Gioved-INDIE || Tommaso Di Giulio: “Questo disco è stato uno sfogo, ho iniziato ad incanalare bene alcuni stati d’animo.”

Ci siamo, il giorno centrale della settimana è giunto, e con esso anche la rubrica del giovedì. Ospite del giorno è Tommaso Di Giulio, tre dischi all’attivo, di cui l’ultimo “Lingue”, affronta in maniera diretta e senza giri di parole il concetto di  comunicazione e le sue diverse forme e derivazioni. Attualmente in tour promozionale, lo incontriamo al telefono durante la tappa torinese e cerchiamo di capire con lui in che direzione sta andando la nostra generazione e quanto “Disordine d’Aprile” (suo brano in duo con Max Gazzè inserito in Maximilian del 2016), si porta ancora dentro, di quanto se ne è disfatto attraverso la scrittura del nuovo album e con quanto invece sta ancora combattendo.

Ciao Tommaso, benvenuto in gioved-INDIE, domanda introduttiva che accomuna tutti voi ospiti: cos’è per te l’indie e cosa si mantiene ancora indipendente?
Per me l’indie è rimasto quello dei Nirvana, dei Sonic Youth, dei gruppi di fine anni ottanta e dei novanta, i gruppi per il quale il termine è stato coniato. Adesso questo marchio si usa impropriamente per definire la musica giovane italiana, è un termine che non c’entra nulla con questo attuale panorama perché ci sono tanti giovani che pubblicano con etichette enormi, tanti altri che rimangono nel sottobosco e fanno parte tutti dello stesso campione. È una etichettatura questa che serve solo a confondere le idee e a proporne di sbagliate. Ciò non toglie che all’interno di questo calderone di proposte ce ne siano molte che mi piacciono e con cui mi piace confrontarmi, trovo che innervino di ottime idee musicali il panorama italiano. Ciò che mi mantiene ancora indipendente – invece – è il non avere un contratto milionario con una etichetta e che preferisco correre il rischio di non avere lo stesso favore di critica e pubblico, ad ogni disco che faccio, perché scelgo di farlo esattamente senza restrizioni artistiche e compositive di alcun genere. Il mio ultimo disco suona più cupo e meno conciliante di ciò che normalmente si tende a voler spacciare per pop, io penso che si possa fare rock, pop e qualsiasi genere, anche con un certo livello di contenuto,  di ricerca e di indagini circa alcuni temi che non siano sempre gli stessi. Costruire la propria indipendenza nasce dalla voglia di essere unici, autentici e veri. Io ho sempre avuto voglia di costruirmi attraverso il mio suono, la mia musica e le parole senza scendere a compromessi. Si può essere indipendenti anche se legati a delle major, purchè si rimanga fedeli a se stessi.

 

É uscito il 30 marzo “Lingue” il tuo nuovo prodotto discografico, il titolo è emblematico rispetto al contenuto. Visivamente la parola lingua riporta l’immaginario a due grandi temi: la comunicazione ed il sesso, temi che sono centrali in tutte le tracce. Ti va di raccontarci la sua genesi?

Hai riassunto molto bene il senso del tutto. Ho preferito giocare con alcuni significati che potessero venire evocati nel momento in cui uno ascolta la parola “lingue”, che possono essere: lingue straniere, quindi la necessità di comunicare con qualcuno che non usa il tuo stesso codice linguistico; il sesso, perchè tra i baci ed altre dinamiche  il coinvolgimento della lingua è inevitabile; la necessità di comunicare – che è il motivo principale di questo titolo – in un modo più profondo e non necessariamente legato alle parole. Tutto nasce dalla malattia di una persona a me cara che improvvisamente lo ha privato della possibilità di esprimersi come tutti noi facciamo, di ricordare le cose, e quando ti trovi dover comunicare anche le cose basilari come l’affetto, il sostegno, un concetto come “ci sono, sono qui, combatteremo, non ci arrenderemo” lo devi esplicare con sistemi che non hanno a che fare con la lingua, per poter comunicare con lui.

