La creatività è uno stato di grazia, uno stato dell’essere nel quale tutto converge verso uno scopo, raccontare come il tempo e lo spazio si confondono, trovare un equilibrio che è segno evidente del nostro lontano passato. Ogni emozione merita condivisione, sono impressioni della vita presente e speranze nell’avvenire.

E’ un percorso che prende forma tra teatro e tango, con la musica e con il senso di appartenenza alle proprie origini, come poesie in dialetto siciliano. Ecco la sintesi di una piacevole conversazione con la cantautrice catanese Gabriella Lucia Grasso, incontrata al Palazzo della Cultura di Messina.

La musica esprime il più intimo sentire umano, i suoni ritornano protagonisti, ricercati nella semplicità, strofe serrate in una scrittura barocca, una malia sonora che seduce l’ascoltatore. Il nuovo album  “Vussia Cuscenza” può essere sintetizzato con le sue parole:

Quando ascolti la musica, essa ti abbraccia regalandoti infinte connessioni ed emozioni legate a ciò che possiedi dentro il tuo cuore. L’abbraccio è creazione di valore, è l’essenziale, così come la musica.”

Gabriella Grasso è un’artista eclettica, tra gusto retrò e sensibilità contemporanea con una forte identità femminile. Una donna del Sud.

Le storie raccontate dalla cantautrice catanese Grasso sembrano accennare alcuni temi più politici, come il brano “Cunta e pigghia” ; dove viene descritto il presunto legame tra chiesa e politica: un legame economico, un legame antico, un legame che ci ha resi schiavi, non più liberi di esprimere ciò che è nostro, ciò che ci rende veri. Alla fine dei giochi l’unico posto comune e paritario è lo stesso appuntamento ( la morte ): qui non ci sono vincoli, regole, economia, potere, schiavitù e soprusi, (come diceva il Principe Antonio De Curtis nella Livella).

Tempu e malutempu non po fari sempri tempu, ni videmu dumani, sempri ô stissu appuntamentu.

Tra le collaborazioni d’eccezione c’è sicuramente quella con Bob Mcferrin e il maestro Giorgio Albertazzi. Secondo il maestro “la felicità è un desiderio, utopia. La sola risposta vincente alla barbarie è la poesia e la cultura”, sono le parole pronunciate nella sua ultima apparizione in pubblico. Quale insegnamento ti ha lasciato, come definiresti il tuo ultimo periodo ?

“Albertazzi mi ricorda gli anni dell’Accademia, quelli della mia parentesi teatrale. Il maestro con assoluta semplicità mi ripeteva spesso di lavorare per portare sul palco l’emozione, il sentimento che inficia la stessa esibizione. Dopo 25 anni c’è sempre quella tensione emotiva, ed anche la paura di sbagliare, c’è la libertà di emozionarsi per quello che viene recitato, raccontato o cantato. In fondo chi sale sul palco diviene il desiderio dell’altro, si fa custode di un messaggio, comunica ed ogni volta è come mettersi in discussione. Un suono se condiviso lascia una traccia, anche una parola se c’è desiderio nell’ascoltarla emoziona, può renderti felice. Questo è un buon periodo, già sto vivendo, mi sono arricchita ed ho avuto le mie soddisfazioni. Ho anche la fortuna di avere un gruppo di lavoro, la casa discografica che non impone scadenze o contenuti, c’è la sana voglia di condivisione, di aggregazione e soprattutto il seguire le fasi di registrazione, perché la fretta non ti porta da nessuna parte.”

Perché oggi le radio tendono ad omologare ed appiattire la varietà musicale con suoni elettronici? Sperimentare significa essere “alternativi” o peggio di nicchia, come descriveresti il tuo pubblico, nostalgico o amante della contaminazione?

“Sperimentare significa sapersi ascoltare, quando fai musica devi seguire ciò che più ti rappresenta. Io appartengo al genere world music, le radio hanno passato alcuni miei pezzi, ma credo che per apprezzare la musica nel suo insieme non può bastare la radio. Io personalmente amo sì i suoni antichi, ma mi piace la contaminazione, che in questo mio lavoro ci cono anche i suoni più contemporanei. Esistono anche logiche commerciali, io credo nella forza della mia lingua, nel dialetto siciliano, ho vissuto fuori per alcuni periodi tra Milano e Roma, ma mantengo le mie radici, non le rinnego, sono parte di me. I ragazzi non parlano più il siciliano, noi siamo essere unici, storicamente abbiamo il dovere di custodire e non abbandonare la nostra identità, è un valore aggiunto. Nella contaminazione c’è anche il richiamo alla musica argentina, ci sono similitudini armoniche e melodiche, insieme a Denis Marino, che ha curato le orchestrazioni per fondere le due culture.

