Gioved-INDIE: Roberto Colella de La Maschera “Non riesco a vedere in nessun modo la musica come competizione, la musica dovrebbe semplicemente emozionare”

Roberto Colella, leader e frontman della band partenopea “La Maschera”, cavallo di razza della scuderia Full Heads,  è un ragazzo sincero, musicalmente molto preparato e dal sorriso contagioso. Quando lo incontri lo ritrovi sempre molto disponibile con i suoi fans, quella fan base che dal 2013 – anno di uscita del primo album “’O vicolo e l’alleria” ad oggi è indubbiamente quadruplicato. La sua autenticità la si ritrova nei suoi testi che sono così “impegnati” e sembrano fare a cazzotti con la sua contagiosa simpatia, sarà che “Maschera” è una parola che deriva dal greco e indica che ogni persona in fondo interpreta un ruolo. E il suo ruolo Roberto lo interpreta bene, in maniera  autentica, denunciando con sonorità coinvolgenti e suoni folk temi sociali.
E’ Roberto Colella dunque il secondo ospite dei nostri giovedì indipendenti,  lo incontriamo in una piovosa giornata napoletana, tra un caffè e una sfogliatella e scambiamo quattro chiacchiere con  lui.

Fino a qualche mese fa potevamo identificarvi come un fenomeno locale, circoscritto alla vostra regione. Adesso non è più così. Come è stato fare il grande passo nel mainstream nazionale? Con quali realtà vi siete scontrati?

Diciamo che è stato un passettino, un piccolo passo avanti. Onestamente non me l’aspettavo. L’anno scorso andammo già in tour in giro per l’Italia e la risposta fu piuttosto positiva, invece quest’anno a Roma è stato qualcosa di inaspettato, nella Capitale ho trovato un interesse particolare nei nostri confronti, specialmente nelle radio. Per quanto riguarda le realtà con ci cui siamo scontrati, Napoli è una piazza strana e per conquistarla abbiamo tenuto tantissimi concerti, mentre a Roma abbiamo suonato pochissime volte. Ovviamente per arrivare a questo risultato romano ci è servita la spinta propulsore di Napoli, ed un pochino di esperienza in più sui palchi. Devo ammettere che la realtà romana mi è sembrata abbastanza simile a quella napoletana. Ma anche a Bologna si creò una situazione simile, forse perché in generale si sta ravvivando la curiosità di andare ai concerti. Un’altra cosa che mi piace un sacco è che ultimamente stiamo abbracciando le varie fasce d’età, dai bambini agli anziani, devo ammettere che questa è una bella soddisfazione. Un genitore una volta mi disse: “Sei stato il punto di incontro tra me e mia figlia” ed è stato bellissimo sentirsi dire una frase del genere, quando di solito genitori e figli si scontrano sui gusti musicali. Il pensiero di condividere questa passione con mio padre in adolescenza mi sarebbe piaciuto tantissimo.

Una storia la vostra che parte dalla ricerca del vicolo e l’alleria immaginariamente collocato nella vostra Napoli, ma estendibile al posto del cuore di ognuno di noi. Adesso fa tappa a Parco Sofia quartiere di periferia in cui sei cresciuto con tutti i suoi limiti esistenziali. Quindi sono i luoghi evocativi per i tuoi testi?

Diciamo che i luoghi hanno una parte abbastanza importante perché in linea di massima a me piace tantissimo contestualizzare mentalmente il luogo in cui avviene una storia, anche se ci sono delle storie il cui protagonista non si sa da quale parte del mondo stia parlando. In entrambi i dischi mi è piaciuto collocare l’origine di tutte le storie, anche se per quanto riguarda Parco Sofia nessuna delle canzoni è nata a Parco Sofia, mentre le canzoni di ‘O vicolo e l’alleria sono nate a Parco Sofia. È un po’ contorta come cosa, ma è stato un modo per guardare un attimo da lontano. Ricordo di quando ero bambino e venivano i miei amici a prendermi ed avevano paura di entrare nel parco. Io però ci sono cresciuto e quindi sono legato a questo luogo e alle persone che ci vivono, in fondo è un bel posto, si vive bene e mi manca.

