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Il destino nel nome: intervista a Nicolò Piccinni

by Alessia Andreon
Nicolò Piccinni

È da poco uscito Autrement, il nuovo album di Nicolò Piccinni & Gli Internauti, pubblicato dall’etichetta indipendente torinese Indiependence.

Abbiamo fatto una interessante chiacchierata con Nicolò Piccinni, cantautore, produttore e attore torinese che ha tratto il titolo del suo album da una leggenda popolare che vede protagonista il suo omonimo Niccolò Piccinni, compositore vissuto nella seconda metà del XVIII secolo.

Ciao Nicolò, è curioso che tu avessi un antenato omonimo e musicista! Come lo hai scoperto?

Ero consapevole sin da bambino che il mio nome corrispondeva a quello di un compositore della seconda metà del Settecento; è quindi sempre stata presenza benevola, ma non avevo mai approfondito particolarmente.

Nel 2019 un amico, casualmente, mi ha inviato un articolo che parlava appunto del mio omonimo e della leggenda, a lui legata, del termine barese “tremone”.

Questo particolare mi era rimasto impresso e poi., quando ci siamo trovati a mettere insieme le canzoni per l’album, mi sono reso conto che calzava pienamente con il concetto alla base di quella leggenda popolare che è la parola “Autrement”, che in realtà significa “in altro modo”.

Partendo dal significato di “Autrement” nel suo senso più profondo e inclusivo, potremmo dire che significa anche cambiare punto di vista e mi sembra infatti che la tua musica abbia un approccio un po’ diverso dal cantautorato….

Io ascolto molta musica e sono cresciuto con il cantautorato italiano storico, quindi i miei riferimenti, anche inconsci, sono quelli anche se la mia passione per la musica mi ha permesso di spaziare molto.

Probabilmente questo “altro modo“ si può intendere anche da un punto di vista musicale, perché ogni canzone esplora modi diversi di vestirsi a livello di arrangiamento e di costruzione del brano.

A proposito di arrangiamento, quello del disco è stato affidato agli “Internauti”; com’è il rapporto tuo con loro?

Ci conosciamo da tanti anni e tutti gli Internauti suonano in diverse formazioni a Torino, quindi diciamo che siamo cresciuti insieme, pur seguendo progetti diversi.

Nel 2017 abbiamo messo su una band, lavorando fin da subito ad un progetto che purtroppo è rimasto in sospeso, causa pandemia: era un concept album che abbiamo costruito insieme e da cui è nato anche il concetto degli internauti; infatti era un progetto che esplorava il rapporto tra esistenza reale ed esistenza digitale, tramite la metafora del mare.

Finito il primo lockdown, ho scritto queste nuove canzoni e abbiamo sentito l’esigenza di far uscire prima questo album, del quale hanno curato interamente gli arrangiamenti.

Seguendo la track list ho trovato molti spunti tratti dalla vita di tutti i giorni, come fosse un elenco di cose che non vanno bene nella nostra società; a chi vorresti parlare?

La prima risposta che mi viene mi viene in mente è che mi vorrei rivolgere a chi voglia ascoltare l’album: ogni canzone è un invito a metterci nei panni delle altre persone.

Questo significa, molto spesso, fare un passo indietro o avere la predisposizione ad ascoltare e, mettere in atto questi atteggiamenti, richiede tempo e sforzo, quindi banalmente mi vorrei rivolgere a chi è disposto a lavorare anche su se stesso, di conseguenza.

L’ascolto richiede anche uno impegno e mi rendo conto che, magari, ai miei brani manca immediatezza, hanno bisogno di un ascolto stratificato per essere compresi appieno.

Questa è una caratteristica che spero abbiano i miei pezzi, anche musicalmente, perché con gli Internauti abbiamo fatto un certo tipo di lavoro che si può scoprire solo ascolto dopo ascolto.

Il dono puro” parla del fatto che ci siano delle persone privilegiate a nascere nel lato fortunato del mondo, quel “è successo davanti a te ma tu non senti niente” accompagnata nel video dagli spilli che trafiggono il viso è sicuramente molto forte….

L’associazione con l’immagine di una testa di manichino è stata improvvisata. Io sono cresciuto facendo teatro, ma in una maniera anche basata sulla creatività e libertà di espressione; sul set è nato casualmente questo gioco che ha incluso il manichino di polistirolo con cui ci era stata consegnata la parrucca e lo ha fatto diventare un oggetto scenico.

Isabella Locurcio, che ci ha affiancato nel lavoro di preparazione attoriale, ha suggerito di accostare le parole all’immagine degli spilli conficcati nella testa.

Qual è la traccia alla quale sei più legato?

È una bella bellissima domanda, perché ovviamente sono legato per diverse ragioni a tutte… Ti direi “M 49” dedicata all’orso che scappò dal centro faunistico di Castellar a Trento, perché è nata in modo diverso anche rispetto alle altre. Di solito, nello scrivere, parto dalla melodia alla quale accompagno alcune parole e poi da lì cerco di sviluppare la canzone.

In questo caso invece è nata prima la musica, tant’è che pensavo di lasciarla come traccia strumentale, perché stavo pensando a un amico che era mancato proprio in quel periodo, un cantautore di Pinerolo, Giovanni Ruffino, e proprio pensando a lui era nata la musica che doveva rimanere strumentale.

Nel frattempo sentivo le vicende di M 49 ed è scattato inconsciamente un anello di congiunzione tra le due vicende con il testo che si è incastrato perfettamente con la progressione degli accordi.

A. Particolare, musicalmente parlando è anche La traccia di un cerchio…

A questo punto i ruoli si invertono ed è Nicolò a farmi una domanda: Ti posso chiedere cosa ti ha evocato?

A. Per come è concepito l’incipit a me ha ricordato il battito cardiaco, quell’incedere del synth cronometrico e della batteria mi hanno dato quella sensazione.

N. Volevamo assolutamente richiamare il battito, infatti nel momento di massima dinamica parlo del battere del cuore, proprio a sottolineare quell’incedere.

Il cerchio mi trasmette una sensazione accogliente: spesso abbiamo la paura che il tempo mangi ogni cosa, che sia inarrestabile e siamo portati a vederlo in modo lineare, dandoci degli obiettivi per mettere ordine.

Ma la linearità ci distacca un po’ da quello che è anche il corso naturale del tempo.

Trovo che quel movimento ciclico delle lancette dell’orologio sia accogliente perché se accettassimo più semplicemente lo scorrere delle stagioni, forse, vivremo più serenamente la vita e gli obiettivi che ci poniamo.

Concluderei con una domanda su “L’ultima notte al Valentino”, perché io amo molto Torino e la vedo però tanto cambiata negli ultimi tempi. È una canzone dedicata alla tua città?

La canzone nasce come uno sfogo, banalmente, di voler suonare, quindi ho pensato subito alla modalità che è venuta spontanea del surf, molto tirato, che Francesco Cornaglia padroneggia molto bene; forse inconsciamente ho associato quella libertà espressiva musicale, a ciò che abbiamo vissuto quando io e gli Internauti eravamo ragazzi.

Torino era estremamente viva subito dopo le Olimpiadi: c’erano tantissimi spazi per i giovani, per gli adolescenti, per suonare… c’erano scuole e centri di aggregazione giovanile, oltre a locali in cui suonare, e trovo che ci fosse una grandissima opportunità d’incontro. Forse ora manca tanto questo fermento e lo constato anche occupandomi di teatro sociale, lavorando con i ragazzi delle scuole; mi sembra di capire che manchi quel tipo di luogo d’incontro, soprattutto nelle periferie, che è la Torino in cui siamo cresciuti.

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