Ci sono molti amici musicisti che hanno preso parte al progetto, Elena Guerriero, Concetta Sapienza, Marisa Mercadè, Puccio Panettieri, Adriano Murania, Valentina Ferraiuolo e per rafforzare il trait d’union tra l’Argentina e la Sicilia, Lidia Borda, ha interpretato “Quanti voti” eccellenza del canto e per chi ama il tango come me, fa musica più di “settore”, forse per questo meno popolare in Italia.”

Hai detto che il siciliano è un po’ come l’inglese, con la differenza che storicamente ci appartiene maggiormente. L’identità di un uomo consiste nella coerenza di ciò che fa e di ciò che pensa. Come definisci la tua identità musicale? In che modo le radici o le storie vissute possono essere trasferite musicalmente senza risultare banali, in una società sempre più liquida c’è ancora spazio per chi confida nel sentimento dell’amore?

“Quando in dialetto siciliano dici ad esempio: Si u me Ciatu, letteralmente significa Sei il mio fiato, in due parole il dialetto come il giapponese lascia intendere molte più cose, l’essenza, c’è una sintesi poetica che ci spinge a ricercare altro, di più profondo.

La musica è la rappresentazione dell’amore, se metti dentro quello che l’amore ti ha restituito, nel bene e nel male, viene fuori una veridicità. Se viene percepita dall’ascoltare, aldilà delle copie vendute, credo di aver vinto la sfida, di essere riuscita a trasferire ciò che è stato, ciò che vivo nella mia quotidianità, senza trascurare gli impedimenti che la stessa vita ci presenta lungo il percorso ed affrontarli con lo stesso sentimento e forza interiore.”

L’immagine del disco Vussia Cuscenza raffigura una successione di abbracci: teneri, amichevoli, passionali, materni. Due donne che cercano un contatto reale, ma anche un confronto generazionale tra chi ha più rughe e forse qualcosa in più da raccontare?

“Questa è una bella visione, ma in realtà la copertina del cd rappresenta il contenimento materno, noi andiamo a ricercarlo per  tutta la vita senza mai trovarlo, rimettere in discussione i nostri desideri, penso a Winnicott, lo psicanalista che ha descritto ciò che congiungeva madre e bambino, holding ( sostegno ) per definire la capacità della madre di fungere da contenitore delle angosce del bambino, il desiderio di ritornare dentro il grembo materno come condizione ideale, e nello stesso tempo l’invito ad abbracciarsi, come gesto che conferisce calore, umanità più del bacio.”

Il pazzo dice al saggio che non c’è più pace e neanche equilibrio… ( dal brano Cunta e pigghia ); quale chiave serve al pensiero saggio per percepire lo stato di energia che sta dietro al pensiero?

“Nei sentimenti bisogna tendere alla saggezza, la tua è una bella domanda, credo che bisogna vivere il momento, se non vivi non fai, se tu non senti non ti adoperi, stai incantato tra i tuoi pensieri, rimani così facendo incatenato. L’energia esce fuori ogni volta che ami la vita, quando prendi consapevolezza di ciò che vuoi realizzare. Quando reagisci alle forme di potere, di qualunque tipo, cercare una propria libertà. La musica è un vettore veloce, si è persa l’attenzione nei confronti del vicino, sento più la tendenza ad esaltare l’Io, quando c’è riflessione inevitabilmente si cura la propria spiritualità, la perdita della percezione oggettiva dell’altro, sicuramente mi provoca dispiacere; è una tendenza della società contemporanea, poco altruista.”

Con Le Malmaritate hai realizzato un album, nel tuo futuro ci saranno più collaborazioni da solista, o pensi di continuare a fare gruppo?

“Con Le Malmaritate siamo già a lavoro per scrivere altri pezzi, ci sarà un secondo album, io credo molto nella proficua condivisione con altri artisti e musicisti, in fondo anche noi due in questa conversazione, senza strumenti stiamo comunicando grazie alla musica.

La musica è condivisone, se perdi l’identità, ti allontani anche dal senso vero ed autentico di produrre suoni e canzoni. Io ci provo e credo in un gruppo che è anche famiglia, ci crede anche la mia amica Carmen Consoli.

La cantantessa è presente nel nuovo lavoro di Gabriella Grasso con il brano “Don Pippuzzu”, si narra la perdita degli antichi mestieri, il capovolgersi dei ruoli, la triste visione di una povertà ormai vicina, un patrimonio che viene cancellato dal moderno, dalla sete dell’evoluzione-involuzione che tende ad ogni istante ad invalidare e sopprimere ciò che è stato.

Tra chitarre distorte, con il clarinetto che regala eleganza e leggiadria, la cantautrice catanese ci regala un lavoro che è destinato a divenire memoria storica, come Don Pippuzzu siamo rimasti a guardare il mare, con il desiderio della “vanniata” e la magia degli strumenti, degli archi che profumano di mediterraneo.

Matt Dragà