C’è anche una parte in brano in cui – a proposito di lingue straniere – un ragazzo canta in inglese, comunque in una lingua straniera come dici tu proprio adesso. In un panorama così intriso dalla paura per il diverso, è un gran segnale civico.
Si Human, il cantante che citi tu io credo che farà una gran carriera perchè è davvero bravo. Il messaggio era proprio questo di inclusione, nelle strofe racconto delle impressioni molto specifiche sull’Italia e su varie dinamiche del nostro paese, nel ritornello ho scelto di coinvolgere questo ragazzo che simboleggia altre culture per il colore della sua pelle e le  sue origini, e affrontare il tema del viaggio utilizzando un po’ l’escamotage stile Rolling Stones o Ramones che dicevano spesso “baby, baby, I miss U!”, per colorare e alleggerire il tutto. Questa sofferenza di non sentirsi mai al posto giusto che oggi viene fatta pesare e non viene compresa anche se è inevitabile il cambiamento a cui stiamo andando incontro, quindi arginarla in un determinato modo non farà di certo migliorare le cose.

 

Parliamo del primo dei due grandi macrotemi: la comunicazione. In “Canzone per S” immagini un nuovo modo di comunicare con un uomo che è impossibilitato a farlo nel modo canonico, cioè con le parole, in “Prendiamo esempio” usi le parole per descrivere uno stato d’animo apocalittico che ha attanagliato un mondo intero dopo la strage di Parigi. Che potere ha per te la parola, da autore?

Bella domanda, ci vorrebbero un paio di giorni per risponderti adeguatamente. Credo in assoluto che sia stata la prima grande vittima di una serie di semplificazioni a largo raggio, non soltanto in musica, ci sono tantissime persone che usano il matrimonio tra musica e parole in modo efficace e profondo, quando invece la parola è stata svuotata dal suo significato, essa rimane un’arma profonda .”Ci stiamo disabituando a frugare nel senso delle parole”, diceva Cristina Donà un po’ di tempo fa, ciò porta poi a trovarsi sedotti da un messaggio politico che non si riesce a comprendere, che  potrebbe sembrare un molto vicino a noi, immediato, ma che poi cela qualcosa di ben più profondo. Questo non abituarsi alla complessità del linguaggio, alla stratificazione di più significati è un limite, io penso che le parole questo dovrebbero fare, bisognerebbe miscelarle molto oculatamente come per gli ingredienti in una ricetta in cucina. Di contro, quando ti trovi a non  poter più comunicare con le parole devi far ricorso alla pancia, al linguaggio del corpo.

Negli ultimi giorni è caldo il tema in merito a come sia cambiata la scena e le abitudini musicali negli ultimi anni. È stato molto criticato e usato come iconico Sferaebbasta ad emblema delle nuove generazioni. A proposito della parola, al frugare nel loro senso profondo, questa  scena così ricca di proposte da ritornelli così immediati e frasi così banali è sintomatico rispetto ad una generazione che non si vuole più impegnare in grandi temi e ha bisogno di leggerezza o il livello culturale si è abbassato significativamente?
Innanzitutto io già sono fuori target per parlare del pubblico di Sferaebbasta poichè sono più adulto, però mi è capitato di dare lezioni di canto ad un bambino di nove anni che sta in fissa per lui quindi un po’ riconosco il taglio. Io questo cambio di scelte musicali per quanto riguarda il Concertone non l’ho disprezzato, credo che il ricambio generazionale serva, ed un equilibrio fra le varie proposte è funzionale. Quando prima parlo di complessità non lo sovrappongo alla leggerezza, avendoci lavorato insieme tiro sempre in ballo Gazzè e il fatto di esserci arrivato da fan nella misura in cui quasi tutti i suoi brani, soprattutto quelli dei tre dischi più gloriosi, hanno una grande capacità di comunicare non soltanto per chi ha studiato ed ha un elevato livello culturale, ma allo stesso tempo ad ogni nuovo ascolto puoi ritrovarci un dettaglio nuovo sia nel testo che nelle armonizzazioni. Come lui anche Battisti e tanti altri hanno saputo coniugare magistralmente leggerezza e più strati contenutistici. Tornando alla domanda, credo semplicemente che questa nuova ondata di musica che si concentrano sull’oggi immediato, testi iper-contemporanei che parlano solo  di WhatsApp, o di post social o di fenomeni momentanei, è un po’ causa della paura che ha travolto tutti negli ultimi anni, sentendo parlare o vivendola proprio la “crisi”, ci siamo ritrovati quasi immersi nel ’77 quando i Sex Pistols cantavano “non c’è futuro, non c’è futuro” . Quindi no, non credo che sia ignoranza ma solo una via di fuga rispetto ai tempi che ci circondano, l’ignoranza può essere consequenziale, io ho avuto la fortuna di frequentare un liceo in cui si praticava molta musica e fra di noi ci si iniziava a nuovi ascolti, non sono mai stato oltranzista verso un solo genere, così come i miei stessi genitori, fruitori  di musica da sempre. Le nuove generazioni penso abbiano un po’ interrotto il passaggio di testimone rispetto a quelle del passato.

