Evanescence. Una band che ha segnato il passo, assieme ai Linkin Park, dei primi anni duemila.

La voce soave della bella Amy Lee, dama gotica antitetica, coloratissima e incredibilmente gioviale, e l’oscuro Ben Moody, chitarrista talentuoso e suo (ex) fidanzato. Un’unione nata in un contesto che ha del mitologico: i due hanno raccontato di essersi incontrati durante un campo estivo nel 1995, e che Ben fu rapito da Amy sentendola suonare al pianoforte e cantando “I’d do anything for love” di Meat Loaf. Lei, ottima pianista e voce da mezzosoprano potente, un’anima giovane colma di emozioni da esprimere e lui, che progettava canzoni da scrivere con una come lei praticamente da sempre. Little Rock, loro cittadina di origine, era abbastanza piccola e dispersa nell’Arkansas, ma ha comunque fornito al duo un altro validissimo membro, il compositore David Hodges.

Due piccoli ep si susseguirono, Evanescence e Sound Asleep, entrambi presentati al Vino’s, locale di Little Rock, nel 1998 ed entrambi stampati in circa 100 copie, prontamente terminate la sera stessa. La registrazione di tali ep, assieme ad ORigin, avvenne sotto la sponsorizzazione della BigWig enterprises, piccola etichetta indipendente locale. Molte altre canzoni, oltre a quelle contenute negli ep, furono suonate live: i video dell’epoca, di tali “Unknown songs” (come le chiamano i fan più accaniti) divennero una rarità quando nacque Youtube.

Inizialmente di estrazione cristiana, il terzetto sfornò nel 1999, infine, un album meraviglioso, a parere della scrivente (accanita fan degli stessi), Origin. Un’opera acerba, ma ricca di spunti operistici profondamente ispirati, come nelle prime versioni di canzoni quali Whispers, My Immortal, Imaginary, ri-registrate ed incluse poi in Fallen. All’interno di Origin è letteralmente palpabile l’armonia che legava i tre componenti del gruppo, all’epoca dei ragazzini di neanche vent’anni e con tanta, tantissima, voglia di fare arte. Amy, la cui voce, un po’ più rauca e meno allenata che nelle opere successive, è emozionata, e sui ritornelli di My Immortal sembra tremare, scossa dall’emozione che quelle parole riescono a procurare. Amy stessa disse, in un’intervista del 2008, di ridere di quelle tracce, come si fa su delle vecchie foto, probabilmente non conscia del valore di ciò che hanno trasmesso ai fan. My Immortal, una delle canzoni più popolari contenute nell’album, fu composta da Amy e Ben in uno stato di grazia; lei disse di aver composto l’accompagnamento al piano durante i primi anni dell’high school, lui di averne scritto il testo, dedicandolo al padre. Altre tracce notevoli sono Lies, in cui la componente gothic è espressa dal growl di David, e la lunghissima (circa otto minuti) Understanding/Can’t wash it all away, di chiarissima ispirazione cristiana, complice organo e ending liricheggiante finale. Notevole è Even in Death, inquietante electrodark postmortem. La canzone più riuscita risulta essere però Anywhere, semplicissima ballata fatta della voce di Amy, back vocals, e drum kit, che dimostra una grandezza artistica che verrà ben espressa in Fallen.

L’album, rilasciato nel post concerto in sole 2500 copie, andò a ruba, in quel piccolo contesto. Con moltissima fatica e tanti soldi spesi, riuscii ad accaparrarmene una copia originale solo nel 2005, e ricordo ancora la felicità quando, ricercando su internet, scoprii di possederne effettivamente un originale. Successivamente alla fama della band dovuta a Fallen, Origin divenne un oggetto di culto e soggetto di molti fake e false re-release: il prezzo di una copia originale attualmente si attesta sui 300 $.

