Gioved-INDIE || Rancore e il suo “Hermetic Hip-Hop”, un tipologia di musica specchio

Come ogni giovedì si rinnova l’appuntamento settimanale con “Gioved-INDIE – La rubrica più indipendente del web”: ospite di questa puntata è il rapper Rancore, al secolo Tarek Iurcich. Lo scorso 1° giugno è uscito per l’etichetta Doner Music il suo secondo album in studio “Musica per bambini”, presentato dal vivo in alcune date instore nelle librerie e proprio in occasione dello showcase alla Feltrinelli di Napoli abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con uno dei maggiori esponenti dell’”Hermetic Hip-Hop”.

In “Musica per bambini” tratti tematiche molto importanti e in grado di inquadrare la gravosa condizione della società del ventunesimo secolo. Come mai, allora, a un tema così “adulto” dare un nome che ispira l’esatto opposto? Siamo forse tutti noi dei bambini?
Sicuramente il titolo ed il contenuto si distanziano tramite una contrapposizione accentuata in maniera forte, quindi si tratta di un disco ossimoro, una morbida pietra in un certo senso. Desideravo creare una fotografia che raggiungesse l’essenza e che urlasse tranquillamente senza porsi alcun tipo di problema. Questo urlo assomiglia tanto a quello di un bambino dentro la culla, anche se la culla a questo giro si è trasformata in una gabbia, i genitori non comprendono la lingua del bambino che è diventato un alieno. Il centro di questo disco, cos’ come il centro di tutti i giorni, è la comunicazione che ha portato le persone a sentirse più sole e questa solitudine  porta il bambino a non essere più compreso. Ma la comunicazione ha una regola fondamentale, per comunicare con tante persone bisogna parlare come se si parlasse ad un bambino distratto che non ha voglia di ascoltarti e “Musica per bambini” nasce proprio per questo motivo qui. Personalmente ho creato un tipo di comunicazione che gli altri hanno definito complessa, quasi mi dicono “ho bisogno di ascoltare cento volte la tua canzone per comprenderne il significato”, per me questo è un valore aggiuntivo, spesso è stato visto come un qualcosa di troppo difficile. Ho voluto urlare la mia, così come voi non capite me, io non capisco voi e sono diventato come quel bambino. È così che nasce questo disco, un po’ per provocazione, un po’ è uno strip tease di sentimenti e certamente un po’ anche per crescere.

Cosa ha ispirato il tuo intero lavoro? Vi è un filo conduttore unico oppure i pezzi sono nati indipendentemente senza un percorso ben fissato?
I pezzi hanno un filo conduttore unico, volevo spiegare da più punti di vista la mia sensazione in merito a tutto quello che mi circonda e tutto quello che ho dentro, è un disco fatto in parte di fantasia, ma anche di urla, paure e mostri, di situazioni psicologiche che diventano quasi malattie. Ho cercato, come sempre, di dire quello che è difficile da dire, ogni volta che scrivo mi piace compiere una ricerca dentro e fuori di me per cercare di spiegare ciò che è inspiegabile, motivo per il quale magari  non è sempre comprensibile, l’inspiegabile lo si può raggiungere solo attraverso metafore. “Musica per bambini” è un grande momento di ricreazione in cui scelgo di andare via dal mio banco, questo disco nasce sia nei luoghi che racconta, nelle paure, ma anche nelle speranze che in un certo senso lancia e magari nelle critiche e nelle soluzioni che porta.

Da quando sei arrivato come un razzo sulle scene ti conosciamo per i tuoi testi fatti i denuncia sociale, interiorità e psicoanalisi. A fronte dei recenti avvenimenti, quanto è incazzato Rancore con la società italiana attuale e la piega che sta prendendo?
Sicuramente all’interno del disco si può percepire “Rancore”, fondamentalmente già nel mio nome racchiudo tutto quello che secondo me tante persone provano per ciò che riguarda un certo di situazione in Italia, ci sono brani che cercano anche di spiegarlo, come “Arlecchino”, che parla di come l’Italia sia nata da tanti pezzi che si uniscono e che anche oggi può rinascere unendo ulteriori pezzi che sono il risultato di quello che il mondo sta diventando qualcosa di sempre più unito, in cui i confini si rompono e le pezze del costume di Arlecchino si cuciono. Allo stesso tempo, però, c’è Depressissimo”, canzone che è chiaramente una fotografia di ciò che una persona prova nei confronti di una situazione politica, culturale e sociale. Oltre alle critiche e ai problemi, ci sono anche soluzioni e fantasie. La musica deve portare certezze, ma anche dubbi.

