Occhiali scuri, giaccone di jeans e tutta l’aria stordita di chi ha appena presentato una sua creazione, con le notti insonni, gli strappi, le lacrime e i sorrisi che la preparazione di un disco porta con sé. Così ci ha accolto Coez, dietro le quinte del release party al Quirinetta in occasione della pubblicazione di Faccio un casino, lo scorso 5 maggio.

Un album trasversale che passa dal pop, al rap a innesti elettronici, in un’eterogeneità che è un po’ la cifra distintiva di Coez che, piaccia o no, è uno dei pochi casi di rapper italiano che non si è mai precluso commistioni stilistiche. Disco autoprodotto, tante collaborazioni, mood variegato e sound mutevole. “Io preferisco sbagliare, proiettandomi in situazioni nuove, che non ho la certezza di saper affrontare ma che mi permettono di sperimentare e quindi di imparare, di creare”, è questa la logica dell’artista, osare, anche dopo un disco andato molto bene come l’ultimo Niente che non va, uscito nel 2015. Così in Faccio un casino, Coez ha incanalato pezzi scritti anche molto tempo fa, come E yo mamma o Ciao, ha aperto i cassetti dove si tengono le cose preziose e ha messo su un lavoro nuovo, privo di etichette, la cui unica filosofia è quella di esprimere un’esigenza di comunicazione nel modo che in quel momento sembra più adatto. Così con la penna delle esperienze, sul quaderno dell’esistenza, ha rubato sguardi e pulsioni della gente, sua maggiore fonte di ispirazione come ha dichiarato e ha fatto, per fortuna non un casino, ma un buon disco.

Faccio un casino è un disco prodotto da te e Niccolò Contessa, una scelta di grande indipendenza discografica.

Direzione artistica mia, di Niccolò Contessa e Sine, i produttori sono nove però Niccolò e Sine hanno fatto delle produzioni addizionali per rendere omogeneo tutto il progetto. Il disco è comunque autoprodotto, sono uscito senza etichetta. Ho naturalmente un team che mi aiuta però ci interfacciamo direttamente noi con le distribuzioni, decidiamo noi tutte le uscite. Ho voce in capitolo su tutto l’artwork, una libertà che era fondamentale avere per me in questo lavoro. Se hai un disco fortemente pop è giusto sfruttare i canali delle etichette, ma per un album che può essere trasversale come Faccio un casino credo che si possa provare anche da soli, con i social, con una buona promo radio. Sono fiducioso che con le nostre forze arriveremo abbastanza lontano.

Importanti le collaborazioni, da GEMELLO (in Taciturnal), GEMITAIZ (in Occhiali scuri), LUCCI (in Un sorso d’Ipa). Ce ne parli?

In questo disco ho voluto che ci fossero tutte le persone con le quali collaboro da una vita. Gli ultimi due dischi erano senza partecipazioni, in questo volevo un apporto di altri. Avevo molti pezzi di produttori diversi, accumulati negli anni che tenevo nel cassetto per farli uscire al momento giusto, appunto da indipendente.

Il tuo è uno stile particolare, forse unico fra i giovani cantautori italiani, che si muove tra pop e rap, ma negli anni hai sperimentato anche l’elettronica e il dubstep. Quale genere senti più tuo?

Dicono tutti che questo disco è un po’ una fusione tra il rap e il pop, io non penso. Credo piuttosto che questa fusione sono io, mi piacciono stili diversi tra loro e sono uno dei pochi che si cimenta a fare sia l’uno che l’altro. Credo che non conti tanto il genere ma lo stile con cui lo affronti, il mio punto di arrivo è l’idea di non dover essere schiavo di nessuna definizione.

La tua storia con la musica inizia a 19 anni con il gruppo Circolo Vizioso. Ti ricordi quando e come è stata la prima volta nella quale hai sentito l’esigenza di scrivere, di esprimere con la musica quello che spesso non si riesce a tirare fuori in altri modi?

Io nasco dai graffiti, ho iniziato a dipingere a dodici o tredici anni e Coez è il mio nome da allora. Quando ho cominciato a rendermi conto che quello che volevo esprimere, con i graffiti arrivava solo alla gente di quel settore, ho sentito di dover uscire da quella nicchia per poter comunicare a più persone. Così ho iniziato con il rap. Io ero molto timido, introverso, prima di riuscire ad incidere i primi pezzi ho trascorso molto tempo solo a scrivere, avevo paura dei giudizi. Poi pian piano si è innescato lo stesso meccanismo dei graffiti anche con il rap. È vero che il panorama di questo genere si è ampliato, però io non volevo parlare più a quel target di persone. Così ho sviluppato un’altra modalità di comunicazione nella scrittura. Il percorso che dai graffiti mi ha portato al rap fino a quello che faccio adesso lo vedo proprio come uno sviluppo naturale, che si amplia sempre di più.

Hai scritto il pezzo Ciao con Frenetik e Orang3 durante una session di cinque giorni in occasione di Sanremo giovani di qualche anno fa. Che rapporto hai con il Festival?

Nell’ultima edizione ho provato a partecipare con Faccio un casino che, nonostante ora stia andando molto bene, lì è stato scartato. Se devo essere sincero non impazzisco per quella platea e comunque le cose che faccio non so se potranno mai essere adatte a quel palco. È giusto che ognuno stia nel suo contesto, anche se non escludo che in futuro ci possa riprovare. Lo farei sicuramente solo per un fatto di promo, non è un mio sogno.