La WindUp records si interessò della band, e la mise sotto contratto nel 2002. Fu un grande cambiamento: si trasferirono a Los Angeles, Amy seguì lezioni di canto, Ben fu costretto ad andare in palestra dalla produzione, ma a David quel mondo cominciò ad andare stretto. L’artista, profondamente cristiano, decise di lasciare la band quattro mesi prima del rilascio di Fallen, e non partecipò mai ad eventi live assieme agli ex compagni. Amici di Ben, Will Boyd, John LeCompte e Rocky Gray, si unirono alla band, avendo già contribuito in fase di registrazione di Origin. Fallen, anticipato da Bring me to life, fu un successo planetario. All’epoca, i Linkin Park, dotati di due cantanti, e nello specifico del rapper Mike Shinoda, avevano creato il trend nu-metal che li contraddistinse per tanto tempo: la WindUp costrinse, dunque, per scongiurare un insuccesso, gli Evanescence ad includere i 12Stones, band christian rock, nel singolo di lancio, la cui demo è profondamente differente, nonché ricca di effetti elettronici. Il 2003 era un anno di grandi cambiamenti nel panorama culturale americano, ed uno dei primi comic-movie del terzo millennio uscì entrò in produzione proprio quell’anno, Daredevil con protagonista Ben Affleck: la WindUp riuscì a fare includere My Immortal nella colonna sonora, aumentando dunque l’eco mediatica della band. Sebbene l’album sia definito gothic rock/metal, l’unica traccia a rappresentare ciò è la conclusive, Whisper, già inclusa in Origin, cinque minuti di cori latini, magia, evocazione di creature dal buio e bellezza.

Fallen fu un successo planetario. Rimase nella top 10 di Billboard per 43 settimane, vendette più di venti milioni di copie, e furono estratti, oltre a Bring me to Life e My Immortal, singoli quali Going Under ed Everybody’s Fool, tutti nel 2003. Eppure, nonostante l’idillio, qualcos’altro stava per rompersi. Dopo la fuoriuscita di David Hodges, anche Ben Moody se ne andò, lasciando Amy e gli Evanescence. In un’accorata lettera rilasciata sul proprio sito nel 2010, l’anno in cui uscì il primo album dei We are the Fallen, rispose a tutte le domande sul perché di tale gesto, riassumibili come “divergenze artistiche”. Amy covò rancore per anni a venire, e, a suo dire, ebbe un periodo di profonda depressione successivamente a tale gesto: l’armonia si era rotta, Ben era oramai cresciuto dal diciottenne che aveva condiviso tutto ed ogni asperità con lei, che aveva dormito in macchina con David quando scarseggiavano i soldi per l’affitto, che si era trasferito a L.A. per lei e per gli Evanescence. Ben abbandonò la band la notte del 22 ottobre per non farvi mai più ritorno, sentendosi come se ogni singola cosa avesse costruito fino a quel momento fosse andata distrutta, perché, “int he end, i was just a fucking kid”. Amy disse, anni dopo oramai felicemente madre e sposata ad un uomo che ama, di non aver più alcun dialogo con Ben, di non avere mai più parlato con lui, di non esserne interessata, ma che ciò che li ha divisi è stata “la volontà di fare pop” di Ben.

Lo stesso anno la band si imbarcò nel proprio primo tour, aprendo anche un concerto dei Linkin Park, e da esso nacque Anywhere but Home, in cui vennero anche incluse tracce come Farther Away, Missing, entrambe outtake da Fallen, e Thoughtless (cover dei Korn), Terry Balsamo, chitarrista dei Cold, sostituì Ben Moody.

Per tre anni, dopo Fallen, ci fu silenzio. Su EvBoard, piattaforma non ufficiale degli Evanescence in cui però i membri sono sempre stati presenti e spesso disponibili a rispondere alle domande dei fan, ci furono notizie contrastanti, rimpalli su rimpalli, mentre la WindUp pressava per l’uscita del secondo album, ancora senza titolo. Amy affermò di non avere la minima intenzione di affrettare i tempi, ma di voler evitare la frenesia degli anni di Fallen, di non voler perdere altri pezzi preziosi, di voler sperimentare, di voler essere finalmente se stessa. Eppure, sentimentalmente, non sembra esserci fortuna per lei. Intrecciò una relazione dai contorni oscuri e violenti con Shaun Morgan dei Seether, fisicamente estremamente somigliante a Ben Moody, che finì tanto rapidamente quanto era iniziata, lasciando solamente strascichi dolorosi ed una bella collaborazione, Broken.