Non pensi che questa interruzione di passaggio di testimone – come dici tu – possa essere anche figlia della mancanza dei supporti fisici su cui fruire la musica e scambiarsi gli ascolti?
Si penso sia così, io sono anche un collezionista di dischi. Magari lasceremo in eredità qualche playlist. Mi rendo conto che con tutta questa musica a disposizione, effettivamente se ne ascolta meno. Quando hai troppa roba davanti, tipo all’All You Can Eat, alla terza portata tutto ha lo stesso sapore. Lo stesso accade con lo streaming musicale, se una canzone nei primi trenta secondi non ti ha colpito, chi te lo fa fare di arrivare in fondo al brano se ne hai altre mille opzionabili? Ai miei tempi quando aspettavi un mese per comprarti un album, spendendo buona parte dell’intera paghetta, se quell’album non ti piaceva al primo disco, a furia  di ascoltarlo ne carpivi l’essenza. Io sono molto a contatto con le nuove generazioni perchè mi occupo di teatro, facciamo propedeutica musicale e sono molto curioso di capire in che direzione sta andando l’ascolto della musica, noto così che pur avendo questo immenso panorama di fronte, è come se gli mancasse lo strumento della ricerca.

 

Senza banalizzare troppo: siamo la generazione 2.0, quella virtuale, dei social, dei primi appuntamenti consumati sulle sex dating. A che livello abbiamo portato la nostra comunicazione?

Ad un livello pervasivo, siamo diventati tutti multitasking, comunichiamo in maniera sempre più veloce, siamo diventati ad un passo dai Terminator. Da un lato è funzionale, dall’altro è limitante. Avere le sinapsi neuroniali che si fondono con la fibra ottica ha dei  pregi ma si è ripercosso sulla nostra capacità di concentrazione, si fa sempre più fatica a concentrarsi. Qui poi si potrebbe fare anche un discorso etico, è come si trovassi in un viale in cui tutti buttano l’immondizia fuori dai cassonetti e tu ti trovassi ad un bivio tra la voglia di cedere e la tua coscienza civica. Bisogna trovare un modo di agire e di comunicare che non funga tanto da esemplificatore, ma che permetta a te di vivere bene, anche se tutto attorno cola a picco.

 

Il secondo macrotema è quella che tu definisci la “forza liberatrice ed il potere catartico del sesso”. In “il mese più caldo” e “l’acqua su marte” il tema è caldo. Tocchi un tema così “delicato” nel linguaggio senza scadere in volgarità o clichè da finto cantautorato impegnato, riconoscendo che è una costante che fa parte di tutti noi. Da cosa nasce l’esigenza di raccontare anche questo aspetto così intimo della tua esistenza?

Visto che il sesso fa parte di tutti e noi e spesso diventa un tema quasi politico per ribellarsi al mondo. Il sesso è una cosa inevitabile, ci definisce nel mondo e spesso diventa anche la mela della discordia quando si tratta di decidere della vita altrui. Nel mio piccolo mi ero reso che il tema a livello musicale veniva trattato o a livello derivativo, un po’ da poser imitando quel modo bordo piscina dei rapper degli anni 2000, legato ad una misogina, ad una oggettivazione del sesso poco divertente, per contro o in un modo un po’ viscidino. Io penso a chi raccontava cose anche spinte negli anni settanta, come l’ambiguità, e lo faceva in modo poetico. Se leggendo una poesia su un amplesso ti riesci ad emozionare su più livelli, stai praticando quella che in oriente è la filosofia “mente e corpo”, noi in occidente siamo abituati a pensarli in maniera distinta, sbagliando, perchè sono cose inestricabili fra loro.