“Musica per bambini” ha un taglio estremamente dark, nelle sonorità, ma è anche denso di ciniche ironie. È la trasposizione del tuo stato emotivo attuale? Un Rancore incupito ma, allo stesso tempo, più sottile e incattivito?
Sicuramente sì, c’è la voglia di esprimere le sensazioni più oscure senza troppa paura, avevo bisogno i tirare fuori questi miei lati oscuri perché dovevo esorcizzarmi, quindi in un certo senso ho utilizzato l’album come antidepressivo. Allo stesso tempo vi sono argomenti che sono riuscito a comunicare bene soltanto tramite i linguaggi della realtà che mi circonda e uno di questi è l’ironia, la quale si verifica in tanti pezzi del disco tra cui “Depressissimo”, dove uso un superlativo per esprimere questo tipo di condizione, utilizzo il linguaggio dei bambini per spiegare la depressione, che oggi è presente anche in loro. C’è cinismo, tantissima ironia, però si tratta di un’ironia che serve per spiegare una situazione anche un po’ drammatica. In questo disco, che ha anche sfumature dark, mi sono vestito da tragicomico.

Il Gesù a cui ti riferisci in “Depressissimo è metaforico o, in qualche modo, volevi riferirti proprio all’immagine sacra? Se sì, come mai questa scelta?
Sicuramente è metaforico. L’”Hermetic Hip-Hop” è il mio genere di rap che raggiunge l’essenza attraverso le rime e prevede la creazione di più livelli di significato, è un rap a matrioska. Oltre ad essere una metafora, quindi, potrei anche dirti che è Gesù Cristo che tutti conoscono. Non sto qui a dire quello a cui credo e che difendo, il mio scopo è quello di parlare di cose che vedo nascere o che sono in pericolo, una di queste è un valore come la religione. Il mondo in cui viviamo butta giù i valori in cui si crede senza pensarci troppo  ed in maniera dozzinale ed ingiustificata. In “Depressissimo” ho pensato che l’essenza più grande dello spirito ed una delle cose più boicottate e maltrattate nel mondo di oggi senza alcun motivo è fondamentalmente la figura di Gesù Cristo.

Il settimo  pezzo di “Musica per bambini” si chiama “Centro Asociale”. Secondo te, quanto è diventata asociale la società social in cui viviamo oggi?
“Centro asociale” nasce proprio per questo, il mondo, a forza di creare collegamenti ne reali ne telepatici, ma telefonici, ci ha portato ad essere più soli, prima per parlarti dovevo per forza guardarti, ora per farlo non ho neanche più bisogno di vederti, quindi è come se si fosse trasformato tutto in una sorta di “Centro asociale” incentrato sullo svago, su una comunicazione fittizia, talmente immediata da portare le persone a perdere un certo tipo di valori ed aggrapparsi ad un certo tipo di cose magari non volute. Questo disco cerca di fotografare questo momento dello spirito umano, attraverso luoghi immaginari, come in “Skate park” in cui la solitudine viene disegnata in maniera più nostalgica e sportiva. Non so se questa realtà durerà ancora a lungo o finirà domani, ma la mia speranza è che le cose cambino.

In “Underman” canti “musica che non parla di soldi e di medaglioni, per questo quando la ascoolti mi dici “che due coglioni”. La citazione allo stile autocelebrativo della musica pop contemporanea è evidente. Cosa nei pensi dei trapper italiani, i re ddell’autocelebrazione (e dell’automasturbazione, se vogliamo)?
È una domanda che mi rivolgono spesso, io prendo per il culo tutta la musica italiana, prendo in giro il sistema, le multinazionali che lo producono ed in realtà anche chi la ascolta, oggi si presta molta più attenzione a ciò che non piace rispetto a ciò che piace e questo è dovuto probabilmente al gusto dell’orrido che oggi noi tutti abbiamo. C’è un bombardamento continuo di informazioni che porta a voler vedere sempre e soltanto lo scandalo e quindi ciò che non piace. Il problema non risiede in coloro i quali fanno la musica pop o altro, anzi fa benissimo se è quello che vogliono, oltretutto ci sono canzoni pop e trap che a me piacciono, sarei dozzinale nel fare tutta un’erba un fascio. La cosa che mi convince poco, invece, è questa costante attenzione a ciò che non piace.