Tre brani di Parco Sofia sono comparse nella Top 50 viral di Spotify, arrivando addirittura tra le prime 10, mentre Dimane comme ajere si colloca addirittura davanti a Mina&Celentano. Un bel successo per uno studente che stava per partire per l’erasmus e poi invece ha deciso di dar retta al suo fiuto e provarci fino in fondo.

La cosa che mi ha incuriosito e che si tratta di tre pezzi lentissimi, cioè Serenata, Palomma e mar e Senza fa rummore. Non sono pezzi ritmati che solitamente entrano in classifica. Mina&Celentano hanno pure un età…quindi largo ai giovani! (ndr: ridiamo)

A proposito di successi, dopo la doppietta di showcase nella capitale ricordiamo il concerto al Wishlist. Si contavano almeno 300 presenti e solo pochi napoletani. È proprio vero allora che se la musica arriva al cuore la lingua non conta?

Mi ripeto che fu davvero una cosa inaspettata, chiesi al pubblico in quanti fossero napoletani tra il pubblico e rimasi spiazzato. C’era gente che proveniva da varie zone d’Italia. Quindi probabilmente non bisogna farsi il problema di come esprimere delle cose perché la gente in qualche modo se è attratta, se è catturata da qualcosa, cerca una chiave di lettura per capire meglio il significato, un po’ come accade a noi ascoltando canzoni inglese e spagnole. A Roma abbiamo ricevuto una sorpresa bellissima, quella di Lavinia Mancusi, musicista di Mannarino, la quale ha dichiarato di conoscere a memoria il disco. Su Palomma e mare suonava il violino ed eseguiva i controcanti insieme a me in napoletano, senza alcun errore di dialetto.

Parco Sofia è un album impegnativo: parla di malaffari in terra nostra ma anche di sbarchi e di emergenza profughi grazie al sodalizio artistico con Laye Ba, stella musicale senegalese. Come nasce questa scelta? Non era più facile scrivere 10 canzoni d’amore e di tazze di caffè e diventare subito mainstream.

A me invece riesce proprio difficile, in due dischi ho scritta solo una canzone d’amore, ovvero Senza fa rummore. Forse una e mezza, perché N’ata musica è una canzone d’amore a metà e me ne sono accorto molto tempo dopo. Diciamo che per N’ata musica ho fatto riferimento ad un libro molto bello, “Tutta un’altra musica“, in cui convivono due storie parallele: la storia di due amanti apatici e la storia di un cantautore che non riusciva più a scrivere e questa è la mia più grande paura, cioè il fatto di non riuscire più a scrivere canzoni. A me non dispiacerebbe scrivere canzoni d’amore, ma dovrebbero essere sincere, infatti Senza fa rummore la ritengo autentica e quindi amo cantarla e suonarla. Fino ad ora mi è riuscito più facile parlare di tematiche sociali, ben più vicine a me.

Ora ti dico alcune tue frasi e tu mi dici la prima associazione mentale che riesci a fare.
So semp stat cca:
mi viene in mente la provincia
Accatt o pan co o sorriso:
Utopia
Ind a guerra ce vo cchiu curaggio a restà:
mi fa venire in mente la sabbia. In Senegal, dove ho girato il video, sono legati alla sabbia, c’è sabbia ovunque qua.
Curr sultant se sai frenà:
 È quello che mi diceva mio padre mentre imparavo a guidare. Prima di correre devi imparare a frenare, diceva lui in merito alla guida, ma si può anche applicare alla vita.

Senza finta retorica, una delle voci più belle degli ultimi vent’anni la tua. Siamo reduci dalla settimana più importante per la musica italiana. Come la vedi la partecipazione al festival di Sanremo nei prossimi anni?

Io nella vita dico mai dire mai, continuo a dirlo perché non si può mai sapere quello che succederà, non sai come le tue idee possano cambiare. Ora come ora non riesco a vedere in nessun modo la musica come competizione. La musica dovrebbe semplicemente emozionare, quindi la tua emozione non può stare in competizione con l’emozione che prova un altro. Lo sport è competizione, la musica no. Quindi per ora la vedo proprio difficile.

A cura di Fabiana Criscuolo

2018-02-22T19:35:04+00:00 22 febbraio 2018|Gioved-INDIE, Rubriche|0 Commenti