 

Un disco con un sound molto delineato, molto cantautorato da scena romana, meno intriso di contaminazioni di vari generi, come i precedenti, sembra quasi il disco della maturità, per giunta registrato in presa diretta e con una sua anima, con difetti che risuonano come marchi di fabbrica. Come mai questa scelta?

Questo disco rispetto ai precedenti che sono più citazionisti, più vicini ai miei ascolti in modo esplicito, qui – essendo un disco nato dall’istinto, generato col cuore e con la pancia – credo di aver sviluppato un suono più particolare che se decidessi di portare avanti potrebbe essere il mio suono distintivo. La scelta invece di registrare in presa diretta nasce dal fatto che volevo che quelle impressioni che ho buttato con sentimenti molto intensi, volevo che restassero impressi ed intatti e in un modo meno mediato possibile, e la presa diretta è stata la soluzione.

 

Ho letto che questo disco è tutto quello che non doveva essere, volevi un disco leggero e differente. Poi gli incastri della vita ti hanno indotto a scrivere questi brani, di pancia, e ne è uscita questa versione. Una sorta di autoanalisi?

Oddio più che di autoanalisi è stato una sfogo. Avevo una serie di grugni, di sentimenti molto contrastanti, alcuni anche molto pericolosi, di rabbia, tristezza, frustrazione, tutti stati d’animo che se lasciati a macerare avrebbero prodotto conseguenze amare, e li ho tirati fuori così. Il disco a cui stavo lavorando da tanto tempo, tutto preciso, perfetto in ogni dettaglio, cesellato, molto molto accessibile e a presa rapida, non me lo sono più sentito addosso e l’ho cestinato, optando per uno più calzante. Non ti dico autoanalisi perchè ancora non sono arrivato a compimento di alcuna analisi, ma ho iniziato ad incanalare bene alcuni stati d’animo.

 

A proposito di dualismo: Lingua parlata e lingua baciata, luci e ombre, giorno e notte è quello più netto nella tua arte: prima “Per fortuna dormo poco” scritto di notte, poi “L’ora solare” scritto con la luce del sole, ma in realtà è una luce effimera perché fa buio un’ora prima e quindi l’oscurità giunge più presto. In “A chi la sa più lunga” questo si palesa ancora. Che rapporto hai col tempo?

È il mio peggior nemico. Il disco per un attimo ha rischiato di chiamarsi “Lancette”, sono un fanatico delle simmetrie, e volevo un disco che chiudesse una trilogia sul tempo proprio. Di fatto penso di averlo fatto lo stesso perchè è un disco che parla di invecchiamento, del processo di diventare grandi, sul dover maturare prima del tempo.
Io ho iniziato a fare musica principalmente per cercare di dare ordine a questa mia lotta col tempo. Io so che ogni due anni faccio un disco, che ogni tot compro dei dischi che mi aiutano a scandire il mio percorso, so che lo sto riempiendo così. Puntualmente ci lotto e ci perdo, col tempo.

 

E col tempo che passa?

Io tento di ammazzare il tempo facendo più cose possibili che mi piacciano, riempiendomi venticinque ore su ventiquattro, quasi tutti i giorni.

 

Terminiamo sempre questo rubrica con un gioco, quello delle contaminazioni di genere: se dovessi inviare un messaggio ad un tuo collega indipendente chi sarebbe e cosa gli diresti?

Adesso sono a Torino, e proporrei ad Andrea Laszlo De Simone, che è l’autore di uno dei dischi che più mi è piaciuto  degli ultimi anni, approfitto di questa opportunità per proporgli di fare un disco insieme, prima o poi.

 

A cura di Fabiana Criscuolo

2018-05-10T16:22:19+00:00 10 maggio 2018|Gioved-INDIE, Rubriche|0 Commenti