In attesa dello spettacolo dei Pink Floyd legend al Teatro Romano di Ostia Antica il 21 Luglio, vi serviamo un piccolo entrée di questo concept album: Atom Heart Mother.

Alfieri della musica psichedelica, i Pink Floyd si formano nel 1965 a Londra. In principio (il linguaggio richiede di essere adeguato alla grandezza dei soggetti) fu Syd Barrett: chitarrista, cantante e autore estremamente peculiare; ma soprattutto, e con grande nocumento suo e nostro, completamente invischiato nella melma degli acidi sintetici. Attorno a questa figura, maledetta e magnetica, si aggregano alcuni studenti di architettura e con trascorsi musicali comuni: Roger Waters (chi sa se Scanzi si è ripreso?), vecchio amico di Syd Barrett e bassista; Nick Mason, a sua volta amico di Waters grazie agli studi in comune, batterista dall’indubbio gusto e tocco (spesso additato come il meno talentuoso tra i membri del gruppo); e, ultimo ma non ultimo, Richard Wright: tastierista e compositore sopraffino, al limite del commovente.

E’ a questa formazione che Barrett darà il nome Pink Floyd; si tratta del risultato dell’accostamento dei nomi di due bluesmen molto amati dallo stesso Barrett: Pink Anderson e Floyd Council. Purtroppo, già dal 1967 gli stravizi di Barrett gli costarono l’allontanamento dal gruppo: l’abuso di droghe lo stava spingendo verso quella profonda alienazione che, nel volgere di qualche anno, lo porterà a rinchiudersi completamente in se stesso (paiono eccessive le voci di insanità mentale, pur non trovandoci in presenza di una persona esattamente equilibrata). Stiamo parlando di uno dei chitarristi più influenti, in termini di sperimentazione sui suoni, benché sia rimasto sulla breccia per soli 3 anni: dal 1970, infatti, si ritirerà dalle scene musicali, dedicandosi prevalentemente alla pittura. Il suo posto fu preso da David Gilmour: virtuoso – a dire poco – della chitarra, si contenderà la leadership sul gruppo con Waters negli anni successivi.

La svolta. Dal 1967 al 1969 la band prosegue lungo il sentiero tracciato da Barrett: rock psichedelico, sperimentazioni ardite e grande attenzione alle possibilità offerte dall’elettronica. In effetti non mancheranno mai le accuse, rivolte ai Pink Floyd, di dedicarsi troppo a questo aspetto innovativo, nel panorama musicale dell’epoca. A ciò va inoltre aggiunta la tendenza ad allungare le esibizioni live – con lo scopo di non far notare l’esiguità del repertorio, ad essere sinceri – ed i primi esperimenti sul lato scenografico degli show dal vivo. Noi, nel nostro piccolo, gliene siamo grati!

Nel 1969 la band, in un periodo di grandissima attività che solo con fatica riusciva a gestire, viene ingaggiata da Antonioni per firmare la colonna sonora di Zabriskie Point. Per ammissione degli stessi Floyd, l’esperienza sarà abbastanza negativa: il celebrato regista li apprezzava, ma non nacque mai la giusta sintonia e furono pochi i pezzi ad entrare nell’opera. Ciononostante, gli sforzi creativi richiesti da quell’incarico stimolarono il gruppo: nel giro di poco, i Pink Floyd si sarebbero dimostrati pronti a cambiare radicalmente rotta; e non intendiamo solo la loro rotta, bensì anche quella della storia della musica. Così, per dire.

I Pink Floyd imboccavano i meravigliosi sentieri del progressive, genere con cui sono indissolubilmente identificati.

Atom Heart Mother. Sei un bravo musicista; sei in cerca di una nuova strada, una nuova modalità espressiva; nel tuo gruppo hai due autori e compositori meravigliosi, l’uno ombroso e scostante e l’altro sensibile e delicato (Waters e Wright). Se leggi un articolo, avvienieristico per l’epoca, di una donna con un peacemaker alimentato a batterie atomiche, qualcosa ti scatta. La ricerca si fa ossessiva e procede per gradi e tentativi: dalle sonorità, alle strutture, alle soluzioni armoniche. Un riff di chitarra di Gilmour, che richiama l’epica western, è la pista giusta su cui lavorare. Novelli argonauti accanto ai Pink Floyd, il compositore sperimentale Ron Geesin ed un giovane tecnico del suono (un certo Alan Parsons…). Il loro lavoro, per inciso, non si dimostrerà inferiore a quello dei musicisti, per qualità e quantità.