Nel 2006, finalmente, tra l’ansia dei fan (me compresa. Ricordo che aggiornavo EvBoard più volte al giorno, e che il primo pensiero dopo essere tornata da scuola era collegarmi a quel forum, e sperare di trovare qualche annuncio di Amy, il cui nickname era snowhite), uscì Call me when you’re sober. Una canzone rock moderna, blueseggiante, arrabbiata, furibonda, rosso cremisi. Un inizio affilato come la rama di un rasoio, una dedica ad un uomo alcolista ed irresponsabile. Nel video, si vede Amy come Cappuccetto Rosso e la strega assieme, pronta a fagocitare un lupo impersonato da un ragazzo stupefatto ed impaurito: il significato è presto comprensibile. La risatina soddisfatta alla fine è la punchline finale.  La canzone è frutto proprio della triste fine della relazione con Shaun. La risposta di quest’ultimo tardò a farsi sentire, dal momento che il cantante era solito entrare ed uscire da cliniche di riabilitazione: cercò di minimizzare la cosa, di convincere il pubblico che il significato fosse più universale e meno diretto. Insomma, ad Amy si deve indubbiamente la capacità di polarizzare la critica nella sua direzione, anche sfruttando la propria vita privata.

Finalmente, il 25 settembre 2006, corsi ad acquistare The Open Door. Non sapevo, sinceramente, cosa aspettarmi. Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che avevo ascoltato qualcosa di nuovo, di Evanescence, che cercai di non farmi opinioni e preconcetti. Dopo il chick anthem di Call me when you’re sober, non nascondo, però, di aver sperato che Amy finalmente tirasse fuori la rabbia che aveva dentro, ma declinandola in più sfumature e sfaccettature. Il titolo è segno di ottimismo, di rinascita dopo quegli anni così bui, una porta aperta sul futuro.

It’s true, we’re all a little insane.

But it’s so clear,

Now that I’m unchained

Fear is only in our mind.

L’album risulta tecnicamente migliore di Fallen, estremamente variegato, ricco di ballate ben intervallate da canzoni indubbiamente rock e che dal vivo risultano essere incredibilmente divertenti, come Sweet Sacrifice, All that I’m living for, Weight of the World, Lose Control. Con delicate canzoni quali Good Enough e la splendida Lithium, in cui Amy analizza gli aspetti della depressione che l’ha colpita nell’aftermath della dipartita di Ben, si controbilancia la rabbia, creando così uno spettro di emozioni colorate e variopinte. La vena autodistruttiva della cantante e compositrice (nonostante la sua colonna sonora per Le Cronache di Narnia fosse stata rifiutata) viene finalmente espressa in maniera creativa, accantonando temporaneamente la malinconia, sebbene energica, di Fallen. C’è, infine, un ricordo di Ben, in una canzone outtake, The last Song I’m Wasting on you, bella ballata al piano guidata dalla voce di Amy che, per intensità e spontaneità, ricorda quella dei primi anni.

Eppure, all’album manca un quid, anche se sembra esserci tutto. C’è perfezione tecnica, ci sono i singoli, c’è un romanticismo pre-raffaellita impersonato da Amy e dai suoi abiti vittoriani, ci sono i numeri di vendita (sebbene non si arrivi al milione), ma qualcosa sembra essere stato tralasciato. Cosa, viene da chiedersi, dopo numerosi ascolti. Manca il respiro ampio, manca l’ariosità. L’ascolto di quei 45 minuti, se subitaneo, se continuativo, causa un senso di oppressione, derivante dall’esagerazione quasi rococò negli arrangiamenti, anche se, oggettivamente, la cover della Lacrymosa di Mozart è una piccola chicca operistica. C’è leggermente claustrofobia, nonostante la porta sia oramai aperta. Il significato, teoricamente urlato, dell’album, viene perso in una cacofonia. L’eccesso in scatole cinesi e metafore è testimoniato anche dal complesso artwork delle liriche delle canzoni, ciascuna simboleggiata da un oggetto/animale differente. I singoli finali furono dunque Call me when you’re sober, Lithium, Sweet Sacrifice, e Good Enough, la chiusura dell’album, e, forse, traccia più bella, amore espresso e puro.