Come definiresti il mood di questo disco?

Ho cercato di mettere molteplici mood. Al livello musicale è un disco abbastanza minimale, con quattro suoni in generale per ogni pezzo, mentre i testi sono proprio al centro. Alcune radio hanno detto che forse è un album troppo lo-fi. Io credo che sia anche giusto oggi fare una scelta come questa, di andare in un’altra direzione rispetto a quella nella quale stanno andando tutti. Quindi direi che il mood è stato un po’ quello di seguire ciò che mi piaceva e che sentivo in quel momento. Poi è un disco che parla molto di amore, la prima parte è più morbida, la seconda diventa un po’ più cupa. Pezzi come Taciturnal, Occhiali scuri, Delusa da me, Le luci della città sono più elettronici, mentre i primi brani sono più suonati, c’è un percorso, un cerchio che fondamentalmente si apre e si chiude con il rap ma che comprende tanto altro.

E yo mamma. Non ti faccio domande, parlacene tu.

Tornavo da Milano, era un periodo nel quale viaggiavo spesso da solo. Mi ero scaricato un’app che riproduce una piccola tastiera, mentre aspettavo il treno ho iniziato a buttare giù due giri di piano semplicissimi con il loop di batteria. Il mood mi ha preso subito, quelle tre note mi emozionavano molto. Era uno dei primi periodi nei quali stavo molto fuori casa e spesso, preso dagli impegni, non riuscivo neanche a rispondere al telefono a mia madre. Forse è stato un senso di colpa, comunque ricordo che sono salito sul treno e ho scritto “E yo mamma, scrivo dal treno fuori per suonare”. Da lì è partito tutto. Quando l’ho fatta sentire a mia madre il giorno del suo compleanno, un anno dopo averla scritta, si è emozionata molto e il suo commento è stato “mi hai fatto sciogliere tutto il trucco”.

Su Faccio un casino hai dichiarato: “Spesso quando scrivi una bella canzone non la capisci subito, anzi la maggior parte delle volte per me escono le cose nuove proprio quando mi sposto dalla mia comfort zone”.

Penso che per ogni artista, dopo un disco che va molto bene, ci sia la tentazione di ripetere. Il rischio è quello di invecchiare, se riproponi una cosa ben riuscita rimani nella tua comfort zone dove, però, non succede mai niente di bello. Per questo motivo io preferisco sbagliare, proiettandomi in situazioni nuove, che non ho la certezza di saper affrontare ma che mi permettono di sperimentare e quindi di imparare, di creare. Deve essere difficile per me fare un disco.

Il rap, l’hip hop sono generi che nascono dalle periferie dell’esistenza, dai margini, da quei luoghi dove la vita è più difficile e dove è spesso necessario crescere prima del tempo. Quanto credi nell’influenza che la musica può avere sulla società o su tematiche sensibili?

Io non scrivo altro che canzoni emotive, o di temi in qualche modo “sociali”. Ma pezzi come Costole rotte, che parlava di una precisa tematica sociale, non hanno avuto alcuna rilevanza. Diciamo che la gente sicuramente coglie, quindi è giusto che qualcuno dia spunti; da lì a dire che la musica influenza mi sembra un salto troppo grande. Può essere però una buona soundtrack per alcuni cambiamenti. Non credo si possa fare rivoluzione con l’arte ma sensibilizzazione sì. Se da piccolo non avessi ascoltato alcuni dischi probabilmente avrei avuto un’altra mentalità. Nell’aria c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno, scegliamo noi a cosa aggrapparci in base a pulsione e a semi che abbiamo già dentro.

In Mille fogli dici: “La mia gente è il mio quaderno”. Una dedica al tuo pubblico?

Credo che un lavoro come il mio diventerà sempre più complicato, perché tende a tenerti lontano dalla gente. Le cose più belle le scrivi facendo molte esperienze umane. Quello che voglio dire in quella frase è che l’ispirazione la traggo dalle persone, quindi senza di loro non avrei materiale per scrivere, non avrei un supporto, non avrei esperienze.

A questo proposito, chiudo con una domanda di una tua fan che ha commentato il brano E yo mamma: “Vorrei chiedere a Coez se è consapevole del fatto che con questo pezzo ha fatto piangere di emozione una ragazza madre”.

Io cerco di essere molto distaccato e di vivere la mia vita nel modo più normale possibile. Sono consapevole, tuttavia, del fatto che quello che scrivo viene ascoltato da molte persone e che in tanti possono rivedersi davvero in quelle parole. Naturalmente questo mi tocca molto e mi fa piacere ma allo stesso tempo avverto quasi un senso di responsabilità. Questo perché io scrivo soprattutto per me, per una mia esigenza imprescindibile, vivo la musica in modo molto più egoistico di quanto i miei fan pensino. Diciamo che è un bisogno mio, poi se questo diventa anche un modo per accomunare tante persone ben venga.

TRACKLIST
  1. Still fenomeno
  2. Ciao
  3. Faccio un casino
  4. E yo mamma
  5. Parquet
  6. La musica non c’è
  7. Delusa da me
  8. Taciturnal feat. GEMELLO
  9. Occhiali scuri feat. GEMITAIZ
  10. Le luci della città
  11. Un sorso d’Ipa feat. LUCCI
  12. Millefogli

Le foto del live show di Coez al Quirinetta di Roma:

Intervista di Sabrina Pellegrini

Foto a cura di Laura Sbarbori