Il Tarek che conosciamo è mai stato gettato via come un vecchio giocattolo?
Credo che tutti noi siamo stati utilizzati e gettati via come dei giocattoli al giorno d’oggi, basta semplicemente vedere in che modo ti tratta una pubblicità, o magari un personaggio chenfa musica per due o tre anni e poi sparisce, ma anche nella vita quotidiana le persone ci stanno vicine finché stiamo bene e poi si allontanano. Se io domani scrivessi testi totalmente diversi da quelli attuali, magari soltanto per pagare una bolletta della luce, verrei gettato da tantissime persone che mi seguono. La cosa importante del brano “Giocattoli” è che nonostante lei provi a gettarli via, i giocattoli la seguono cambiando la propria forma, unica forma per sopravvivere a mio parere. Questo è certamente uno dei livelli di significato di questa canzone, io ho cercato di cambiare forma di disco in disco ed ho delle persone che non mi hanno gettato, ogni giorno cerco di fare la musica pensando anche a loro, che costituiscono in qualche modo la mia fonte di vita.

In questo tuo ultimo lavoro, ancor più che negli altri, è possibile notare una mirabolante attenzione nei confronti delle strumentali (sempre state, in ogni caso, di ottima qualità nei tuoi lavori) veicolar le tue parole vi sono basi raffinate, elaborate e musicalmente di livello. Quanto è importante per te la strumentale per la strumentale al di là delle parole?
In un certo senso ho sperimentato cosa significa prodursi un disco, non soltanto dal punto di vista testuale ma anche musicale, è stata un’esperienza unica che mi ha portato a stare a contatto con diverse tipologie di persone e fare anche da produttore. Mi fa piacere che tu mi abbia posto questa domanda, significa che, nonostante io non sia un produttore, sono riuscito a raggiungere l’obiettivo ed il lavoro musicale è stato notato. Nei miei dischi precedenti io scrivevo e dj Mike produceva, ho imparato tantissime cose lavorando al suo fianco, ho avuto una buonissima ed importantissima scuola che mi ha permesso di creare “Musica per bambini”. Per me il valore musicale è estremamente alto, altrimenti avrei scritto libri, un disco deve riuscire ad incastrare più elementi in un’alchimia che porta contenuti e suoni necessariamente.

Rancore è contento di quello che sta diventando, tanto come persona quanto come musicista, o preferirebbe ritornare ai tempi dello skatepark?
Sono contento, nonostante abbia un po’ di nostalgia verso quella semplicità che non c’è più e che magari vado in un certo senso a ricercare nella musica, però allo stesso tempo credo che le cose debbano cambiare e scorrere, quindi nel momento in cui scorrono sono contento, essere arrivato alla fine di questo disco è un’enorme soddisfazione perché non ero sicuro di riuscirlo a concludere, è stata un’Odissea o se vogliamo un’Iliade, dipenda da come la si vuole vedere. Mentre scrivevo il disco sono anche stato impegnato con diverse collaborazioni, mi sono voluto mettere alla prova, in maniera quasi autolesionistica viste le tempistiche e le qualità degli artisti, si tratta di grandi  del rap e della musica in generale, ovviamente avevo la mia responsabilità. Essere riuscito a collaborare con questi artisti, finire il disco, produrlo e farlo uscire in un marasma  di casini è una grandissima soddisfazione.

Sei, probabilmente, l’artista più eclettico e raffinato della scena rap italiana. I tuoi testi sono geniali, impegnati, introspettivi e psicoanalitici. Le basi raffinate e levigate in ogni dettaglio. Ogni elemento della tua musica è costruito perfettamente e mai banale. Questa è la mia affermazione: “Sei, a mani basse, il miglior rapper della scena italiana”. Cosa mi rispondi? Ti senti a tuo agio con questa definizione?
Troppo gentile, mi piace fare l’”Hermetic Hip-Hop”, ossia un tipo di musica a specchio in cui una persona si affaccia a questo specchio vede un po’ quello che vuole, lo sfondo resta uguale ma il soggetto ed il volto della persona cambiano. Però guardarmici allo specchio è piuttosto complicato quando ho finito il disco, mi ci guardo mentre lo sto scrivendo e non è che ci veda tutti quest pregi. In questo tipo di musica sono gli altri a dover dire cosa pensano di me e soprattutto sapendo che ognuno di loro penserà una cosa diversa.

 

A cura di Fabiana Criscuolo, Lorenzo Natali, Lorenzo Scuotto

2018-06-19T14:34:06+00:00 19 giugno 2018|Gioved-INDIE, Rubriche|0 Commenti