Seguì un anno di tour, fino a settembre 2007, e ben due dipartite: John LeCompte e Rocky Gray se ne andarono, suonando nei We are the Fallen, band neoformata da Ben Moody. O forse Amy li cacciò (ancora vige la non-divulgazione). Non oso immaginare la reazione di Amy difronte a tale gesto. C’è da aggiungere che l’ormai donna, Amy, è solita far causa a chi la infastidisce, produttori discografici, intere case discografiche, ex collaboratori inclusi. Francamente avrei avuto paura, al loro posto, nel passare dal nemico. Will Hunt fu assunto come nuovo batterista e Troy McLawhorn come secondo chitarrista. Tim McCord fu invece assunto come bassista, dal momento che anche Will Boyde se ne andò per la sua strada.

E poi, di nuovo, due anni di silenzio. Amy coltivò la propria vita privata, e reincise alcune canzoni da Nightmare Before Christmas, si dedicò al proprio matrimonio (avvenuto col suo terapista Josh Hartzler), iniziò a studiare l’arpa, dipinse, cucì abiti e solo nel giugno 2009 fu annunciata la produzione del nuovo materiale. Inoltre la band suonò in uno show “segreto” a Manhattan, e l’8 novembre in un festival a San Paolo. I tempi sembravano essere maturi per un nuovo inizio.

Eppure i fantasmi del passato sembrano non andarsene, e Troy se ne va a suonare nei Seether. Dopo qualche mese decise di tornare, e per ragioni misteriose, Amy lo riaccettò nella band. La registrazione dell’ancora senza titolo album iniziò a fine 2010, e ben due produttori si avvicendarono, l’amante dell’elettronica e di Bjork Steve Lillywhite e Nick Raskulinecz, che aveva precedentemente lavorato con i Foo Fighters. Ma qualche altra sciagura stava per abbattersi, e quando parve che il lavoro di Lillywhite, prettamente elettronico e sperimentale, stava dando risultati a suo dire “orrendi”, la WindUp si convinse, a cambiar produttore. Purtroppo, però, la WindUp stessa decise di incenerire quasi tutte le tracce, e solamente tre canzoni di tale fase furono poi mantenute. Il lavoro di un intero anno fu buttato alle ortiche. Inizialmente parve che la mente dietro ciò fu Amy, ma nel 2014 la cantante dichiarò la versione precedente.

Fu, finalmente, rilasciato l’album, semplicemente Evanescence. Amy decise, dunque, di dare un respiro collettivo al lavoro, rendendolo frutto del lavoro della band intera, non soltanto suo. L’album, disse Amy, fu il più duro e difficile di tutta la sua carriera, il più oscuro, un “disco rotto”. Del periodo elettronico rimasero soltanto Swimming Home, e Made of Stone.

Evanescence, all’ascolto, è oggettivamente un album difficile. Difficile come è accettare l’onesta, di cui tutto è pervaso. Un tema portante è la ricerca della libertà, testimoniato dalla bellissima Lost in Paradise, una ballata eterea che ricorda, per struttura, una canzone di Bjork (artista da sempre adorata da Amy), Joga. L’armonia degli accordi, la loro sequenza, l’assonanza, sono l’asse portante della traccia. C’è una grande semplicità costruttiva, anche in tracce come My Heart is Broken, che parla di violenza e femminicidio, ed in Oceans, sfaccettata e luminosa, polistrumentale. Nel complesso, l’album è molto più equilibrato del precedente, più maturo. La semplicità scaturita dalla brutta esperienza con le esagerazioni elettroniche ha dato i suoi frutti, ma va anche notato che Amy ha imparato ad usare coloriture con spettro maggiore, che la sua voce è in grado di passare, finalmente, da momenti di gelo a momenti in cui è calda e rassicurante. Questo è ben testimoniato in The Change, in cui i malpensanti possono vedere rimandi a Ben Moody, il cui ritornello è composto da vocalizzi furibondi. In Sick è poi espressa la rabbia verso la casa discografica e l’enorme danno che è stato fatto al materiale già registrato. La conclusiva Swimming Home, è, come già detto, elettronica, facilmente confondibile per una canzone di una qualche artista nordeuropea come Bjiork, Lisa Miskovsky o  Susanne Sundfor, ma con una componente ambient più marcata. Dà speranza di libertà, e sembra di nuotare in un mare calmo, che culla ondeggiando l’ascoltatore fino a casa.