L’album non ruota attorno ad un concetto ben definito e si compone di due differenti composizioni: le suite di apertura e chiusura, suddivise in molte parti per ragioni economiche (le etichette pagavano a traccia!), e tre pezzi centrali, cantati e guidati dai rispettivi estensori. Sia Gilmour che Waters non hanno mai mostrato apprezzamento verso quest’album: è acerbo sul sentiero del prog e lascia solo intravvedere ciò che i Pink Floyd sarebbero diventati. Bontà loro, possono permettersi di maltrattare il primo album della band a piazzarsi in testa alle classifiche di vendita.

L’album non è famoso solo in quanto turning point nella storia dei Pink Floyd, o perchè registrato negli studi di Abbey Road; a contribuire all’imperituro successo di quest’opera è anche la copertina: dite “ciao” alla mucca frisona Lulubelle III ed ai suoi occhi liquidi. La mucca più famosa del rock.

Atom Heart Mother Suite. Title track dell’album, si tratta di una suite in sei movimenti. Possiamo solo immaginare la mole di lavoro necessaria a trasformare la linea scovata da Gilmour, in un complesso di rock sinfonico. L’andamento è a tratti sospeso, con Gilmour ad utilizzare lo slide. E’ un brano stupendo, antesignano delle più riuscite suites successive. Mancano a nostro avviso, ma vale per tutto l’album e ci sembra fisiologico, la profondità sia musicale che testuale tipiche dei Pink Floyd a seguire.

If. Il primo dei tre brani “personali” dell’album. All credits to Roger Waters: è un brano intimo, introspettivo. Il carattere e la visione del mondo watersiani sono già tutti lì: un arpeggio delicato, aiutato da alcuni svolazzi di Wright, sostiene un testo ferocemente critico, tanto contro se stesso (se fossi buono, capirei la distanza che separa gli amici) quanto contro le convenzioni sociali (se dovessi diventare matto, per favore non mettetemi i vostri fili nel cervello; chiaramente versi ispirati alle vicende di Barrett). Il cantato, con un filo di voce, chiude il cerchio di un gran bel pezzo.

Summer ‘68. Brano scritto e cantato da Wright, cosa evidente sia nel testo che nell’atmosfera. Sonorità estive – in cui le tastiere e l’organo Hammond la fanno da padroni – fanno da sfondo al senso di colpa per un tradimento. Le parti orchestrate tendono alla magnificenza e Wright riconfermava la propria cifra stilistica: discrezione, delicatezza, tocco personalissimo.

Fat Old Sun. Lo strumming dritto e la voce di Gilmour introducono questa canzone ispirata all’infanzia del chitarrista. Il pezzo ci pare il più debole di tutto l’LP ma, benché probabilmente parte integrante del “mucchio di immondizia” (cit. Gilmour) che rendeva l’album inascoltabile agli stessi musicisti, diverrà importantissimo nelle esibizioni live del gruppo.

Alan’s Psychedelic Breakfast. Il brano più riconoscibile dell’album, a nostro parere. Si tratta della suite di chiusura, anch’essa suddivisa in più parti. Voce in sottofondo, suoni ambientali e protagonista della colazione psichedelica convergono in un unico soggetto: il rodie Alan Styles.

Inserire rumori di sportelli, borbottii e masticazioni all’interno di un brano è già abbastanza strano, perfino al giorno d’oggi; farlo nel 1970 è qualcosa di impensabile, soprattutto se si decide di condirlo con i suoni antigravitazionali dell’Hammond di Wright e gli arpeggi acustici di Gilmour. Anche in questo caso, l’idea pare essere un lascito di Barrett: sembra che, durante un concerto anni prima, abbia cucinato un uovo sul palco, riproducendo i suoni con il microfono.

La parte strumentale cresce via via di intensità e presenza: ancora una volta, possiamo pregustare ciò che i Pink Floyd sarebbero stati in grado di creare.

di Marco Coco e Luca Angelini