi tutte le canzoni, qualche parola o qualche frase che le è legata, c’è… ma ci sarà sempre. Lo ribadisco.
- Qualche tempo fa, in un’intervista con Carlo Pastore per “Rockit”, sei stato definito “un adolescente sintonizzato sulle frequenze dell’inquietudine che trova risposte nella musica”. In questo nuovo lavoro, c’è ancora quel Peter Punk o è diventato adulto? È cambiato qualcosa?
Che io sia sintonizzato sull’onda dell’inquietudine è un dato di fatto da quando sono nato, che trovi risposte nella musica… Anche! Sto bene soltanto quando scrivo canzoni o sono in giro a suonare, che mi senta un eterno adolescente, forse anche sì, ma non più di tanto.
Mi sono sempre sentito nel momento in cui mi trovavo. Chiaramente, fare questo mestiere non è come lavorare in banca, ma mi piace sentirmi nell’età in cui mi trovo.
Io mi sento esattamente come quando avevo quattordici anni, però ho la fortuna di sentirmi la maturità non di un quattordicenne.
Non credo esistano i confini dell’età, ma non mi sento assolutamente un Peter Punk. Quello che facevo a quattordici anni, non mi interesserebbe più farlo oggi. Sto benissimo a parlare con un quattordicenne, così come un novantenne: mi sintonizzo sull’altra persona e credo che sia la cosa più giusta da fare.
Che cos’è l’età? Niente. Qualcuno di quattordici anni può dirmi delle cose meravigliose, rimangono pur sempre meravigliose, uguale se me le dice qualcuno di cento anni.
Credo che la vera maturità sia proprio questo: saper stare dove ti trovi in quel dato momento. Mi sento bene nell’età che ho, ma soprattutto, mi sento bene nell’età del mio interlocutore.
- Peter Punk, o meno, alle spalle hai quarant’anni di attività, prima con i Futuritmi, poi con i Prozac+ e infine con i Sick Tamburo… qual è, secondo te, la tua eredità musicale per le nuove generazioni che oggi cercano di fare alternative rock?
Partiamo dal presupposto che ne trovo pochi di quelli che fanno veramente alternative rock, speriamo che aumentino… (ride). Non voglio avere la pretesa di dire che lascio qualcosa, ma se qualcuno dovesse trovare qualcosa di interessante in ciò che ho fatto e lo prenderà ad esempio, mi farà piacere. Sono una persona semplice, penso che debba fare quello che mi piace e lo faccio, poi se qualcun altro lo prenderà ad esempio, tanto meglio.
- A partire dal 25 aprile, inizierai un tour: prima tappa a Savona. Cosa ti auguri?
Di divertirmi tanto quanto mi sono divertito l’anno scorso con “Back to the roots”. Mi sono divertito come non mi divertivo più da tanto tempo.
Infine, come anticipato, ad accompagnare l’uscita del nuovo album, è previsto un tour che dalla fine di aprile, vedrà la band esibirsi nei principali club della Nazione.
Non resta che augurare “buon divertimento” a Gianmaria, al resto della formazione dei Sick Tamburo e a tutti i fortunati e a tutte le fortunate che avranno la possibilità di assistere a questo fantastico spettacolo.
Articolo di Valentina Galante

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