L’album fu, più o meno, un insuccesso. Nella prima settimana vennero vendute 175000 copie, molto meno di The Open Door, e la più grande pecca è anche il suo più grande pregio, cioè la semplicità. Sembra esserci inoltre una tensione al distaccamento dei canoni classici del sound della band, gli elementi tipicamente Evanescence sono lasciati qua e là e rilevabili a discrezione dell’ascoltatore. Se The Open Door era stato espressivo fino alla sfinimento e all’esacerbazione dell’emozione, Evanescence è un lavoro, oggettivamente, difficile. E altrettanto difficile è dare un giudizio complessivo.

Il tour terminò alla Wembley Arena nel 2012. Stavolta fu Amy, e non il tempo, ad annunciare una lunga pausa sul proprio sito, dichiarando la necessità di riordinare le idee e capire se davvero valeva la pena continuare ad essere Evanescence. Nel frattempo, il progetto di Ben Moody pareva essere ben avviato, e dopo il successo di Tear the World Down, aveva appena annunciato su Youtube di essere di nuovo al lavoro.

Nel frattempo, vista la pausa a tempo indeterminato, Amy si diede a vari progetti solisti, che analizzeremo in separata sede. Eppure trovò comunque un po’ di tempo per fare causa alla WindUp, che nel frattempo era stata inclusa dalla The Bicycle Music Company, accusandola di dovere alla band un milione e mezzo di royalties e di aver tentato un “sabotaggio” fornendo collaboratori scadenti, “poveri idioti”. Nel mentre (è lecito parlare anche degli altri componenti), Will Hunt suonò per il nostrano Vasco Rossi e McCord divenne padre. Ad agosto 2015 Terry Balsamo decise di interrompere i rapporti con la band (da ricordare che durante il tour di The Open Door fu colpito da un infarto durante uno show), e fu sostituito da una ragazza, Jen Majura, chitarrista degli Equilibrium, fatto piuttosto sorprendente.

Ma le sorprese paiono non essere finite, e finalmente, ai fan di vecchia data, quale la scrivente (che non si stancherà mai di ripeterlo) fu fatto un regalo gigantesco: Lost Whispers. Vecchie canzoni, outtake, leakate, remix, tutti insieme, in una playlist da brodo di giuggiole. Even in Death, una traccia da Origin elettronica e sorprendentemente attuale in un riarrangiamento ancora elettronico. La raccolta, dichiarata essere FOR HARD FANS ONLY, ebbe una storia ovviamente travagliata e fu rimandata più volte. Sorpresa delle sorprese, nuovo tour nel 2016 ed una Ultimate Collection con tutti gli album (compreso Origin).

Un nuovo album, Synthesis. Un nuovo tour. Il futuro degli Evanescence si prospetta incredibilmente roseo, viste le meravigliose premesse dateci il 17 agosto appena passato, ossia un re-imagined di Bring me to Life. L’intensità lascia sorpresi, la maestosità è qualcosa che non si sentiva di tempi di Lacrymosa: Amy ha imparato dall’elettronica di Lillywhite e l’ha applicata nel modo migliore. Non si sente la mancanza dei 12Stones, anzi, la nuova versione della hit delle hit è un’opera conclusa in se stessa e non ulteriormente migliorabile: gli archi distorti e operistici si combinano alla perfezione. Non si sente neppure la mancanza del piano nel bridge, rimpiazzato da archi orientaleggianti che rafforzano e riempiono il suono.

 

In conclusione, la carriera degli Evanescence sembra essere ad un punto di svolta. Amy ha finalmente compreso l’importanza degli altri membri della band, e si è finalmente scrollata di dosso la pesantissima eredità di Ben Moody nel migliore del modi, reinterpretando la loro opera magna. Il viaggio è stato lungo, tortuoso, difficile, ma la destinazione sembra essere, finalmente, una maturità artistica arrivata in modo discontinuo. Attendiamo la release completa di Synthesis, album ancora immerso dal mistero ma ben presentato dal fascino, seppur ancora barocco, oramai raffinato di una Amy fattasi donna.

La band sarà in concerto a Milano il 19 marzo del 2018, e siamo certi sarà un evento imperdibile.

 

Giulia Della Pelle